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Euro 2012, la strada verso Kiev: i panzer di Germania e una squadra in cerca di vittoria

Euro 2012, la strada verso Kiev: i panzer di Germania e una squadra in cerca di vittoria
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BERLINO, 4 MAGGIO – Quando parli della Germania parli di una corazzata dall’indiscutibile valore, da un insieme di giocatori che è da sempre fra i più rinomati al mondo. Oggi, quando si sente nominare la parola “Germania” si pensa ad una nazionale dinamica, multietnica, e aperta ai cambiamenti sociali che stanno avvenendo in tutto il mondo. Il gruppone di Joachim Loew che andrà a disputare la fase eliminatoria insieme a Olanda, Danimarca e Portogallo è ricco di giocatori naturalizzati come i vari Ozil, Cacau e Klose, che hanno formato la base per i successi internazionali. Una base che molti tedeschi sperano possa essere utile per ricavare qualcosa di buono dall’Europeo in Polonia e Ucraina…

Beckenbauer alza la Coppa del Mondo

GERMANIA, STORIA DEI PANZER CHE SANNO SOLO VINCERE – “Il calcio è uno sport semplice: si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi…”. Parole e musica di Sir Gary Lineker, centravanti dell’Inghilterra a cavallo degli anni Ottanta e Novanta. Basterebbe questo piccolo liofilizzato di invidia e saggezza per capire, nel breve volgere di poche parole, storia, tradizioni e potenza della Nazionale tedesca, vero e proprio inno al calcio in tutti gli anfratti della sua storia. La Germania, è cosa nota, non è proprio la patria dei finisseur del gioco del calcio: già nel semplice nome suo e in quello sassone dei propri campioni, tra allitterazioni e dieresi, quasi prende vita quella che possiamo definire come un’onomatopea della forza, della grinta, della fame e della voglia di vincere scientificamente applicate al gioco del calcio. Basterebbero i numeri (tre Mondiali e tre Europei vinti, più altre sei finali perdute e un’infinita serie di piazzamenti a podio) a spiegare l’entità del ciclone tedesco sul mondo del calcio, ma noi vogliamo andare oltre, sviscerando e scandendo i grandi periodi del calcio teutonico. Tutto comincia quando la Germania era ancora un Impero, nell’Aprile 1908. La sconfitta all’esordio con la rappresentativa svizzera è un amaro antipasto di un secolo e più di gloria. Il primo grande momento della nazionale tedesca è il Mondiale 1934: la medaglia di bronzo, giunta dopo l’eliminazione in semifinale per mano della Cecoslovacchia e la finalina vinta contro l’Austria, sembra essere il preludio alla gloria voluta da tifosi e partito nazista, all’apice del potere interno. Invece, nemmeno l’Anchlauss, l’annessione proprio dell’Austria al Reich hitleriano, riuscirà a rompere l’incantesimo, costringendo i tedeschi ad una clamorosa uscita al primo turno della successiva Coppa del Mondo. Allenatore di quella Germania era già Sepp Herberger, vero e proprio monumento tedesco al calcio. Sarà lui il grande condottiero della ripresa post-bellica, segnata dall’ostracismo antinazista e dall’adozione della seconda divisa verde in onore dell’Eire, unica squadra col coraggio di discernere il calcio con la politica, accettando di disputare una gara amichevole contro la nuova Nazionale della Germania Ovest, erede calcistica numero uno dell’antenato tedesco. L’esilio dura fino al 1954, Mondiali svizzeri. Herberger è ancora in plancia di comando, e conduce i tedeschi ad un’impresa impossibile, soprattutto per il valore degli avversari contro i quali è stata colta. La Germania Ovest vince il suo primo Campionato del Mondo, battendo in finale l’Ungheria. E se questa frase, detta oggi, potrebbe sembrare una bestemmia soprattutto per la presenza ungherese in una finale iridata, cinquantasette anni fa rappresentava un’assurdità per l’esatto contrario. Per capire la portata dell’impresa, basta guardare il risultato del precedente più prossimo alla finale, durante il primo turno dello stesso Mondiale: gli ungheresi riuscirono a battere infatti i tedeschi con un umiliante 83. Herberger, in quell’occasione, provvide a compiere due missioni di capitale importanza, assurte poi a simbolo dell’intelligenza e della furbizia della nazionale teutonica: studiare l’avversario facendo riposare gran parte dei titolari, ed azzoppare Puskas, vero e proprio fuoriclasse dell’Aranycsapat, ritornato in campo solo in finale e fatalmente a mezzo servizio. Nell’atto conclusivo di Berna, non bastò un iniziale 20 agli ungheresi: i tedeschi riequilibrarono il risultato e vinsero la Coppa, grazie alla rete di Rahn a pochi minuti dal termine. Il trionfo tedesco venne macchiato da alcune voci di doping, nate in seguito al ricovero ospedaliero per morbo itterico di gran parte della rosa Campione del Mondo, mister Herberger compreso. Una volta ripresosi, il cittì scoprì di avere per le mani una squadra vecchia e sfibrata, capace di ricominciare a recitare da grande squadra dopo un lungo periodo di incubazione dei nuovi talenti. I Mondiali 1958 e 1962 sono da dimenticare (un quarto posto e un quarto di finale), e il nascente Campionato Europeo viene totalmente snobbato in favore di una seria programmazione in vista dei Mondiali inglesi del 1966, in cui la Germania si fermerà solo sul gol fantasma di Hurst, ai supplementari della finalissima contro i padroni di casa. Eppure, sarà quello l’embrione dal quale nascerà una storia incredibile di grandi trionfi: il cambio in panchina col vice Schoen fa da spartiacque tra l’era pioneristica ed il calcio del futuro, e la grande generazione di campioni del Bayern Monaco si occupa del resto. Nasce la più grande Germania di sempre, capace di raggiungere nell’arco di sei anni una semifinale ed un titolo mondiale e due finali europee. Il grande ciclo si apre con Mexico 70, ovvero la rivincita con l’Inghilterra nei quarti e l’incredibile maratona in semifinale contro l’Italia, il 43 rimasto nella storia come “La partita del secolo”. Il terzo posto finale, colto nella finalina contro l’Uruguay, è il prologo dolceamaro di quattro anni di trionfi. Si comincia con l’Europeo 72, vinto in finale contro l’URSS con un sontuoso 3-0. Si continua con il Mondiale casalingo del 1974, strappato all’Arancia Meccanica Olandese dopo una finale girata subito tutta a favore di Crujiff e compagni (rigore di Neskeens dopo nemmeno un minuto di gioco) e riacciuffata da Breitner e Muller. Il ciclo d’oro di Beckenbauer e soci si chiude all’Europeo del 1976, con la finale persa contro la Cecoslovacchia ai calci di rigore. In quattro anni, si è condensato il meglio della storia calcistica tedesca. In primis, una fioritura irripetibile di campioni: basterebbe citare Franz Beckenbauer, inarrivabile leggenda del ruolo di libero, e Gerd Muller, brutto anatroccolo da più di un gol a partita, per capire di cosa stiamo parlando. Eppure, si farebbe un torto a gente come Sepp Maier, Wolfgang Overath, Gunther Netzer, Berti Vogts, Paul Breitner, Uli Hoenness, ovvero il meglio del calcio europeo per tutta la prima parte degli anni settanta. Aggiungiamo a questa impareggiabile generazione di fuoriclasse della pedata il cinismo, la grinta e la sagacia tattica tipica del calcio teutonico, ed ecco servito un cocktail calcistico irripetibile, capace di stravolgere e travolgere anche la grande rivoluzione del Calcio Totale in salsa olandese, sfruttando le insormontabili armi della forza e dell’abnegazione tattica di calciatori di altissimo livello. Il Mondiale del 1978, primo vagito della nuova generazione di Kickers tedeschi, capitanata dal futuro interista Rummenigge, viene vissuto in sordina, ed è la prima volta dal 1962. Sembra un canto del cigno, invece è solo la quiete prima della nuova tempesta: nel 1980 i tedeschi del nuovo Ct Derwall fanno proprio il secondo titolo Europeo, battendo in finale il Belgio dopo aver eliminato le vecchie rivali Olanda e Cecoslovacchia. Al titolo continentale potrebbe immediatamente seguire quello Mondiale, se non fosse per un’Italia di troppo: il Mundial 82 della Germania Ovest si apre con l’inopinata sconfitta con i carneadi algerini, condensa tutta la sua bellezza nella meravigliosa gara di semifinale vinta contro la Francia di Platini e conosce un epilogo amaro nella serata del Bernabeu, dove un’Italia troppo forte ed arrabbiata per perdere rimanda il trionfo dei teutonici a data da destinarsi. L’occasione buona potrebbe essere il Mondiale successivo, quello messicano del 1986: il nuovo Ct è Kaiser Franz Beckenbauer, e la Danimarca veste i panni eterei dell’Algeria 1982, con una sconfitta che rende amaro l’inizio del Mundial ma non crea problemi per il passaggio del turno. Ancora la Francia in semifinale, ancora un qualcosa di troppo che si mette in mezzo tra i tedeschi e il trionfo mondiale. Stavolta, l’ostacolo ha le fattezze da scugnizzo di Diego Maradona, e nemmeno la rimonta dallo 0-2 iniziale della Seleccion riesce a fermare l’ascesa al soglio Mundial del Pibe de Oro, che lancia Burruchaga verso il 3-2 e la conquista del mondo. Il sentore di una Germania nuova, non bella e nemmeno vincente, viene acuito dai successivi Europei casalinghi, persi contro l’Olanda in una semifinale che rievoca i miti degli anni Settanta. La rivincita, però, è dietro l’angolo, e si consuma ad Italia 90, quando i panzer guidati da Lothar Mattheus giustiziano proprio Olanda e Argentina tra ottavi e finale, lasciando ai padroni di casa italiani l’amaro in bocca dopo il Mundial di otto anni prima. Italia 90 è il grande trionfo del Ct Beckanbauer, che in un Mondiale povero di emozioni, riesce a vincere sfruttando un nuovo stuolo di campionissimi, che tra un Voller e un Brehme, un Klinsmann e un Littbarski, riesce a fare il vuoto ed a sistemare tutti i conti in sospeso con il passato. La finale europea del 1992, giocata e persa contro la Danimarca, apre finalmente l’era della Germania unita, che cambia denominazione ma non perde l’abitudine alla vittoria e alle rivincite. Nel 1996, è infatti tempo di vendicarsi a domicilio dell’Inghilterra, battuta nella semifinale di un Europeo poi vinto in finale contro la Repubblica Ceca grazie alla doppietta del nuovo alfiere, l’ariete dell’Udinese Oliver Bierhoff. Il periodo che intercorre tra la vittoria inglese e il mondiale 2002 è il più nero della storia della nazionale tedesca: i Mondiali francesi del 1998 e gli Europei del 2000 sono un vero e proprio ciclone, che abbatte le certezze e lancia la Germania nella nuova era, quella cosmopolita della Nazionale multietnica. Il grande ruggito è il Mondiale 2002, perso solo in finale contro Ronaldo e il suo Brasile per una papera del portierissimo Kahn, e già allora si intravidero i primi albori della nazionale di oggi, universale ma al tempo stesso imbevuta di tutti i crismi che hanno fatto grande il calcio teutonico. Gli ultimi anni dimostrano come la politica dei giovani e dell’integrazione possa funzionare anche in un paese dalle solide tradizioni calcistiche: il Mondiale casalingo del 2006 sbatte contro l’Italia di Lippi ad un passo da Berlino, mentre è solo la Spagna più bella di sempre a bloccare la corsa ad Euro 2008 ed a Sudafrica 2010, rispettivamente in finale e semifinale. Manca la grande affermazione, l’ufficializzazione di un trofeo per elevare al massimo grado storico la nuova Germania allenata da Joachim Loew, ovvero l’inno alla globalizzazione e all’abbattimento delle frontiere nel nome del  grande calcio. Da qualche anno non capita, come dice Lineker, che alla fine vincono sempre i tedeschi, Loro sono sempre lì, e anche stavolta, ci scommettiamo, daranno libero sfogo al loro repertorio di inguaribili innamorati del pallone e della vittoria, rompendo le scatole a tutti coloro che vogliono appropriarsi del trono con una sagacia ed una grinta da veri ed inossidabili Panzer…

Una recente formazione della Germania

RAGAZZI TERRIBILI E UN ATTACCO STELLARE: LA ROSA ATTUALE – La squadra allenata da Joachim Loew non ha bisogno di molte presentazioni. Dalla porta in avanti la Germania è dotata di una qualità notevole e che potrebbe risultare decisiva nei prossimi Europei. Fra i pali la sicurezza è Manuel Neuer, un portiere che con il passare degli anni sta migliorando sempre più e può già essere racchiuso nella lista dei Top Player europei. Come tutte le grandi nazioni, il reparto arretrato è quello meno abile qualitativamente e quantitativamente: al di là dei pilastri Philippe Lahm e Per Mertesacker, gli altri componenti della difesa sono Jerome Boateng, Badstuber e Hummels: tutti e tre hanno circa ventitre anni e ancora margini di miglioramento molto ampi. E’ vero che ci sono Nazionali che sono messe peggio, ma è anche altrettanto vero che manca un leader carismatico in grado di comandare la difesa a bacchetta. Il centrocampo invece è dominato dai madridisti Sami Khedira e Mezut Ozil. I due garantiscono equilibrio e sostanza alla metacampo tedesca e saranno sostenuti da giovani in cerca di soddisfazioni come Marco Reus del Borussia Moenchengladbach, Kevin Grosskreutz del Borussia Dortmund e Lars Bender del Bayern Monaco: i tre sono ai primi approcci con la maglia della Nazionale ma, essendo giovani, vorrebbero sfruttare nel migliore dei modi la vetrina che verrà molto probabilmente offerta loro dal commissario tecnico Loew. E adesso viene il bello: l’attacco. I tedeschi possono contare un parco attaccanti devastante con all’interno giocatori dal calibro indiscutibile. Oltre al navigato Cacau, in primis su tutti c’è il cannoniere Miroslav Klose, reduce da una stagione esaltante con la maglia della Lazio. Nonostante il tanto discusso infortunio di fine stagione il bomber resta un punto di riferimento per questa squadra. L’attaccante va d’amore e d’accordo con un altro elemento importantissimo di questa rosa, ossia Lukas Podolski, attualmente al Colonia ma già nel mirino dei club di mezza Europa. A completare il terzetto c’è Mario Gomez, il dandy del Bayern Monaco, sempre più un attaccante sostanzioso dal punto di vista del bottino di reti realizzate. In totale, i tre hanno segnato 126 gol gol con la maglia della Nazionale. Atomici…
PUNTO DEBOLE: Mancanza di un leader difensivo che orchestra la squadra da dietro le quinte.
PUNTO FORTE: Attacco completo per realizzazioni, prestanza fisica e velocità.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano
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