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Euro 2012, la strada verso Kiev: la Repubblica Ceca dei campioni e degli astri nascenti

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PRAGA, 24 APRILE – La Repubblica Ceca è una Nazionale collaudata e infarcita di giovani pronti ad esplodere proprio ai campionati Europei. E’ una squadra completa sotto certi punti di vista, ma altrettanto fragile in altri aspetti. E’ una squadra che potrebbe (e dovrebbe) guadagnarsi il passaggio del turno senza grosse difficoltà, anche se i difetti, alla lunga, potrebbero uscire e compromettere la qualificazione. La squadra allenata da Michel Bilek è l’ultima delle componenti del girone A insieme alle già descritte Polonia, Grecia e Russia. Come visto e detto il girone potrebbe non essere così proibitivo, ma tutto sta nelle mani del tecnico ceco. Bilek dovrà amalgamare stelle del calibro di Rosicky e Baros con gioiellini come Kadlec e Necid: il risultato potrebbe essere letale e stratosferico

Una vecchia formazione della “Cecoslovacchia”

DALLA CECOSLOVACCHIA AD OGGI, TRA TRIONFI MONDIALI MANCATI E STORIA D’AMORE CON GLI EUROPEI – Due grandi tronconi storici, nella politica come nel calcio. Non coincidenti, certo, ma siamo nel campo dei dettagli. Se la storia politica del paese boemo è divisa a metà tra il passato comunista da nazione unita ed un presente con due squadre di buon livello, quella calcistica si dipana nella “metà mondiale” e nella “metà europea”, cavalcando controtempo l’onda delle divisioni politiche. Quando il calcio prende a diventare una faccenda seria anche a livello internazionale, il regime comunista ha unito, attraverso la celeberrima “Divisione di velluto”, Repubblica Ceca e Slovacchia in un’unica nazione, che sa esprimere fin da subito una selezione di calcio di livello assoluto. Dopo i timidi esordi, infatti, la Cecoslovacchia sfiora il colpaccio alla prima grande occasione mondiale, quella del 1934: se l’edizione del 1930 fu saltata per problemi economici, quella successiva vide infatti i boemi tra i protagonisti. Guidati dal leggendario portiere Planicka, i cecoslovacchi riuscirono nell’incredibile impresa di giungere alla finalissima contro l’Italia padrona di casa, eliminando una dopo l’altra Romania, Svizzera e Germania hitleriana. Nella finale del Flaminio, un gol di Puc a meno di un quarto d’ora dal termine tolse aria al pubblico italiano, che riprese colore solo con l’immediato pareggio dell’oriundo Orsi. Sarà il bolognese Schiavio, nei supplementari, a interrompere sul più bello i sogni boemi ed a portare l’Italia sul tetto del mondo. La delusione viene prestamente assorbita, e quattro anni dopo solo il Brasile di Leonidas bloccherà ai quarti, e con fatica (2-1 ai supplementari), la nuova marcia dei cecoslovacchi verso la finale Mondiale. Il mondo si ferma per la guerra, e quando la giostra del calcio torna a girare, la Cecoslovacchia pare addormentarsi nell’anonimato. Assente al Mondiale 1950, salta al primo turno sia a Svizzera ’54 che a Svezia ’58, alternando a queste opache prestazioni un secondo posto nella Coppa Internazionale 1948-1953 che ha il sapore della delusione. All’alba del sessanta, ecco la nuova grande rinascita. L’edizione numero zero degli europei vede una Cecoslovacchia buona terza in classifica, eliminata in semifinale solo dalla fortissima URSS poi campione d’Europa. Due anni dopo, ai Mondiali cileni, ecco l’altro grande capolavoro mancato: la squadra boema, guidata dal futuro pallone d’oro Masopust e dall’attaccante Scherer, elimina Messico e Spagna nel girone eliminatorio, batte l’Ungheria ai quarti ed asfalta negli ultimi minuti della semifinale i fortissimi jugoslavi, giungendo alla seconda finale mondiale trentotto anni dopo Roma. Stavolta, c’è di fronte il fortissimo Brasile, Campione in carica e favorito d’obbligo per la vittoria finale. Ancora una volta sono i cecoslovacchi a passare per primi, al quarto d’ora e proprio con Masopust. Sarà una papera del fortissimo portiere Schrojf a dare ai carioca il lasciapassare per il gol del pareggio del futuro milanista Amarildo, con Zito e Vavà che nella ripresa chiudono la sfida e il primo periodo d’ispirazione “mondiale” della squadra cecoslovacca. Da quel momento in poi, infatti, dire Coppa del Mondo in territorio boemo equivarrà quasi a bestemmiare: tre sole partecipazioni (Mexico 70, Spagna 82 e Italia 90) come Cecoslovacchia, con pochissimi risultati di rilievo (solo in Italia Skuhravy e soci passarono il girone eliminatorio, arrendendosi alla Germania nei quarti), ed una sola Coppa vissuta come Repubblica Ceca, Germania 2006 con cocente eliminazione al primo turno. Di converso, però, nasce il grande amore con gli Europei. La scintilla scocca nel 1976: i cechi di mister Jezek eliminano l’Inghilterra nelle qualificazioni, l’URSS nei quarti andata e ritorno e si presentano come outsider alla fase finale jugoslava, vaso di coccio tra i vasi di ferro Germania Ovest ed Olanda. Ai boemi capitano proprio i capelloni guidati da Cruijff, e l’esito appare già scritto, con una carneficina olandese già decantata da tutti i giornali sportivi d’Europa. Eppure, accade l’imponderabile. Guidati dal genio ribelle di Antonin Panenka, i ragazzi di Praga fanno e disfano tutto da soli, con un gol di Ondrus e un autogol dello stesso libero dello Slovan Bratislava, aprendosi così le porte dei supplementari. All’extra-time, gli olandesi non ne hanno più e i gol nel finale di Nehoda e Vesely spingono i cecoslovacchi alla finale contro la Germania. Altro giro, altra corsa: nella finale di Belgrado, i tedeschi campioni del Mondo e d’Europa in carica sono nettamente favoriti, eppure vanno sotto per 2-0. La gara dei panzer è rimessa in piedi solo a dieci dal termine, ma è puro fuoco fatuo. Ai supplementari il 2-2 è d’acciaio, e al centoventesimo c’è spazio e tempo per la novità del secolo. Prima della gara, proprio i calciatori tedeschi, dopo l’estenuante  semifinale con la Jugoslavia, avevano preteso l’introduzione, in caso di parità al centoventesimo, della lotteria dei rigori. Come per incanto, proprio i rigori decideranno, per la prima volta, una finale continentale. Come per incanto rovesciato, i tedeschi subiranno la sconfitta della sorte, lasciando al diabolico cucchiaio di Antonin Panenka, ben prima di Totti, l’onore di portare la prima Coppa Europa in Cecoslovacchia. L’amore per gli europei si consolida quattro anni dopo, col terzo posto raggiunto nella kermesse italiana proprio a danno degli azzurri, sconfitti ancora ai rigori nella finalina di Napoli. Saranno poi le sirene degli anni ottanta, appena dopo l’Oro olimpico conquistato a Mosca nelle Olimpiadi del boicottaggio-USA, a spegnere le velleità di una Nazionale che da quindici anni dopo non esiste più, essendosi scissa in due selezioni diverse. Quella della Repubblica Ceca è senza dubbio la più competitiva, e dimostra fin dalla prima occasione, Euro 96, di saper riannodare i fili della relazione d’amore intrattenuta con gli Europei. La giovanissima squadra di Berger e Nedved, infatti, riesce nell’incredibile impresa di approdare alla finale di Londra, eliminando squadroni come Italia, Portogallo e Francia. Vent’anni dopo Belgrado, si consuma su tutta la linea la vendetta tedesca: sarà un’altra freschissima novità regolamentare, il golden  gol firmato dall’udinese Bierhoff, a decidere una finalissima ipotecata dai cechi con il vantaggio di Berger e poi persa in seguito all’ingresso dell’attaccante di stanza in Italia. Il Mondiale resta tabù, ma gli Europei sono un appuntamento irrinunciabile, seppure con risultati alterni: nel 2000 i cechi restano schiacciati nella morsa FranciaOlanda del girone eliminatorio, mentre quattro anni dopo sarà il greco Dellas, con un diabolico Silvergol (ah, queste diavolerie maledette e benedette nei supplementari…), a bloccare in semifinale la corsa di Rosicky e compagni. Austria/Svizzera 2008 è una pura comparsata (eliminazione al primo turno), e siamo al presente, con una qualificazione acchiappata per i capelli (spareggio contro il Montenegro) e delle prospettive che si dividono tra una rosa di buonissimi giocatori con qualche perla sparsa (il portierissimo Cech, il trequartista Rosicky, il terzino Kadlec), e la solita incostanza ed imprevedibilità in questi grandi appuntamenti. Il girone facile potrebbe aiutare, e la vecchia relazione con gli europei, mai chiusasi del tutto, è un buon punto di partenza. A volte, lo sappiamo tutti, l’amore può fare anche di questi miracoli…

Al centro il gioiello Kadlec abbracciato da capitan Rosicky

TANTE CERTEZZE E UNA CANDIDATURA A PRIMA DEL GIRONE: ECCO LA ROSA ATTUALE – La schiera di giocatori a disposizione di Michel Bilek è composta da giocatori di fama internazionale, di alto livello tecnico oltre a qualche giovane pronto a stupire. La porta è blindata vista la presenza dell’estremo difensore del Chelsea Petr Cech. La difesa è l’unico reparto con meno qualità rispetto agli altri: oltre all’ex Udinese Sivok, ci sono Hubschman (33 partite in Nazionale) e Kadlec. Il resto del reparto è formato da nuovi convocati non più giovanissimi ma pronti a sorprendere gli spettatori una volta scesi in campo. A metacampo spicca la presenza di capitan Tomasz Rosicky. Il numero 10 dell’Arsenal ha vestito anche le maglie di Sparta Praga e Borussia Dortmund e rappresenta una garanzia per il centrocampo ceco. A costruire gioco, oltre a Rosicky ci sono Pudil (proveniente dal campionato olandese e acquistato a gennaio dal Cesena), l’ex Anderlecht e Wolsfburg Jan Polak e il biondissimo Jaroslav Plasil (ex Monaco, Osasuna e Bordeaux). La Repubblica Ceca non è provvista di molti giocatori nella zona nevralgica del campo, anche se soprattutto la presenza del trio Rosicky-Polak-Plasil garantisce sicurezze tecnico-tattiche e una buona dose di esperienza internazionale. L’attacco sarà retto ancora una volta da Milan Baros. L’ex giocatore di Liverpool, Aston Villa e Lione è il secondo capocannoniere della storia della propria Nazionale (alle spalle di Jan Koller) e non vuole certo fermarsi sul più bello. Il centravanti ceco sarà il perno dell’attacco di Bilek: intorno a lui ruoteranno tanti giovani alle prime armi ma dal potenziale interessante. C’è Libor Kozak, gigante della Lazio che potrebbe esordire con la maglia ceca proprio agli Europei. C’è Tomas Necid, ventitreenne del CSKA Mosca con alle spalle 37 gol tra i professionisti e svariate marcature segnate con tutte le nazionali minori del proprio Paese. C’è infine anche Vaclav Kadlec, ventenne centravanti dello Sparta Praga con la bellezza di 78 partite disputate e 16 reti segnate con la maglia della propria squadra sino ad ora. Il giovane puntero è considerato l’astro nascente del calcio ceco e, pertanto, i difensori avversari dovranno marcarlo molto stretto. L’artiglieria si conclude con Rezek e Petrzela, due discreti attaccanti che metteranno il loro bagaglio d’esperienza al servizio della squadra e dei giocatori più giovani.
PUNTO DEBOLE: Manca qualità in difesa, un reparto che potrebbe patire gli attaccanti più talentuosi.
PUNTO FORTE: Qualità a centrocampo e quantità in attacco: dalla cintola in su la Repubblica Ceca potrebbe essere devastante.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano

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