Enrico Steidler

Rochus sul caso Armstrong: anche il tennis è “dopato”, ombre su Nadal

Rochus sul caso Armstrong: anche il tennis è “dopato”, ombre su Nadal
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E tira in ballo Söderling e Rafa Nadal

Il tennista belga Olivier Rochus

Il tennista belga Olivier Rochus

BRUXELLES, 17 GENNAIO – Nel bel mezzo del polverone mediatico sollevato dall’intervista-confessione concessa da Armstrong a Oprah Winfrey (in onda questa sera alle 21, ora di New York, su OWN – Oprah Winfrey Network – e domani alle 21.15 su DMAX), ecco levarsi un altro j’accuse dal mondo – sempre meno immacolato – dello sport. Il belga Olivier Rochus, buon tennista ormai sul viale del tramonto (attuale n° 126 del ranking ATP: vittoria nel doppio a Roland Garros in coppia col connazionale Malisse la gemma della sua carriera, nel lontano 2004) non ha dubbi sulla proliferazione di pratiche dopanti anche nel tennis, e lo dice in modo chiaro (anche se ben poco circostanziato):“Il doping nel tennis è una realtà, lo ribadisco da una decina d’anni. Trattandosi di uno sport fisico ci sono più tentazioni”.

NOMI E COGNOMI“Il caso Armstrong” – aggiunge Rochus nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano belga La Libre – “ha messo in evidenza che non necessariamente essere trovati non positivi ai controlli significa essere puliti: ci sono molte metodologie, medici e ricerche per passare inosservati”.

Il riferimento ai medici non è casuale, e fa da premessa all’affondo vero e proprio di Rochus, rivolto senza tanti giri di parole a Rafa Nadal e Robin Söderling (che peraltro si detestano “cordialmente” fra loro): “Quelle su Nadal sono voci ma siamo in tanti a porci una domanda: come è possibile dominare al Roland Garros ed un mese dopo non essere in grado di giocare? Suona come un sospetto ma non ci sono prove ed è un male”. E poi ancora: “Guardate lo svedese: ha vinto il torneo di Bastad nel 2011 e da allora non ha più giocato un torneo: dev’essere gravemente malato! – dice ironizzando sulla mononucleosi che sarebbe la causa dell’allontanamento di Söderling dai campi da gioco – “In quel momento era all’apice della carriera ed avrebbe battuto chiunque e non si spiega come il giorno dopo si dica che non può giocare a tennis”.

Tutta la requisitoria del tennista belga (che molti considerano ai limiti della diffamazione) trae forza e verosimiglianza da un dato di fatto: troppi medici, nel corso degli ultimi anni, sono stati al centro di scandali legati al doping, dei quali sono cultori, pusher e somministratori al tempo stesso. Michele Ferrari, ad esempio, per quanto riguarda Armstrong (e Schwazer), Eufemiano Fuentes per quanto riguarderebbe Rafa Nadal. L’attività del medico spagnolo, in particolare, finita nel mirino della polizia, diede origine all’indagine passata alla storia con il nome di Operación Puerto: era il 2006 quando Fuentes fu arrestato insieme ad altri quattro (Manolo Saiz, direttore sportivo della Liberty Seguros, José Luis Merino, ematologo, Alberto León, ciclista professionista e José Ignacio Labarta, assistente del direttore sportivo del team Comunidad Valenciana) con l’accusa di essere a capo di un’organizzazione dedita allo spaccio di sostanze dopanti (eritropoietina, ormoni della crescita e anabolizzanti) e alla gestione di autoemotrasfusioni. Lo scandalo che ne seguì coinvolse 58 ciclisti (fra cui Jan Ullrich, Ivan Basso, Alejandro Valverde, José Enrique Gutiérrez e Michele Scarponi) e molti altri sportivi di discipline come il calcio, il tennis e la pallamano, il cui nome, però, fu secretato dal giudice Serrano. A tale riguardo, molto insistenti furono le voci sul coinvolgimento di 5 giocatori del Real Madrid e di un “notissimo tennista spagnolo”, e in quel momento il pensiero dei più volò ai voluminosi bicipiti di Nadal e alla sua incredibile resistenza fisica.

IL NOCCIOLO DELL’ACCUSA“Per me è inconcepibile giocare 5 ore sotto il sole e poi tornare vispo come un coniglio il giorno dopo. Ricordo un incontro contro uno di cui non dirò il nome. Vinsi il primo set 6-1, molto facilmente. Poi lui andò in bagno e tornò che era un altro giocatore. Scappò subito sul 5-3 e quando lo recuperai sul 5-5 cominciò a sanguinargli il naso. Mi sembrò molto strano” dichiarò Rochus nel 2010 in un’intervista pubblicata dal giornale belga “La Dernière Heure”, nella quale il campione di Namur prese di mira – questa volta con tanto di nome e cognome – anche l’argentino Guillermo Cañas (già condannato 4 anni prima a quindici mesi di squalifica per aver assunto un diuretico “coprente”) e la connazionale Justine Henin: “Quello che posso dire è che l’ho trovato (il prematuro ritiro dall’attività agonistica della ex-numero uno del mondo, ndr) sorprendente. Una decisione così improvvisa senza addurre mai un vero motivo. Di solito i grandi campioni annunciano l’addio con anticipo”.
“Tutti sono complici e con il denaro si può comprare il silenzio” conclude oggi amaramente Rochus, forse ripensando ai sospetti sulla Nike, che avrebbe “coperto” il suo più noto testimonial fin dai tempi dell’Operación Puerto. “L’ultima volta che ne ho parlato (si riferisce all’intervista del 2010, ndr) ho ricevuto una lettera di minacce dall’ATP “questa è l’ultima volta che parli senza prove”, ma tutti i giocatori che ho citato sono risultati poi essere positivi ed erano tutti argentini. Piuttosto che questa ipocrisia credo sia meglio legalizzare il doping“.

REAZIONI SDEGNATE, TRANNE UNA – Proprio quest’ultima affermazione, che Rochus va ripetendo da anni, è quella che è stata più censurata dai (pochi) che si sono occupati di questa vicenda nel nostro Paese, dove parlare di doping associandolo ad uno sport come il tennis è ancora considerato tabù, o quasi (prova ne è la scarsa rilevanza suscitata dalle sue ultime dichiarazioni, che invece furoreggiano all’estero). Ancor più che sulla sostanza delle sue accuse (ritenute, non a torto ma troppo sbrigativamente, poco “responsabili” e ancor meno concrete), i critici nostrani puntano il dito su quella che viene considerata, a torto, una suprema prova di incoerenza e di incoscienza.

In realtà non lo è: non è un caso, infatti, che alle medesime conclusioni sia arrivato anche uno dei più infaticabili paladini della lotta al doping, quel Sandro Donati più volte oscurato dai media per la “scabrosità” delle sue posizioni. Già allenatore degli sprinter della nazionale di atletica fra il ‘77 e l’87 e ora consulente della WADA (l’Agenzia mondiale per l’anti-doping), Donati ha lanciato più volte l’allarme sulla diffusione del doping nello sport, in particolare fra le discipline in cui l’esuberanza fisica è fondamentale (in perfetta sintonia, sotto questo aspetto, con quanto affermato da Rochus): “Su qualità atletiche più muscolari, più legate alle doti fisiche” ha di recente ribadito Donati “i farmaci ormonali hanno un effetto molto potente. Mentre sulle “abilità” come l’equilibrio, la fantasia motoria, la capacità di reazione e anticipazione, che sono caratteristiche più raffinate e dipendono dal cervello, le doti naturali hanno ancora molto peso. In quelle discipline sportive dove contano le doti di abilità, il doping c’è, ma non la fa da padrone”.

“Tutto il mondo dello sport” aggiunge sconsolato Donati, portando indirettamente altra acqua al mulino di Rochus “non soltanto io che sono sempre stato un “oppositore” in questo senso, sottolinea la non credibilità dei risultati sportivi di molti atleti spagnoli! Anche le indagini giudiziarie fatte dalla Guardia Civil, come l’Operación Puerto, poi sono state soffocate a livello di intervento della magistratura (…) E’ evidente che lì sono intervenuti “poteri forti” che hanno soffocato gli scandali. Gli spagnoli sono bravi a fornire le prove del doping agli altri Paesi quando erano coinvolti ciclisti di quei Paesi, come Ullrich per la Germania o Basso per l’Italia, ma i propri li hanno salvati e poi soprattutto non è affiorato niente su altri sport professionistici che si sapeva che erano coinvolti nell’Operación Puerto”.

Una cosa, in ultima analisi – è il caso di dirlo – è sicura, al di là della verosimiglianza o meno delle affermazioni di Rochus: le dimensioni di un fenomeno si misurano anche dal mercato, e quello del doping è in costante espansione. Anche nel tennis.

Enrico Steidler

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