Vincenzo Galdieri

Il gioiello e la pietra

Il gioiello e la pietra
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 TORINO, 3 GENNAIO – Prima di iniziare a parlare di sport, qualcuno deve ricevere un ringraziamento ed uno chapeau da parte mia. Quel qualcuno si può identificare in un mio amico e co-direttore di SportCafè24, Vincenzo Galdieri, e all’editore di questa rivista, Massimiliano Riverso. Senza queste due persone non avrei potuto nemmeno proporre questo articolo e li ringrazio. L’opportunità è qualcosa che, ai giovani, si dà sempre di meno. Il mondo attuale è un mondo per dinosauri e non per ragazzi pieni di buona volontà. 

LA JUVENTUS ATTUALE – La Juventus di oggi, pur non essendo ancora scultorea e resistente come quella del precalciopoli, ha dimostrato a più riprese di essere una squadra solida, dotata di un buon coefficiente tecnico e di un’ottima fisicità. La forza della compagine guidata da Antonio Conte, però, è l’estremo sacrificio a cui tutti i membri della squadra sono sottoposti. Serve un terzino che spinga in fase offensiva? Tranquilli, c’è un centrale di difesa che si riadatta. C’è bisogno di un esterno di centrocampo che faccia la fase difensiva? Niente di più semplice, un banale incontrista può diventare il più veloce dei puledri.

Ma c’è un punto debole in questa Juventus? C’è qualcosa che non vada nella rosa bianconera, qualcosa che potrebbe diventare un cruccio per i ragazzi di Antonio Conte? Nessuna macchina è perfetta e anche tutte le squadre più grandi di sempre hanno avuto un punto debole. E ce l’ha anche questa Juventus. Il punto debole della squadra bianconera, non è un mistero, si chiama attacco.

Il buon tifoso deve analizzare il gioco della squadra con occhio critico al fine di poter trovare, nel suo piccolo, eventuali soluzioni. La Juventus possiede una retroguardia eccellente, formata da giocatori atleticamente stratosferici come Chiellini e Caceres, da registi arretrati con piede educato come Bonucci e da difensori vecchia maniera, da liberi di mestiere come Barzagli. Il centrocampo poi, uh, delizia senza croce. Pirlo il regista, Marchisio l’hitman, il sicario che fa il lavoro sporco, Vidal l’incontrista gladiatore, Pogba il futuro campioncino, Padoin, Pepe i soldatini, le frecce Lichtsteiner e De Ceglie, la bomba atomica Asamoah e altri di contorno.

UN ATTACCO INOFFENSIVO – Si arriva dunque all’attacco, una parte della formazione necessaria. «L’attaccante è importante. Per vincere devi per forza fare gol» disse qualcuno una volta. Niente di più semplice, no? Il fatto è che alla Juve si segna, ma a metterla dentro sono sempre quelli che vengono da dietro, i centrocampisti, che sembrano animati da una sorta di forza astratta e luminescente che riesce a spingerli al di là dei loro consueti compiti. E così, se Vidal a Dicembre si ritrova già con 9 gol stagionali, c’è poco o nulla da sorprendersi, così come se Marchisio termina la stagione con 10 reti e 5 assist. Il centrocampista, però, non può sostituire fino in fondo l’attaccante. Può dargli assist e ossigeno in zona gol, può far vincere la squadra con disinvoltura e convinzione, ma non può sempre costituire la vera e propria arma principale a disposizione, per almeno tre motivi.

1) Si diventa prevedibili e dunque la marcatura in quella zona del campo si farà più incessante. Tenendo conto che il centrocampo è la zona in cui, per ovvie ragioni di posizione, avvengono più contrasti in una partita, ben presto la capacità di inserirsi da parte dei centrocampisti potrebbe essere limitata, specialmente nelle sfide molto intense, dove c’è da lavorare per smistare la palla.

2) Va bene segnare ed un buon centrocampista deve farlo, ma il suo vero compito è un altro e bisogna rendersi conto che responsabilizzare a tal punto un mediano, o un esterno, può diventare controproducente in termini di rendimento. Lo stesso Marchisio, nella passata stagione, ebbe un grande periodo e poi un successivo visibile calo, dovuto alla stanchezza e al fatto che nelle gare doveva compiere tre o quattro movimenti diversi adatti ad ogni situazione.

3) Un top club necessita di un calciatore che lì davanti la sappia buttare dentro e sappia valorizzare il vero compito dei centrocampisti, che è quello di impostare e far segnare, contrastare e ripartire.

In avanti però le aspettative son tutt’altro che rosee. Vucinic è un po’ incostante e i suoi gol vengono considerati qualcosa di speciale. Il montenegrino è comunque considerato importante per la fase tattica che svolge e per alcuni colpi di cui dispone e con i quali riesce a sbilanciare le difese avversarie. Poi c’è Matri, che mi ricorda tanto Vieri.  Iniziata bene la sua esperienza alla Juve, si è visto prima in difficoltà l’anno scorso, quando aveva il compito di dimostrare qualcosa nell’anno dello scudetto e successivamente in totale confusione quest’anno, dove ha alternato prestazioni negative ad altre sottotono.

Discorso analogo a quello di Vucinic, invece, si può fare per Fabio Quagliarella. L’attaccante di origine partenopea possiede dei requisiti interessanti e le sue prestazioni ad inizio stagione l’avevano portato ad essere la prima scelta nelle variabili e incostanti gerarchie dell’attacco. Peccato che i mal di pancia con Conte, la protesta contro Alessio al momento della sostituzione nella gara col Milan e la successiva multa lo abbiano relegato a seconda scelta. A tutto questo si aggiunge una certa vena polemica del giocatore che, giustamente, fanno sapere gli agenti e i familiari, ha giudicato fuori luogo ed eccessiva la punizione (multa di duecentomila euro, mica spiccioli). Giovinco è la persona in cui Conte sembra credere di più, ma il mio pensiero si discosta da quello del tecnico salentino. Personalmente non amo Giovinco. Considero il suo stile di gioco adatto ad una provinciale, ad una piccola squadra nella quale l’obiettivo massimo è la salvezza o, per andar di lusso, il primo posto della parte destra della classifica. Il ragazzo uscito dalla primavera guidata da Chiarenza, a mio avviso, non dispone di quella classe e di quella continuità di rendimento che sono fondamentali per chi vuole avere successo nel calcio e in special modo in squadre blasonate come la Juventus. Il suo acquisto (11 milioni per la metà) ha suscitato perplessità e continua a suscitarne parecchia e la fiducia nello schierarlo costantemente nonostante le prestazioni deludenti, altro non potrebbe essere che una furbissima strategia di mercato orchestrata da Marotta e soci per far sì che il valore del giocatore non scenda in un’eventuale vendita o permuta. Avrà anche segnato qualche golletto, ma i più sono arrivati a partita chiusa, con squadre sbilanciate in avanti o in partite in cui non c’era una grande tensione, o peggio ancora in modo fortuito. Il giocatore ha mostrato metà delle potenzialità che i suoi estimatori gli riconoscono, non convinto su ciò che deve saper fare e soprattutto in affanno non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista tecnico, visto lo spaventoso numero di appoggi e controlli elementari errati in queste prime partite, e tattico vista la sua poca presenza nella fase difensiva, che viene richiesta a tutti gli undici in campo.

Se poi a tutto ciò sommiamo le voci di corridoio che vorrebbero l’attaccante piemontese spesso in contrasto con Alessandro Del Piero, allora abbiamo il quadro totale della situazione. La formichina non piace alla maggioranza dei tifosi bianconeri che lo considerano un giocatore non in grado di spostare gli equilibri. Per quanto riguarda Bendtner, alias “contentino” allora il discorso è molto meno ingarbugliato. Arrivato dall’Arsenal in prestito, nelle poche uscite ha veramente deluso e poi si è fatto anche male. Risultato: due mesi di stop e tanti saluti ai sogni di gloria di convincere il pubblico della prima in classifica.

DON’T GO AWAY, TOP PLAYER – Chi mi conosce sa che mi sono sempre schierato apertamente contro la decisione di mandare via un giocatore straordinario come Alessandro Del Piero e ho personalmente scritto alla dirigenza bianconera organizzando persino delle proteste che tuttora proseguono in rete. La precisazione che voglio fare, però, riguarda il fatto che la mia personale protesta e di tutti quelli che mi hanno cortesemente appoggiato è da rivolgere al vertice bianconero e in maniera particolare al rampollo di casa Agnelli, che nella fattispecie non ha rappresentato appieno il proverbiale stile-Juve.

Oltre ad essere una bassa caduta di stile per il modo in cui si è consumato l’addio, l’aver mandato via Del Piero è già diventato un clamoroso autogol della Juventus, che in pochi mesi si è ritrovata ad avere un calciatore decisivo in meno e tanti dissapori in più. Nessuno toglie i meriti a ciò che la squadra di Conte sta facendo in questo campionato, ma una cosa è certa e inequivocabile: la Juve non dispone attualmente del vero top player, che non è necessariamente il Van Persie, che per andare allo United pretende lo stipendio di Rooney  o il Messi che nel fragile campionato spagnolo gioca appoggiato da tutto il Barca o il Ronaldo di Madrid. La Juventus non ha colui che sposta gli equilibri la partita, che te la illumina con una giocata e che permette alla squadra di avere quel fattore in più per vincere le gare. E Del Piero aveva tutte le caratteristiche per guidare l’attacco della Juve ancora a lungo. Un illustre collega, Mario Sconcerti, ha sostenuto recentemente che per la dirigenza attuale Alessandro fosse troppo ingombrante.

Condividendo appieno la tesi di Sconcerti, la domanda sorge spontanea: lo Stile Juve esiste ancora? Sulla questione Del Piero si è persino espresso Luciano Moggi, re del mercato, che a proposito della cosa ha dichiarato un lapidario «Non so se l’avrei ceduto», seguito da una smorfia dispiaciuta.

Ma allora la dirigenza cosa fa? La dirigenza spulcia, cerca, arranca e fa buon viso a cattivo gioco. Se da una parte Marotta dichiara che il calciatore in grado di spostare gli equilibri (leggasi top player) non serve, dall’altra fissa un appuntamento dopo l’altro con gli agenti di Llorente, Torres, Cardozo e compagnia varia. Il primo, lo spagnolo del Bilbao, è ormai talmente contestato dai tifosi che da eroe cittadino è considerato quasi un peso. Il fatto di aver risposto subito alle avances straniere non è piaciuto ai vari supporters spagnoli e qualcuno di loro ha anche fatto molti striscioni. Llorente non è comunque considerato dagli juventini un calciatore con quelle caratteristiche tali da poter sorprendere le difese italiane. Ha 27 anni e seppur arriverebbe ad un prezzo irrisorio(se si aspettasse Giugno potrebbe arrivare a 0) ci sarebbe comunque un bell’ingaggio da accollarsi. Tatticamente e tecnicamente non convince e l’avvicinarsi ad un campionato italiano, noto per le chiusure degli spazi e la difficoltà nel beffare le difese, sarebbe forse fatale in termini di rendimento. L’altro spagnolo, Torres, con l’arrivo di Benitez ha dichiarato di voler restare al Chelsea, con la speranza che l’ex tecnico del Liverpool possa rilanciarlo. Discorso diverso per Cardozo, per il quale si fanno richieste folli alla pari di punte di altra caratura come Falcao e Higuain. Dzeko è un miraggio e Balotelli una favoletta da rotocalchi sportivi. Ci sarebbe poi l’ipotesi Drogba, suggestiva e suggestionabile, ma con uno stipendio da far crollare ogni fair play finanziario. Il valore dell’ivoriano ex Chelsea è indiscutibile, ma conviene spendere fior di milioni per un biennio,  per un attaccante quasi trentacinquenne che dovrebbe anche adeguarsi ad una nuova realtà? La risposta è talmente ovvia da non meritare considerazione, almeno per il sottoscritto.

La certezza è che qualcuno arriverà. Chi, non c’è dato(temporaneamente) saperlo, ma chiunque dovesse essere il rimpianto persiste. Perché cedere un gioiello e perdere di stile e successivamente raccattare una pietra pagandola fior di milioni? Il motivo lo sanno soltanto in dirigenza. Ah, no, Sconcerti l’aveva capito…

A cura di Matteo Iacobucci 

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