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Ciclismo, Riccò squalificato fino al 2024

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Riccardo Riccò, classe 1983

ROMA, 19 APRILE – Forse qualcuno che ama il ciclismo, che magari attende impaziente mesi o anni pur di vedere dal vivo i propri beniamini scalare lo Zoncolan o il Tourmalet, ora si starà chiedendo come può un ragazzo fortunato, un ciclista promettente e pronto al grande salto, decidere di farsi del male da solo, a tal punto da vedere la propria carriera già conclusa all’età di 28 anni.

Eh si perchè quest’oggi il Tribunale Nazionale Antidoping (TNA) ha squalificato Riccardo Riccò per 12 anni. Il ciclista modenese, che era già stato squalificato per un periodo di 20 mesi nel 2008, non potrà gareggiare fino al 18.01.2024, pagando anche la propria recidività.

Ma partiamo da quel Tour de France 2008: Riccò si presenta in grande forma, essendo arrivato secondo al Giro, e sorprende tutti riuscendo a vincere addirittura due tappe, ma il 17 luglio il suo Tour finisce, perchè prima della partenza della dodicesima tappa gli viene notificata una positività al CERA, l’EPO di terza generazione, che gli era stata rintracciata negli esami effettuati al termine della cronometro svoltasi pochi giorni prima. La sua squadra decide quindi di ritirarsi dalla Grande Boucle ed il giorno seguente licenzia sia lui che il suo compagno di stanza Leonardo Piepoli. Dopo due settimane, dinanzi alla procura nazionale antidoping, Riccò ammette la propria colpevolezza, dichiarando di aver assunto sostanze dopanti. Squalificato per 24 mesi dal TNA, ha visto la pena ridursi a 20 mesi per decisione del TAS, che ha preso in esame la sua collaborazione nelle indagini.

Dopo essere tornato alle corse, ed alle vittorie, nel 2010, Riccò viene ricoverato in fin di vita il 6 febbraio 2011, perchè dopo l’allenamento accusa un blocco renale. Stando al referto dei medici, ed anche ad una confessione che l’atleta avrebbe fatto subito dopo il ricovero, tale blocco era dovuto ad un‘ autotrasfusione di sangue che conservava in frigo da circa un mese. Nel novembre 2011 viene condannato definitivamente dal Tribunale di Tolosa a 2 mesi di carcere con la condizionale ed a 3.000 euro di multa. Fino ad arrivare alla sentenza di oggi, che di fatto dichiara conclusa la carriera del ciclista, rovinata dalla voglia di voler raggingere gli obiettivi a qualsiasi costo, non rispettando le regole, ma anche rischiando la propria vita.

Purtroppo non si riesce a comprendere come un atleta, ma soprattutto un uomo, possa decidere di mettere a repentaglio in tal modo la propria vita, ignorando i rischi per la salute derivanti da procedure mediche altamente pericolose nonchè vietate. Forse la pressione è troppa, forse le aspettative hanno sopraffatto un ragazzo che si è ritrovato in poco tempo da corridore dilettante a star del ciclismo mondiale, sta di fatto che oggi ci ritroviamo a commentare un episodio di cui non vorremmo mai parlare, e che invece, specie nel ciclismo, è purtroppo un argomento ricorrente. Il doping è una piaga di questo sport, come di molti altri, ed anche se le misure, e le risorse, per contrastarlo vengono di continuo rafforzate, si ha l’impressione che la sua crescita sia comunque incessante. Allora forse sarebbe meglio intensificare le misure preventive, inculcare ai ragazzi i veri valori dello sport, attraverso continue campagne, anche promozionali, che ribadiscano con forza e fermezza il principio cardine che recita “l’importante è partecipare“……e non vincere come invece crede chi fa uso di sostanze dopanti per prevalere sull’avversario.

D’altronde come puoi pensare di divertirti praticando lo sport della tua vita se assumi qualcosa che può togliertela?

Armando Lupo

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