Vincenzo Galdieri

Talleri e sterline, monete sopraffine

Talleri e sterline, monete sopraffine
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aguero-city-gol2 UN SECOLO FA – Sembra passato un secolo da quando Alessandro Del Piero rifiutò di firmare, poco prima del 2000,  il «contratto del millennio»(copyright Claudio Pasqualin), con una squadra a piacere tra Real, United e Barcellona, o magari di quando, da campione del mondo, rifiutò prima i catalani(che poi acquistarono Henry), poi la squadra di Ferguson, che andarono a Torino per un summit e successivamente i blancos, che volevano un compagno di reparto per la loro bandiera, Raul, solo per restare con la Vecchia Signora anche in B.  Parliamo più o meno dello stesso periodo, anno più, anno meno, in cui Totti rifiutò le offerte miliardarie di Perèz, in cui Maldini non volle lasciare il Milan per le proposte spagnole, il periodo in cui Zanetti restò all’Inter nonostante le avances inglesi. E invece sarà un decennio, annetto più, annetto meno. Facciamo un decennio e un quarto, va. L’impressione di rivivere quelle sensazioni è lontana anni luce, ma rimangono belle, indelebili, simbolo di attaccamento alla maglia, simbolo di moralità. Quanta ce n’è nel calcio di oggi?

SOLDI E SFACCIATAGGINE – Una commedia romantica del 2009 riprendeva una frase che è un cult nel mondo giovanile: «La verità è che non le piaci abbastanza». 

Il concetto si applica al calcio nel rapporto squadra/ambizione. Un calciatore importante, di solito, dovrebbe scegliere la sua destinazione successiva in base al progetto di squadra, alle ambizioni che questa squadra si è posta davanti a sé e in base al tipo di risultati che la dirigenza si è prefissata di ottenere. Tutto lineare, direte? Beh, fate un passo indietro, perché oggi il progetto è qualcosa di associabile ad un nuovo ed innovativo rapporto, che però la sa lunga e che imperversa nel mondo del pallone da almeno un trentennio buono. Oggi l’equazione ha una costante fissa: talleri e dobloni, dollari e sterline, yen e euro, contanti e assegni, bonus e contro bonus. Chiamateli come preferite, ma oggi il mondo del calcio ruota tutto attorno ai soldi. E se il dio denaro non dice la sua subito, lo fa a lungo andare, come nell’epidemia di peste che colpì i protagonisti ne “I promessi sposi” del Manzoni. Perché l’importante è ritrovarsi le tasche piene di soldi e magari andare in qualche locale esclusivo, farsi servizi fotografici dove si assume la posa di intrepido viaggiatore e cadere anche nel vittimismo, quel sano sentimento con cui si cerca compassione e comprensione dagli altri.

I calciofili di vecchia data ricorderanno come il primo vero grande approccio del denaro nel mondo del calcio italiano sia arrivato con l’avvento di Silvio Berlusconi alla guida del Milan. Un mercato principesco, quasi da videogiochi, utopistico e nettamente sopra le più rosee aspettative. Un mercato che fece però della squadra rossonera una corazzata come poche capace di dominare ovunque nel mondo per molti anni. Nel corso degli anni la cosa si è evoluta, ma a piccoli passi. Tanti gli acquisti astronomici, da Ronaldo(quello carioca) a Zidane, da Figo a Buffon e via dicendo. Perché alla fine i soldi contano sempre, anche nel mondo del calcio, passatempo per ricchi ed illusione per ricchi d’animo.

Si arriva ad un punto in cui il mercato è orchestrato dai top club. Alcuni di loro riescono nel grande colpo, altri no, e allora piagnucolano, altri ancora prendono giocatori a mezzo servizio. Avete presente quei tizi pagati 50 miliardi di lire, ma campioni per 6 mesi su 12? E qualcuno si chiedeva: «Ma non l’hanno visto che era incostante? Non potevano pagarlo di meno?» e c’era pure il simpaticone che esclamava: «Mezzo servizio, metà prezzo, 25 miliardi, no?!».

«E no!» risponderei allora io. Perché dio denaro abbaglia e fa sbagliare, illude e ti fa sentire, quando sei direttore sportivo, una spanna sopra tutti, una sorta di Alì del ring, lo Sherlock Holmes della situazione, il premio Oscar della cerimonia. Con i soldi ti senti importante, superiore, che tu sia allenatore, calciatore o dirigente incaricato di ricostruire una squadra alla deriva. E ci si beve pure su, così, per distogliere i pensieri, perché tanto con i soldi nella saccoccia fare il calciomercato è come fare l’asta al fantacalcio.

Ma la prepotenza non c’era ancora, non c’era perché non ci poteva essere. Agnelli, Moratti, Berlusconi, Tanzi, Cecchi Gori: signori talmente pieni di soldi da suscitare quasi imbarazzo, alcuni di loro suscitanti persino timore reverenziale, ma non … sceicchi.

Sceicchi, ecco la parolina magica del calcio di oggi. Sceicchi, a pronunciarla ti ci lavi quasi la bocca e quando tu, tifoso dell’ultima squadra della lega dell’Uzbekistan, leggi sul giornaletto locale che un tale dal nome impronunciabile ha acquistato la tua squadra, offri da bere a tutto il quartiere, perché sai che tanto poi si vince lo scudetto, la Champions, L’Europa Leauge, il Mondiale per Club e tutto quello che c’è da vincere. E poi ci sono i russi, ah, i russi! Con loro non puoi neanche sgarrare che sei subito fuori (Di Matteo ne sa qualcosa). Però spendono quanto gli sceicchi e quando sui giornali si legge che c’è un giocatore importante in procinto di cambiare squadra, lo stesso calciofilo neofita sa che è il preludio di una guerra all’ultimo zero da aggiungere tra russi e sceicchi.

Qualche anno fa il City era una squadra come il Sunderland, o magari il WBA. Una di quelle che stazionava a metà classifica con qualche picco più o meno evidente, che aveva dei giocatori normali, magari pure onesti lavoratori, ma di certo in genere non fuoriclasse. E l’invidia verso la Manchester borghese, quella di Sir Alex, cresceva sempre di più. Finché un giorno … uno di quegli sceicchi dal nome impronunciabile acquista il club e via col primo colpo: voilà, per soli 42 milioni di euro, ecco Robinho dal Real e poi giovani prospetti come Zabaleta e Kompany. Ma non è finita, sull’albero della cuccagna c’è anche spazio per Adebayor, Lescott(un’esagerazione pagarlo 27 milioni) e persino per lo sgarbo agli odiati cugini. Arriva Tevez alla modica cifra di 30 milioni. Ma che saranno mai? E poi Dzeko, Silva, pure Balotelli e Aguero. Ah, dimenticato, gli acquisti sono corredati da ingaggi principeschi. Alla fine il titolo inglese lo vince pure, ma con un finale talmente thrilling che in un ipotetico film, Al Pacino rifiuterebbe di recitarvi. E quest’anno? A gennaio è a meno sette lunghezze dallo United, fuori dalla Champions e con una stagione da rimettere in carreggiata.

IL FESTIVAL DELLO SPRECO – «Scusa, ma che spende solo il City?».«E no! E mica vorrete cavarvela così alla buona?». C’è pure il Chelsea, tramutata da paradiso del fuoriclasse(Zola dixit) a paradiso del contante in nemmeno un decennio. Qui però nessuno sceicco, qui c’è solo Abramovich, un moderno zar … pardon, imprenditore russo che ha talmente tanti soldi da rappresentare da solo il doppio del PIL delle Mauritius.

Non c’è da stupirsi, quindi, se dal 2003 arrivano nomi come Ricardo Carvalho(30 milioni), Didier Drogba(37 milioni), Paulo Ferreira(20 milioni), Wright Philips(31,5), Essien(38), Shevchenko(46), Mikel(23,6), Anelka(20), Bosingwa (ancora 20), Zhirkov(21) e ancora altri come Lukaku(22), Oscar(32), Hazard(40) e Mata(circa 40).

Tutti pezzi da novanta, tutti grandi giocatori al servizio dei blues. Peccato che vincano poco, in relazione a quanto speso, e che Abramovich, prima di poter stringere al petto la Coppa dalle grandi orecchie ci metta circa 8-9 anni. Un’eternità, stando a quanto aveva fatto per la squadra. Il dio risparmio ha provato pure a dargli una sonora lezione, ma lui non l’ha capita proprio. Via Villas Boas, gioiellino in panchina per il quale il russo aveva pagato 13 milioni, dentro Di Matteo, membro dello staff tecnico che in 5-6 mesi vince la Champions League e l’FA Cup, salva l’onore, ridà un’identità alla squadra e addirittura deve fare i salti mortali per convincere la dirigenza a confermarlo. L’italiano rimane, ma una sconfitta per 3-0 contro la Juventus gli è fatale. Dentro Benitèz, che però perde subito il Mondiale per Club. Dal manuale “come dimenticare una lezione di vita”: spendere poco, a volte, non vuol dire avere necessariamente bassa qualità. Ma il buon Roman non recepisce appieno e licenzia colui che gli ha fatto vincere il trofeo più importante d’Europa su due piedi, non pensando che magari un progetto a lungo termine ha il difetto di essere lento e macchinoso.

Ma le riserve aurifere non sono soltanto nel paese dei Beatles: Da qualche tempo, in Francia, c’è una squadra che ha accantonato tutte le vecchie ambizioni per dar spazio alle nuove. Basta con annate non degne della storia del club, si punta addirittura alla Champions Leauge. Manco a dirlo, c’è di mezzo un altro sceicco. Stavolta la squadra è quel  Paris Saint Germain che diede i natali a Ronaldinho. Arrivano Thiago Motta e Gameiro(rispettivamente 11,5 e 11), poi Lugano low cost(3), Menèz(8) e il grande colpo. Alla ricerca di un fantasista in grado di creare gioco e garantire una buona media realizzativa, lo sceicco punta il dito contro Javier Pastore, talentino in erba del Palermo. Lo pagano 42 milioni e il grido comune è unico: Eresia. Il destino(o la realtà?) vuole che l’argentino non si esprima ai livelli di Palermo. Qualche tifoso comincia pure a mugugnare e allora lo sceicco dal nome impronunciabile(eccone un altro), si assicura Verratti, regista gioiellino del Pescara per 12 milioni, quando tutta Italia si era indignata di fronte alle richieste eccessive degli abruzzesi. Ma non finisce qui. L’Italia attrae, eccome se attrae. E perché non fare un tentativo col Milan, dunque? «Tanto i soldi li abbiamo». Vengono sotto la Tour Eiffel sia Thiago Silva per 42 milioni(cifra quasi simbolica del calcio made in money) e Ibrahimovic per 21. Pensate che lo sceicco si accontenti? Allora non avete proprio capito. Più si acquista a cifre apocalittiche, più si vince! Perciò i parigini prendono Lavezzi per 26 milioni dal Napoli e tanto per gradire acquistano con anticipo pure Lucas, diamante grezzo del San Paolo. Per il giocatore bastano 25 milioni come da clausola, ma lo sceicco vuole esagerare e allora dà al patron del San Paolo talmente tanti bonus che la cifra lievita fino ai 40 milioni. Cifra giusta per un ragazzo di 20 anni, ancora acerbo, indisciplinato tatticamente in quanto avente esperienze solo nel calcio brasiliane? Il tempo ce lo dirà, ma per ammortizzare quell’acquisto, dovrà farne di gol e giocate, il nostro Lucas.

Peccato che nella passata stagione il PSG, nonostante Pastore, Motta, Gameiro, arrivi secondo dietro l’umile Montpellier d’acciaio. Ah, i soldi, questi ambigui.

E tanto per concludere, ci si mettono pure i russi, con quelli dell’Anzhi che danno a Eto’ò qualcosa come 23 milioni l’anno e(si vocifera) ne offrono 30 a Leo Messi, che però, cortesemente, declina.

Qualche anno fa ruppe le righe anche il Real Madrid: eh sì, c’era Florentino Perèz. L’uomo che portò Zidane in Spagna dalla Juve per qualcosa come 160 miliardi di lire. La storia si ripete circa un decennio dopo. Il presidente dei blancòs si regala Kakà(68 milioni al Milan e Galliani esultante) e pure Cristiano Ronaldo, che tanto per riempire le colonne dei giornali, viene pagato “soltanto” 98 milioni di euro. Il risultato è questo: un titolo nella Liga grazie all’ingaggio di Mou, che porta in dote pure una Coppa del re. Ma il Barcellona canterano in genere continua a dominare. Ed intanto l’agognato trofeo che Perèz sembra desiderare pure più di sua moglie, la Champions League, non si vede ancora.

Inutile illudersi, non esistono più le bandiere di una volta. Il calcio, per chiarire, è ormai un business in cui i simboli non possono più stare – a parte alcune dovute eccezioni – , dove vengono gentilmente (o anche no) accompagnati alla porta.

«Vogliamo giovani esosi» sembrano quasi dire i presidenti di tutto il mondo. E se dall’altra parte c’è Platini che parla di salary cap, a loro non interessa più di tanto. Ci sarà sempre un modo per acquistare e vendere, magari anche furbescamente, ma ci sarà. 

A cura di Matteo Iacobucci 

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