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Euro 2012, la strada verso Kiev: Olanda, dalla finale di Cape Town con furore e voglia di primeggiare

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AMSTERDAM, 27 APRILE – Il secondo posto mondiale è stato un (bel) fulmine a ciel sereno, per il calcio made in Paesi Bassi. La finale del 2010, seppur in un Mondiale atipico come quello sudafricano, è stata la giusta conclusione di un percorso di crescita iniziato dopo la delusione del 2002 (mancata qualificazione ai Mondiali) e proseguito tra le avventure (buone, ma non esaltanti) vissute tra Euro 2004, Germania 2006 ed Euro 2008, dall’Advocaat-bis fino all’interregno Van Basten. I talenti della cattività Orange sono esplosi negli ultimi Mondiali, guidati dal buonsenso di Van Marwijk e dal magistero di Wes Sneijder, dimostrando come l’esperienza accumulata nelle migliori leghe del continente possa essere decisiva per l’affermazione di un movimento storicamente florido in quanto a talenti ma drammaticamente povero nel palmares. Proprio questa esperienza nei migliori campionati europei ci consegna un’Olanda dai contenuti tecnici ai massimi livelli: campioni offensivi di primo piano, buonissimi giocatori negli altri reparti e tanti giovani da valorizzare. Manca probabilmente qualcosa nel settore difensivo, ma il talento in abbondanza e la “fame” di vittorie alla portata, aumentata dopo la favola senza lieto fine del 2010, pongono gli olandesi tra le prime grandi candidate alla vittoria finale. Del resto, anche la Spagna 2008, ovvero grandi calciatori, difesa non eccelsa e attacco atomico, si presentava all’Europeo Austro-Svizzero con fama di squadra bella ma incapace di vincere. Ricordate com’è andata a finire?

Una formazione dell’Olanda di Crujiff del 1974

LA STORIA DELLA NAZIONALE: DAL CALCIO TOTALE AL NUOVO MILLENNIO, STORIA DI UNA VITA DA CICALE – In un romanzo, in una storia, ci sono spesso due inizi. Quello virtuale e quello reale. Quello in cui le righe iniziano a scorrere, e quello in cui la storia comincia per davvero, imbizzarrendosi nei sentieri degli intrecci, dei fatti, dei momenti topici. Questa caratteristica simil-letteraria è peculiare della storia di una delle selezioni più rappresentative del panorama europeo, che inizia la sua vicenda ad inizio secolo per poi cominciare davvero a giocare a calcio quasi settant’anni dopo. L’Olanda è fatta così, prendere o lasciare: incomprensibile, a tratti irresistibile quanto a volte incredibilmente fatua, frivola. Nel 1905 l’esordio coi cugini belgi, solo settant’anni dopo la prima vera interpretazione degna di note. In mezzo, due partecipazioni ai Mondiali col ruolo sminuito della comparsa (1934 e 1938). Poi, venne il 1968, vennero i capelloni, gli hippies, la contestazione. Nel calcio, il nuovo che avanza, sia nel contenuto tecnico che iconico, viene dall’Olanda. Nel 1969 il Milan batte un acerbo Ajax nella finale di Coppa Campioni, e l’impresa dei giovani olandesi sarà considerata un mezzo fuoco di paglia. Nulla di più sbagliato: l’anno dopo saranno gli odiati cugini del Feyenoord di Rotterdam a servire il piatto freddo della vendetta, avviando il sontuoso ciclo del calcio totale all’olandese, incontrastato dominatore della scena europea anni settanta. I ragazzetti di Amsterdam giungeranno al trono europeo nel 1971, ed ininterrottamente fino al 1974, facendo inoltre da asse portante alla nazionale che torna ai Mondiali per la prima edizione della Coppa del Mondo Fifa, in programma in Germania quattro anni dopo l’assegnazione definitiva della vecchia Rimet a Mexico 70. L’Olanda arriva e stravolge tutto il mondo del calcio: una vera e propria rivoluzione, portata avanti sui cardini oliati di una generazione di fior di campioni e capace di produrre un calcio nuovo, diverso, moderno. Il cosiddetto calcio totale, capace di coinvolgere dieci giocatori su dieci in entrambe le fasi, attraverso un movimento continuo che stordisce e irride l’avversario, tradendo al primo sguardo la superiorità fisica di una squadra apparentemente senza limiti. Aggiungiamo a questa scenografia tecnico tattica le stimmate del campione di Johan Crujiff, bizzoso e geniale calciatore-simbolo degli Orange, ed ecco servita su un piatto d’argento una squadra imbattibile, bella a vedersi e al tempo stesso vincente. Il Mondiale scivola via che è una favola, e il soprannome di “Arancia Meccanica”, di kubrickiana ispirazione, sembra calzare a pennello addosso ad una squadra che elimina, una dietro l’altra, Svezia, Uruguay, Germania Est, Argentina e Brasile. La finale con la Germania Ovest sembra la degna chiusura di un percorso netto e poggiato su un coro di angeli: dopo un giro di lancette un sacrosanto rigore di Neeskens porta gli olandesi avanti, e la netta superiorità tecnica e tattica sembra far pendere la bilancia dalla parte degli ospiti. Invece, il pragmatismo tedesco inizia a lavorare al tornio gli olandesi, smussati, contenuti e poi messi al tappeto dall’uno-due firmato Breitner e Muller. Il giudizio è unanime, a fine partita: la Coppa del Mondo alzata da Beckenbauer è stata vinta dalla squadra più furba. Non da quella più forte, ed è solo questione di tempo per il coronamento del magico sogno del calcio totale. L’occasione buona potrebbe essere Euro 76, ma stavolta l’armonia vincente degli olandesi si spegne in semifinale contro il calcio danubiano della Cecoslovacchia poi vittoriosa in finale contro la solita Germania. Verrà poi Argentina 78, con la seconda grande occasione mancata: Crujiff fa le bizze e non vola nemmeno nelle Pampas, ed il concetto di gioco totale non è più freschissimo. Eppure, gli Orange di Happel, dopo una prima fase interlocutoria e passata per differenza reti, prendono a volare nel secondo turno: il 5-1 all’Austria, il 2-2 con la Germania e il 2-1 con l’Italia portano l’Olanda alla seconda finale consecutiva, ancora contro i padroni di casa. L’Argentina vincerà solo ai supplementari, con un palo a pochi giri di lancette che grida ancora vendetta tra Amsterdam e dintorni. La fine del sogno Mundial chiude il ciclo della grande Olanda, dominatrice degli anni Settanta senza titoli in bacheca.

La vocazione al “cicalesimo”, con tanti canti e zero trofei portati a casa, comincia ad aleggiare come uno spettro su una nazione che non smetterà più, se non per rapidi periodi, i panni della grande patria calcistica. Uno di questi periodi va dall’apparizione ad Euro 80 (rapida comparsata con esclusione al primo turno) fino a Mexico 86, con zero partecipazioni tra europei e mondiali. È il tempo della gestazione della nuova cerchia di fenomeni, della nuova grande generazione di talenti olandesi: Gullit, Van Basten e Rijkaard, tanto per iniziare, con i fratelli Koeman, Van Bruekelen e Winter a fare da succoso contorno. In panchina c’è ancora il vecchio drago Michels, che dopo quattordici anni dal mancato lieto fine di Monaco di Baviera 74 si toglie lo sfizio di riscrivere la storia al contrario, e pure negli stessi lidi. Euro 88, infatti, è il grande capolavoro in Orange, il primo trionfo, meritato e tardivo, di una scuola tra le più apprezzate e meno vincenti del vecchio continente. Il miracolo si consuma il 25 giugno del 1988: gli olandesi battono per 2-0 l’URSS, vincitrice dello scontro diretto nella prima fase, grazie ai due alfieri di rossonero vestiti, Ruud Gullit e soprattutto Marco Van Basten, autore di un gol che resterà nella memoria collettiva. La vittoria di Monaco è il giusto epilogo di un torneo vissuto in crescendo, nato sulle macerie della sconfitta con l’URSS e poi vinto dopo la pirotecnica semifinale vinta a un attimo dal novantesimo contro i tedeschi. I teutonici si prenderanno la loro rivincita due anni dopo, eliminando agli ottavi di Italia 90 una squadra forse troppo “pompata” dai pronostici alla vigilia delle notti magiche. Il ciclo di Van Basten & co. si chiude nei quattro anni successivi, con la semifinale persa contro la Danimarca ad Euro 92, l’uscita ai quarti contro il Brasile ad USA 94, l’abdicazione di tutti i grandi talenti degli ultimi anni ottanta ed il ricambio generazionale su base-Ajax della seconda metà dei novanta. Sarà ancora la squadra di Amsterdam, campione d’Europa nel 1995 con una nuova nidiata di fenomeni (Bergkamp, Davids, Seedorf, Van der Sar, Kluivert, Overmars solo per citare i più famosi), a dare il la al ciclo di una nuova Olanda bella e perdente. In rapida successione: quarti di finale a Euro 96, semifinale a France 98 e semifinale dell’europeo casalingo del 2000, contro Francia, Brasile ed Italia. Tre sconfitte ai rigori su tre, sempre ad un passo dalla finalissima. Una iattura vera e propria per quella che ad ogni giro di giostra viene vista come la grandissima favorita, la squadra con più talento e più campioni. Il ciclone che uccide è l’incredibile eliminazione nelle qualificazioni a CoreaGiappone 2002: si porta via tutta la generazione d’oro degli anni novanta ed apre le porte della nazionale all’ultima infornata di talenti, quella che dal 2004 fa da base alla rosa Orange.

Gli europei portoghesi, persi in semifinale contro i padroni di casa, mescolano agli ultimi Seddorf, Davids, Overmars i nuovi Robben, Van Nisterlooy, Heitinga. Van Basten, novizio della panchina, perfezionerà il nuovo ciclo tra Mondiale 2006 ed Euro 2008, prime grandi occasioni dei vari Sneijder, Van Persie, Van der Vaart, De Jong e Huntelaar. Saranno apparizioni poco smaglianti, con un ottavo di finale mondiale ed un quarto europeo lasciati in mano a Portogallo e Russia. Fino al terzo grande sogno mancato, Sudafrica 2010.

Partenza forte con girone ed ottavi di gomma, quarti e semifinale (contro le sudamericane Brasile ed Uruguay)  ad altissimo coefficiente spettacolare e di difficoltà, fino alla terza finale contro la Spagna. Nemmeno stavolta il sortilegio viene scalfito, e gli olandesi soccomberanno ai supplementari, in seguito ad un gol di Iniesta. Ennesima occasione sprecata in salsa Orange, ennesimo trionfo accarezzato e poi solo sfiorato, con un rispetto quasi ossequioso per la qualifica di cicale conquistata con anni ricchi di bel gioco e grandi campioni e poveri di vittorie. Un peccato, davvero: che Euro 2012 sia l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe? Alla capacità di vincere non solo le partite, ma anche i sortilegi di una storia bella ma spesso senza lieto fine, l’ardua sentenza. La squadra olandese, inserita nel girone B, affronterà Danimarca, Germania e Portogallo.

La stella del momento: Klaas Jan Huntelaar
UNA ROSA TUTTA CLASSE E QUALITA’ PRONTA AD AVANZARE NELLA COMPETIZIONE: GLI ORANJE DI VAN MARWJIK – I giocatori a disposizione del tecnico olandese non hanno bisogno di alcun tipo di presentazione. Scorrendo la lista dei ventitré giocatori della Nazionale arancione si possono leggere nomi di tutto rispetto che si candidano ad essere protagonisti dei campionati Europei polacchi e ucraini. In porta il titolare è Marteen Stekelenburg: in questa stagione, il portiere della Roma ha vissuto momenti altalenanti sfoderando grandi prestazioni in alcuni casi alternati a topiche che hanno lasciato di stucco tutti i suoi tifosi. Nonostante ciò l’ex portiere dell’Ajax resta un elemento di sicuro affidamento anche in ambito internazionale. Nel reparto arretrato l’elemento di maggior rilievo è John Heitinga dell’Everton (75 partite e 7 reti con la maglia olandese). I suoi compagni di reparto sono onesti mestieranti che possono aggiungere quantità e fare legna come ad esempio Mathijsen (148 partite nell’Amburgo e 78 in Nazionale), Vlaar del Feyenoord e Braafheid dell’Hoffeneim. Il ventiquattrenne Van der Wiel e il compagno di reparto del PSV Pieters, infine, potrebbero consacrarsi definitivamente. A centrocampo la fa da padrone ancora Mark Van Bommel: il trentacinquenne del Milan sta vivendo un finale di stagione in calo (vedi errore decisivo in occasione del gol di Ramirez contro il Bologna), ma il suo valore resta indiscutibile così come la sua importanza per la squadra. Altro elemento molto importante è Nigel De Jong, centrocampista del City che occuperà la cabina di regia difensiva del centrocampo dei tulipani. In mediana occhio soprattutto a Strootman del PSV, ventiduenne in cerca di conferme. Dalla cintola in su, ecco spuntare una serie di giocatori dalla caratura tecnica elevatissima. Tra le linee c’è sempre Wesley Sneijder, pronto a togliersi con la maglia del proprio Paese tutte le soddisfazioni che non è riuscito a togliersi con la casacca dell’Inter in tutto l’arco di questa stagione, mentre in attacco Van Marwjik ha l’imbarazzo della scelta: il duttile Babel, il solito Van Persie e l’estroso Kuyt non hanno bisogno di presentazione e spalleggeranno la vera stella del reparto offensivo, ossia Klaas Huntelaar. Il centravanti orange, sta segnando con una regolarità impressionante e in Nazionale è già arrivato a quota trenta reti in quarantanove incontri. Cifre da record che solo al Milan non è riuscito a portare avanti. Chiudono il quadro Luuc de Jong e georginio Wijnaldum, entrambi ventenni ed entrambi con tanta voglia di dimostrare il loro valore. In totale i sei attaccanti arancioni (compreso Sneijder) hanno realizzato la bellezza di 109 reti. Un biglietto da visita inequivocabile…
PUNTO DEBOLE: La mancanza di un vero e proprio leader difensivo potrebbe portare ad un po’ di confusione nel reparto.
PUNTO FORTE: I nomi fatti in precedenza parlano da soli: centrocampo di sostanza (De Jong e Van Bommel) e supporto alle punte di estrema qualità (Snejider fra le linee potrebbe creare sfracelli). In attacco, infine, ci sono quattro o cinque top player che farebbero gola a mezza Europa: what else? 
A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano 

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