Enrico Steidler

Armstrong getta la maschera: non si vince senza il doping

Armstrong getta la maschera: non si vince senza il doping
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Grande audience per la prima parte della confessione da Oprah Winfrey in TV

Lance Armstrong durante la confessione di ieri sera in TV

Lance Armstrong durante la confessione di ieri sera in TV

AUSTIN, 18 GENNAIO – Chi si aspettava qualche lacrimuccia è rimasto deluso. Ma anche, forse, chi sperava di sentire qualche nome inatteso, qualche dettaglio scottante o gustoso retroscena. E tuttavia non si può dire che lo “spettacolo” sia mancato.
Con il volto appena indurito per la tensione (scaricata di tanto in tanto con un rapido gesto delle mani o mordicchiandosi le labbra) Lance Armstrong non ha tradito particolari emozioni durante la piena (o quasi) confessione resa a Oprah Winfrey in TV, e almeno ieri sera ha dato la sensazione di aver letto il famoso motto di Jerome Klapka Jerome dire la verità è sempre la politica migliore, a meno che ovviamente tu non sia un ottimo bugiardo.

NON C’E’ SPAZIO PER I PRELIMINARI – La grande signora della televisione a stelle e strisce (elegante ma forse in lite con l’estetista) è davvero impareggiabile nel creare l’atmosfera giusta, e con un tono tenuto mirabilmente in sospeso fra l’inquisitorio e il materno va subito al sodo chiedendo al suo interlocutore di dare una risposta secca, sì oppure no: “Al tempo di tutte le sue sette vittorie al Tour de France, ha fatto uso di sostanze dopanti?” “Sì” – risponde il Cowboy deglutendo in modo quasi impercettibile un po’ di saliva e, forse, anche il rospo – “E secondo lei è umanamente possibile vincere il Tour de France sette volte di fila senza fare ricorso al doping?“ “No, secondo me, no” E ha mai fatto uso di Epo?” “Sì”…“e di trasfusioni?” – incalza la conduttrice, che nel torbido sembra trovarsi perfettamente a suo agio – “Sì”…“e di cortisone, testosterone e ormoni per la crescita?” “Sì”.

Non ha tentennamenti, Lance Armstrong, e, anzi, affronta l’intervista-interrogatorio (che difficilmente farà mai parte dei ricordi più belli della sua vita) come se volesse confermare anche nel momento del supremo imbarazzo la sua fama di “duro”. Certo, forse un po’ corrotto, ma corruttore mai: fra i tanti sì, infatti, c’è anche lo spazio per qualche no, che il campione texano pronuncia con una fermezza non proporzionale alla verosimiglianza: “non c’è mai stato un ordine diretto, o una direttiva per la quale…devi fare questo se vuoi partecipare al Tour, se vuoi far parte della squadra…questo non è mai accaduto”.
Tuttavia, forse consapevole di non essere molto credibile quando nega (la positività riscontrata, e prontamente “occultata”, in un test al Tour di Svizzera,fra l’altro), Armstrong cerca di ricostruire la sua immagine innanzitutto attraverso le conferme (è vero, ammette, che quando fu trovato positivo al cortisone – era il Tour del ’99 – una ricetta medica fu retrodatata) e le scuse, che rivolge a Betsy O’Reilly e ai coniugi Andreu (ma non ai milioni di appassionati ingannati per anni). La Reilly (sua ex-massaggiatrice) e i gli Andreu (Frankie un suo ex-compagno alla U.S. Postal) sono stati per anni i più grandi accusatori del texano, che ora riconosce di avergli “fatto troppo del male per ottenere il loro perdono”.

IL PENTIMENTO, QUESTO SCONOSCIUTO – Ma se si esclude questo piccolo abbandono al rammarico, Armstrong non concede spazio ai sentimenti, né tanto meno al pentimento (che peraltro avrebbe dato la sensazione di essere preconfezionato):Non mi sento un imbroglione: non avevo un vantaggio rispetto agli altri, eravamo tutti sullo stesso piano. Vincere senza doping nella mia generazione non era possibile. Non avevo accesso a cose che altri corridori non potessero prendere (…) Su duecento corridori nel gruppo, forse erano in cinque o sei a non farlo”. “Dal mio punto di vista” – aggiunge – “doparsi era come mettere aria nelle gomme o acqua nelle borracce, lo facevano tutti: questa almeno era la mia visione. Ha comunque una sua dignità questo re che si denuda da solo – almeno questa è l’immagine che egli cerca di proiettare sul pubblico – e la difende anche addossandosi tutte le responsabilità, in particolare quando afferma “non ho inventato il doping, ma non l’ho fermato”.
Posizione nobile, la sua, ma anche conveniente: scaricare le colpe, infatti, significa fare nomi, che magari il campione texano avrà presto la ghiotta occasione di fare, ma di certo non da Oprah Winfrey. Saranno l’Usada (l’Agenzia anti-doping degli Stati Uniti, che lo considera al centro del “più sofisticato programma di doping della storia” ) e il Dipartimento di Giustizia Federale, in quella circostanza, gli interlocutori giusti. Il texano (che rischia il tracollo economico-giudiziario) lo sa, e insieme a qualche segnale quasi subliminale lancia anche un esplicito messaggio: “Se questa commissione (la Commissione Verità e Riconciliazione dell’Usada, ndr) fosse creata, sarei il primo ad andarci. E aggiunge, nel caso non fosse arrivato forte e chiaro: “La mia reazione all’indagine condotta dall’Usada (che ha condotto alla revoca delle 7 vittorie al Tour de France e al bando a vita dal ciclismo) è stata quella di combatterla, come ho sempre fatto. Sinceramente, oggi dico che avrei voluto reagire in modo diverso. Potessi tornare indietro direi all’Usada, dopo aver visto le varie testimonianze, ‘datemi tre giorni, così che io possa chiamare un po’ di persone, la mia famiglia, i miei sponsor’. Mi piacerebbe poter tornare a quel giorno, ma non posso”.
Troppo alta la posta in palio, infatti, per non cercare la sponda di chi può levarlo dai guai: c’è in gioco la sua fondazione per la lotta ai tumori, ad esempio, la Livestrong (già ribattezzata Lie Strong, enorme bugia) abbandonata dai suoi grandi finanziatori e scaricata dagli sponsor (tra cui la Nike), e un numero non precisato di cause milionarie in corso. La tensione, tuttavia, non è un buon motivo per dimenticare gli amici come il dottor Ferrari (“Lo ritengo una brava persona e intelligente”) né gli fa perdere l’occasione per dire cose “politicamente corrette” (“ora con il passaporto biologico e i test fuori competizione è molto più complicato doparsi”).
“Ero un filantropo ma anche un bugiardo, adesso sto pagando un prezzo alto, ma è tutta colpa mia” (…) “Passerò il resto della mia vita (questo il fermo proposito con il quale si chiude la prima parte di uno degli “show” più seguiti degli ultimi anni, questa sera su OWN la seconda e ultima) a cercare di riconquistare la fiducia della gente”.

Chissà, forse è vero.
Enrico Steidler

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