Enrico Steidler

Calcioscommesse, Napoli assolto “perché il fatto non sussiste”

Calcioscommesse, Napoli assolto “perché il fatto non sussiste”
Decrease Font Size Increase Font Size Text Size Print This Page

Nelle motivazioni della sentenza Gianello è definito “figura opaca, scaltra e dannosa per lo sport”

Matteo Gianello

Matteo Gianello

ROMA, 7 FEBBRAIO – Matteo Gianello non è credibile, il castello accusatorio non sta in piedi e quindi la Corte di Giustizia Federale assolve i calciatori Paolo Cannavaro e Gianluca Grava dall’accusa della violazione dell’art. 7, comma 7, CGS in relazione alla gara Sampdoria-Napoli perché il fatto non sussiste e conseguentemente esclude la responsabilità oggettiva della SSC Napoli S.p.A. a tale titolo contestata”. Ecco, in estrema sintesi, le ragioni che hanno condotto al proscioglimento dei giocatori e alla restituzione dei due punti in classifica.

IRRISOLTI DUBBI SULLA BUONA FEDE” – A uscire malconcia dalle 12 pagine della sentenza emessa dalla Corte è proprio la figura del “testimone-chiave” del processo, quel Matteo Gianello che il giudice di secondo grado descrive come una “persona dedita alle scommesse, donde ritrasse vantaggi cospicui, inserita, con rilevanti funzioni di informazione, in un gruppo organizzato, di cui erano sodali altri tesserati. Proprio costoro egli volle tenere al riparo delle indagini penali, sempre negando il tipo di responsabilità riconducibile alle scommesse vietate”. Appare evidente, di conseguenza, che le sue dichiarazioni “non possono costituire in alcun modo prova della commissione dell’illecito alterativo (che tradotto dal burocratese giuridico significa “combine”). Numerose, infatti, sono le discrepanze e le contraddizioni nelle quali Gianello (ex terzo portiere del Napoli) cade maldestramente durante la sua ricostruzione dei fatti legati all’ormai famosa Sampdoria-Napoli 1-0 del 16 maggio 2010. In particolare, secondo la Corte, “la più grave delle fratture presenti nel discorso di Gianello è costituita dall’ingiusto coinvolgimento del calciatore Quagliarella nella trama illecita. L’attaccante viene impudentemente citato come terminale della presunta proposta corruttiva, salvo poi essere con non minore spregiudicatezza del tutto scagionato. I discorsi si accavallano e Quagliarella viene inizialmente descritto da Gianello come partecipe, sia pur a livello solo cognitivo, della combine, per poi essere compianto per il rifiuto della stessa ed il mancato raggiungimento del premio societario per il numero di reti segnate. Come possa prestarsi fede all’idea di un illecito sportivo di cui Gianello sarebbe stato l’intermediario quando, della sequenza di persone interessate, viene dallo stesso accusatore eliminato uno dei perni è questione destinata ad essere risolta con il più netto dei rifiuti ad accedere alle parole di Gianello”. “Ma è la genesi stessa della esposizione accusatoria di Gianello” – conclude il collegio giudicante – che si rivela figlia dell’indeterminatezza assoluta, foriera di irrisolti dubbi sulla buona fede del dichiarante”.

MANCA IL “PREZZO DEL DELITTO”“Va poi posto in essenziale rilievo – sottolinea il giudice – che nel corpo delle fumose e sfuggenti dichiarazioni Gianello non ha mai indicato il prezzo del delitto, ossia il profitto dell’illecito che sarebbe stato conseguito dai calciatori del Napoli. Si parla genericamente di offerta di denaro che in un’avanzata fase dichiaratoria Gianello determina in alcune decine di migliaia di euro. Il punto più grottesco della posizione di Gianello è che l’unico riferimento meno etereo al tema del compenso per illecito viene compiuto con riguardo alla persona poi scagionata, cioè Quagliarella. Di lui, infatti, l’appellante dice che lo derise sia per aver mancato il legittimo premio contrattuale sia per non aver conseguito il prodotto dell’illecito ancora una volta determinabile in una somma dell’ordine di decine di migliaia di euro. Urta davvero contro i criteri della logica e della verosimiglianza concepire un illecito senza la previa determinazione del vantaggio promesso a chi ne sia parte o destinatario”.

E NON CI SONO LE PROVE“Ciò che la Corte senza esitazioni rileva” – si legge nelle motivazioni, che sotto questo aspetto sono di una chiarezza spietata – non è solo l’oscillante, fragile impianto delle molteplici parole di Gianello ed il loro procedere in forma ondulatoria e, per ciò solo, non degna della solida, necessaria credibilità. Vi è, infatti, da osservare” – e si arriva così al nocciolo delle motivazioni a sostegno della sentenza di assoluzione – “che nemmeno le più pungenti ed aspre dichiarazioni accusatorie raggiungono l’adeguato livello probatorio della posizione in essere, da parte dello stesso Gianello e degli ipotetici (dal numero e dall’identità incerti, come prima visto) interlocutori, di atti idonei allo scopo alterativo, anche tentato. Ed invero, la già sottolineata genericità dei discorsi di Gianello (ove mai effettivamente pronunciati: ciò di cui, per le ragioni prima indicate, non si è ottenuta alcuna appena sufficiente prova) su genesi, obiettivi, vantaggi della proposta illecita era di per sé sintomo certo della mancanza di attitudine a generare negli eventuali destinatari qualsiasi forma di consapevole adesione o di reale assunzione di impegno illecito”. “Manca, in particolare, la prova persuasiva che ai due difensori si fosse esplicitamente e chiaramente proposto di giocare a perdere, e per di più in vista di un lucro illecito”.

Contestualmente alla sentenza di assoluzione per gli imputati, la Corte ha quindi derubricato da illecito a slealtà sportiva il capo d’accusa mosso dalla Procura nei confronti di Gianello, che esce da questa vicenda a testa bassa e con 21 mesi di squalifica.

a cura di Enrico Steidler

Share Button