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Overvaluation: Patrick Kluivert, alti e bassi in tinta rossonera

Overvaluation: Patrick Kluivert, alti e bassi in tinta rossonera
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Il gol che vale una carriera, una carriera ad inseguire di nuovo quella gloria: Patrick Kluivert e la sua storia da predestinato fallito a metà

Kluivert con la maglia del Barcellona

NIMEGA, 13 DICEMBRE – Stadio Prater di Vienna, 24 maggio 1995. In campo, per la finale di Champions League, due squadre e due filosofie contro. Da una parte il Milan di Capello, detentore della Coppa e rimasuglio di uno straordinario ciclo di vittorie, fuoriclasse e quattrini. Dall’altra la seconda grande versione della storia dell’Ajax, la fioritura di talenti 2.0 dopo la rivoluzione degli anni settanta: i successori del gruppo di Cruijff si chiamano, uno dietro l’altro, Overmars, Davids, Reiziger, Litmanen, Seedorf, De Boer (gemelli) e Kanu.

A venti dalla fine, il santone dei lancieri, Louis Van Gaal, decide che la gara di Litmanen è giunta al termine. In campo, in suo luogo, l’ennesimo prodotto dell’accademia, Patrick Kluivert. Diciott’anni, una stagione d’esordio monstre alle spalle e un avvenire di platino. Eppure, il meglio deve ancora venire: passano quindici minuti, e il ragazzino d’oro scrive la fiaba più bella, con un gol da rapace d’area che vale l’1-0, il quarto trionfo dell’Ajax e il picco massimo della nuova grande covata di piccoli campioni provenienti da Amsterdam  e dintorni. La diaspora che pian piano inizia a sottrarre i calciatori alla casa madre, inizialmente, non tocca il prode Patrick: per lui, altre due stagioni nel ventre caldo dell’Amsterdam Arena, con un’altra Champions sfiorata (finale persa a Roma con la Juventus), due titoli olandesi e un buon numero di gol (in tutto trentanove in settanta presenze) totali, seppur al di sotto degli standard preventivati dopo gli scintillanti esordi. L’esordio nella Nazionale Orange, datato 16 novembre 1994, e la partecipazione a Euro 96 fanno di lui un calciatore appetito dalle grandi, un potenziale crack dell’attacco con età bassissima e pedigree internazionale praticamente già formato.

ANNO HORRIBILIS IN ROSSONERO– Forse memori di quanto gli rubò, il Milan bussa alla porta del giocatore per chiedergli un risarcimento in forma di gol. E’ l’alba del 1997/98, e i rossoneri vivono una rifondazione che sa di vecchio. Capello, dopo lo scudetto a Madrid, è stato convinto a tornare, a patto che la squadra venga smantellata e rimodellata con costosissimi aggiusti. Kluivert, tra questi, è quello più atteso: il suo bagaglio tecnico completo, la verdissima carta di identità e la vicinanza di un volpone come Weah fanno riporre in lui le speranze di tutti i tifosi del diavolo, così come quelle di tutti gli appassionati, desiderosi, al di là delle bandiere, di innamorarsi di un nuovo Van Basten. Le suggestive premesse saranno clamorosamente disattese: il giovane Patrick si rivela troppo molle per la nostra Serie A, e onora (si fa per dire) la sua stagione con appena sei gol in ventisette partite, più tre centri in Coppa Italia. Roba da poco, considerando anche l’abulia che pare attanagliarlo in ogni istante e la capacità tutta “calloniana” di impappinarsi più volte negli uno contro uno con gli estremi difensori. Diverrà una leggenda della Gialappa’s Band, e solo la buona prova a metà (due centri in cinque gare) ai Mondiali come centravanti titolare dell’Olanda medaglia di legno riesce a riabilitarlo. In parte, però: il Milan, che ha appena preso Zaccheroni e Bierhoff, ritiene eccessivo il parco attaccanti, sbolognando proprio l’olandese al Barcellona. Trenta miliardi, l’affare è servito.

IDOLO DEI CULE’ Sono tanti i calciatori di fuorvia giunti nel nostro paese e rimandati al mittente con attaccato sul di dietro un adesivo con l’infamante dicitura “bidone”. Tanti se le sono meritati, Kliuvert forse no. Non tanto per il suo valore effettivo, quanto per la sua capacità di cogliere l’attimo, la squadra e l’habitat ideale e disegnare una carriera forse meno abbagliante di quanto profetizzato, ma in ogni caso di altissimo livello. Il Barcellona sta a Kluivert come il cacio ai maccheroni: non solo Van Gaal in panchina, ma anche una nutrita ciurma di campionissimi impegnati contro squadre molto meno tignose di quelle del durissimo campionato italiano. Fatto sta che il bidone milanista si trasforma, d’improvviso, in idolo del Nou Camp. Il solo trofeo conquistato, la Liga del 1999, stride con le centoventi reti messe a segno in sei stagioni tra campionato e coppe varie, e con la qualifica di grande di ogni tempo ancora oggi attribuitagli in Catalogna.

DOPO IL BARCA – L’addio del 2004, giusto prima dell’avvio della leggenda blaugrana di Ronaldinho prima e Messi e canterani poi, segna il declino del delantero olandese. Né l’avventura in Premier col Newcastle (tredici gol, di cui ben cinque in Coppa UEFA, in trentasette gare), né il tentativo bis nella Liga (un solo gol in undici apparizioni col Valencia) restituiranno a Kluivert la ribalta goduta in azulgrana. Il ritorno a casa, nel PSV, conferma l’andatura verso il basso (tre soli gol), e la comparsata finale col Lille, una quindicina di presenze in tutto, è pura accademia. Trentadue anni avanzano addirittura per dire stop, con un totale di duecento gol tondi tondi in carriera più settantanove apparizioni e ben quaranta gol in maglia Orange, col titolo di bomber di sempre della nazionale olandese. Record forse inaspettato per un calciatore che pare aver sperperato il suo talento, ma che forse dice tanto su quello che poteva essere e che poi non è stato. Merito del Milan per il lancio, colpa del Milan per una carriera che non ha saputo dare quanto le doti promettevano: ah, questi cattivoni di italiani…

Alfonso Fasano   

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