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Euro 2012, la strada verso Kiev: Russia, capaci di tutto con le arringhe di un…Advocaat in più

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MOSCA, 20 APRILE – La squadra russa, fin da quando era rappresentante dello sterminato impero comunista sovietico, si è segnalata per una caratteristica ben precisa, che travalica decenni e generazioni calcistiche. L’imprevedibilità, in positivo o in negativo. E se oggi Lenin e i suoi figli socialisti paiono essere lontani secoli, la peculiarità della nazionale col CCCP sul petto si è trasferita pari pari sulla nazionale più rappresentativa della flotta nata dalla disgregazione post-muro di Berlino. La selezione Russia, prima figlia etimologica, territoriale e calcistica della vecchia URSS, è una nazionale capace di tutto: di arrivare in semifinale agli ultimi europei come di fallire per due edizioni di fila la qualificazione al Mondiale. Quindi, fare un pronostico sul prossimo Europeo è impresa non ardua, di più. La qualità della rosa andrebbe abbondantemente oltre i quarti di finale, anche per merito di un campionato di riferimento che, poggiato su una solida base di rubli e petrolio, sta pian piano raggiungendo alti standard di competitività. Aggiungiamo ai freschi prodotti aborigeni (Akinfeev e Dzagoev su tutti) i figli di Mosca che, tra alti e bassi, hanno fatto o fanno bella mostra di sé nel gotha del calcio europeo (Arshavin, Progrebnyak, Zhirkov), ed ecco servita una squadra che non usurperebbe di certo almeno un quarto di finale. La guida tecnica appassionata e competente d Dick Advocaat potrebbe essere il giusto correttivo per un movimento calcistico con un palmares tutt’altro che pari a doti e possibilità. Così come potrebbe essere l’ennesimo canto di cicala di una nazione di virtuosi assi della pedata allergici alle grandi vittorie.

Una formazione dell’antica URSS

JASCIN, LOBANOVSKY, HIDDINK: CALCIO, POLITICA E FUTURO PER GLI EREDI DELLA CCCP – Prendete uno stato dal bisticcio facile con la politica, legatelo alla storia del calcio, ed ecco il doppio nodo di una Nazionale fortissima con poche medaglie sul petto. In pochissime parole, ecco liofilizzata la storia della Nazionale russa, esempio mirabile dei legami forti tra i sentimenti di identità ed appartenenza nazionalisti ed il football. Com’è possibile, infatti, che in quasi cinquant’anni di storia, una nazionale con un bacino di calciatori potenzialmente sterminato abbia messo assieme appena un titolo europeo e due ori olimpici? Eppure, è la realtà. L’URSS, intesa come repubblica confederata comunista, nasce e si consolida a cavallo delle due guerre mondiali, e scusateli se, prima che della nazionale, i signori dei soviet si siano occupati prima della messa a punto di una nazione sterminata. L’esordio vero e proprio avviene solo dopo la guerra vinta contro i nazisti, ed a distanza di poco più di un decennio, ecco le prima grande occasioni internazionali. Le Olimpiadi di Melbourne del 1956 seguono di quattro anni la prima partecipazione ai Giochi, e vedono i sovietici uscire vincitori dopo la finale con la Jugoslavia. I Mondiali del 1958, svoltisi in Svezia, vedono la Russia (nome “italiano”, generalizzato e generalizzante, della nazionale sovietica) qualificarsi per la prima volta, superare il primo turno ed uscire solo nei quarti contro i padroni di casa. E’ già la Russia di Lev Jascin, sensazionale portiere della Dinamo Mosca e leggenda  conosciuta col nickname di “Ragno Nero” dagli appassionati di tutto il mondo. Sarà l’unico portiere a portare a casa il Pallone d’Oro (1963), così come il grande protagonista dell’unica grande affermazione dell’URSS “dei grandi”, prima nazionale a fregiarsi del titolo di Campione d’Europa. Dopo la nascita e il grande successo della Coppa dei Campioni, Henri Delaunay, segretario UEFA, propose la creazione di un Campionato europeo per nazionali che avesse carattere ufficiale e meno episodico della vecchia Coppa Internazionale, unica competizione che avesse fino a quel momento messo di fronte rappresentative europee. La risposta partecipativa delle rappresentative europee è soddisfacente, ma il torneo, orchestrato su fasi eliminatorie andata e ritorno, vive ancora di condizionamenti politici lontani dal mondo dello sport. La Spagna franchista rifiuta di giocarsi i quarti di finale contro i sovietici, e così Jascin e soci, dopo aver eliminato l’Ungheria agli ottavi si ritrovano direttamente alla fase finale, in programma in Francia e organizzata su semifinali e finale secche. I russi schiantano in semifinale la Cecoslovacchia, per poi arrivare sino ai supplementari della finale contro la Jugoslavia. Il 2-1 finale, messo a segno da Ponedelnik a cinque giri di lancetta dal replay match, apre un rapporto storicamente florido tra la nazionale in maglia rossa e i campionati europei. Basta fare un paio di conti per capire che si parla di un amore grande e tormentato, ma mai più a lieto fine per i sovietici: nel 1964 e nel 1972 saranno Spagna (rivincita franchista in un Bernabeu in visibilio) e Germania Ovest a sconfiggere i russi in semifinale, mentre nel 1968 sarà solo la monetina del San Paolo a mandare alla finale di Roma i padroni di casa italiani al posto degli onnipresenti sovietici. La dimensione di vertice senza acuti della nazionale dei soviet viene confermata anche dalle contestuali partecipazioni ai Mondiali: a Santiago, nel 1962, i quarti ed i padroni di casa del Cile furono fatali a Jascin e soci, mentre quattro anni dopo furono i tedeschi ad interrompere la strada dell’URSS, e solo in semifinale. Nel 1970, l’ultimo gala del quarantunenne Jascin e della prima generazione d’oro del calcio russo, è tempo di una semifinale scippata dall’Uruguay solo nel secondo supplementare. Dopo il primo periodo d’oro, seguiranno anni bui per il calcio made in URSS, almeno fino alla grande epopea del “calcio del 2000” di Valery Lobanovky, allenatore storico della Dinamo Kiev cooptato sulla panchina della Nazionale a partire dal Mundial 1982, il punto di partenza per la nuova grande generazione di campioni russa, capeggiata da Oleg Blochin, Pallone d’Oro 1975 ed alfiere della Dinamo di Lobanovky. L’esperienza spagnola si conclude solo per differenza reti nel gironcino di semifinale, per poi sublimarsi ai massimi livelli nel quadriennio 1986-90. In Messico, Lobnovsky e i suoi mettono in mostra il calcio più veloce e spettacolare dell’intera prima fase, per poi squagliarsi come neve al sole agli ottavi contro il Belgio, nonostante la tripletta del grande stoccatore dell’attacco russo, quell’Igor Belanov in grado di portarsi a casa il Pallone d’Oro 1986. Mai Balloon d’or fu forse più bugiardo, ma esplica l’ammirazione del Vecchio Continente per il laboratorio del colonnello Lobanovsky, che due anni dopo arriva ad un passo dal trionfo. L’Europeo tedesco della CCCP si apre e si chiude contro l’Olanda, in due maniere antitetiche: se nella gara d’esordio il gioco fisico e supersonico della banda russa (e l’assenza di Van Basten) partoriscono una vittoria meritata per i russi, la finale di Monaco di Baviera, una volta eliminate Irlanda, Inghilterra ed Italia, vede trionfare, in una sfida tra grandi e bellissimi cigni idiosincratici alla vittoria, l’Olanda del cigno vero e proprio, quel Marco Van Basten che regala al mondo una prodezza incredibile e ai suoi compagni in maglia orange il primo e unico grande titolo della storia. Nello stesso anno, i Giochi di Seoul premiano la giovanile sovietica, ma siamo agli ultimi fuochi. La storia dell’URSS nazione e dell’URSS nazionale è ai titoli di coda: i Mondiali del 90 (inopinata quanto sorprendente eliminazione al primo turno) e le successive qualificazioni europee (Italia eliminata) saranno l’ultimo vagito della nazionale confederata, destinata nel breve volgere di un anno a sfaldarsi. Gli Europei svedesi (Svezia come ideale chiusura del cerchio, trentaquattro anni dopo la prima grande apparizione internazionale), affrontati e persi al primo turno come Comunità Stati Indipendenti, segnano la fine della storia. La Russia, nazionale dell’immensa federazione con capitale a Mosca, diventa la prima erede calcistica degna di nota, qualificandosi ai Mondiali di USA 94. L’esperienza sarà breve e storica allo stesso tempo, con una cocente eliminazione al primo turno e un capocannoniere carneade, Oleg Salenko, lanciato nel libro dei record dopo l’inutile cinquina messa a referto contro il Camerun. L’eliminazione al primo turno si replica ai successivi Europei del 1996 e Mondiali del 2002, le uniche manifestazioni a cui la nuova nazionale riesce a qualificarsi. La tendenza all’imprevedibilità tipica della nazionale fu sovietica esplode a partire nel 2008, quando Guus Hiddink siede in panchina e tutta la Russia sogna il grande rientro nel gotha. Il cammino agli europei dei russi è sorprendente (clamoroso il 3-1 rifilato ai quarti all’Olanda), ma sbatte sull’invincibile Spagna di Aragones, che stravince in semifinale (3-0) e vola verso l’accoppiata Europeo-Mondiale. Il Mondiale, appunto: sogno proibito di una Russia che riesce nell’impresa di farsi eliminare, nelle qualificazioni a Sudafrica 2010, ed agli spareggi, dalla piccola Slovenia . La qualificazione agli Europei colta lo scorso ottobre lancia il sondaggio: sarà la volta della Russia che lascia a bocca aperta o invece vedremo una squadra incolore ed abulica? Dasvidania in Polonia e Ucraina per la risposta definitiva…

Pavlyuchenko festeggia Arshavin a Euro 2008

BOCCHE DI FUOCO MA NESSUN “GIOVANISSIMO”: ECCO LA SQUADRA DI ADVOCAAT – La squadra a disposizione del CT olandese, inserita nel Girone A con le già descritte Grecia e Polonia e con la Repubblica Ceca, vanta al suo interno elementi di sicuro affidamento e con una consolidata esperienza internazionale precedente o attuale. In porta c’è Akinfeev stella del settore giovanile dello Spartak Mosca, ora diventato estremo difensore maturo e affidabile. In difesa i nomi di spicco sono Aleksandr Anjukov dello Zenit di Spalletti (57 gare disputate in Nazionale) e i gemelli Berezuckij, novantanove presenze in due in Nazionale entrambi attualmente al CSKA Mosca. A completare il reparto ecco due nomi interessanti: Denis Kolodin della Dinamo Mosca e Roman Sirokov dello Zenit. A centrocampo il guru è Igor Semsov (56 gare con la maglia della Russia) trentaquattrenne della Dinamo Mosca. Gli altri componenti del reparto sono l’ex Chelsea Zirkov, Kostantin Zyrjanov (7 marcature per il proprio Paese, una vita fra Spartak e Torpedo Mosca) Dinijar Biljaletdinov (ex Lokomotiv con alle spalle un’esperienza all’Everton) e Vladimir Bystrov. La new entry è Dzagoev eclettico esterno del CSKA Mosca cercato con insistenza dalla Lazio nel mercato di riparazione: il ventiduenne potrebbe candidarsi come una fra le note positive del campionato Europeo. L’attacco è sicuramente il reparto più completo sia dal punto di vista qualitativo sia dal punto di vista realizzativo. Le stelle sono Andrej Arshavin e Roman Pavlyuchenko: il primo è tornato allo Zenit dopo 89 gare disputate con l’Arsenal, mentre il secondo è tornato in Patria soltanto quest’anno dopo quattro stagioni più che positive con la maglia del Tottenham. Anche Kerzakov (17 gol segnati, già bomber del Siviglia) e Sicev (15 reti, vecchia conoscenza dell’Olympique Marsiglia) possono garantire una discreta rapacità negli ultimi sedici metri. Infine, non va dimenticato il girovago Pogrebnjak, tanti gol segnati con otto diverse squadre. L’età media della squadra non è molto bassa, ma la maggior parte degli elementi ha fra i 28 e i 30 anni (ben dodici elementi della rosa a disposizione di Advocaat). Il dato curioso è che tutti i giocatori, tranne Pogrebnjak, sono tornati a giocare in Madre Patria dopo le rispettive esperienze passate all’estero. Poi che non si dica che la saudade è tipicamente brasiliana…
PUNTO DEBOLE: Una rosa non giovanissima potrebbe patire le difficoltà di una competizione dura come quella europea.
PUNTO FORTE: L’esperienza internazionale potrebbe permettere alla squadra di Advocaat una migliore gestione delle partite.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano

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