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Uno sport bello da morire

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Piermario Morosini

LIVORNO, 17 APRILE 2012 – Quello di Piermario Morosini è solo l’ultimo nome di una lista di calciatori deceduti in campo per arresto cardiaco, che anno dopo anno si allunga sempre più. Una lista fatta di ragazzi che sono morti facendo quello che più dava loro gioia nella vita: giocare a calcio.

SI PUO’ MORIRE COSì? Di queste notizie non se ne dovrebbe mai sentir parlare, soprattutto quando si tira in ballo la parola professionismo. Una parola che nel calcio, al giorno d’oggi, dovrebbe significare sanità e sicurezza ai massimi livelli. Purtroppo però, nonostante i numerosi controlli e le numerose equipe di medici a disposizione delle società, anche nel 2012 ci troviamo ogni tanto a raccontare storie che ci lasciano tristezza e tanta rabbia. La rabbia nel chiedersi come sia possibile che atleti apparentemente robusti e forti possano morire in campo nel pieno della loro giovinezza. Giusto anche specificare però che di calcio non si muore. In Italia negli ultimi 40 anni sono solo tre i casi di decesso in campo nelle maggiori serie dei vari campionati professionistici, un dato che certamente non allarma e che fa ben sperare per il futuro. Resta comunque l’amarezza di aver perso un altro ragazzo che faceva del calcio la sua passione, e un dubbio su cui riflettere: davvero non si può fare di più?

PIERMARIO, UNA VITA SEGNATA DALLA TRAGEDIA. Gli scettici e gli addetti ai lavori hanno parlato di tragica fatalità, i religiosi e i credenti di un destino segnato. Piermario Morosini era un ragazzo a cui la vita aveva dato e tolto tanto. Nato e cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta, Piermario dimostra sin da subito di potersi meritare il calcio dei grandi, quello che tutti sognano da ragazzini. Proprio quando la sua carriera sembra avere una svolta, con le prime convocazioni nella nazionale Under 17, Morosini resta orfano della madre Camilla; due anni dopo morirà anche il padre Aldo. A quanto pare però il destino non ha finito con lui, e nel 2002 il fratello disabile si suicida lasciandolo solo un’altra sorella (anch’essa disabile). Nonostante questo Piermario non molla: continua a giocare nell’Atalanta e si fa tutta la trafila nelle selezioni della nazionale giovanile under 18,19 e 20. Poi la svolta: nell’estate del 2004 passa all’Udinese, e il 23 ottobre 2005 esordisce in Serie A contro l’Inter giocando uno scampolo di partita. Da lì inizia una serie di avventure che lo portano a giocare lontano da Udine: prima Bologna, poi Vicenza, Reggina, Padova, ancora Vincenza e infine Livorno, squadra in cui milita da gennaio 2012. La fine della sua triste storia si consuma sabato 14 aprile a Pescara: un arresto cardiaco fulminate che toglie la vita a di un ragazzo di soli 25 anni. Il polverone di polemiche alzatosi per via di quei soccorsi giunti in ritardo e per quell’ambulanza bloccata da una macchina in divieto di sosta, è stato aspirato dalle parole dei medici, secondo i quali un minuto in meno non sarebbe bastato a salvare la vita di Piermario.

SEVILLANO…A LA MUERTE! Riavvolgendo il nastro della memoria, per trovare una storia simile dobbiamo tornare indietro di quasi 5 anni. Antonio Puerta nel 2007 è giovane calciatore spagnolo che dopo qualche ottima stagione con la sua squadra sembra pronto a fare il grande salto. Nato a Siviglia inizia a tirare i primi calci al pallone proprio nella squadra della sua città: il Sevilla Fútbol Club. La stagione della sua consacrazione è quella del 2005/2006, annata in cui esplode come titolare della squadra andalusa e vince la Coppa Uefa nella finale contro il Middlesbrough. Ad agosto trionfa nella finale di Supercoppa Europea contro il Barcellona e nel corso della stagione si guadagna la convocazione con la nazionale spagnola. A maggio del 2007 il Siviglia fa il bis coppa Uefa contro l’Espanyol e le quotazioni di Puerta salgono vertiginosamente Nel corso della stessa estate infatti è il Real Madrid a mettere gli occhi sul giovane talento del Siviglia. Le merengues ci provano in tutti i modi, ma Puerta vuole diventare simbolo e bandiera della sua città, per cui rifiuta il trasferimento. Il 25 agosto Puerta perde conoscenza per un arresto cardiaco durante l’incontro tra Siviglia e Getafe. Soccorso dai compagni che ne evitano il soffocamento per mezzo della propria lingua, Puerta viene condotto negli spogliatoi, ma colpito da ulteriori arresti cariaci viene portato d’urgenza all’ospedale più vicino dove viene sottoposto a rianimazione cardiopolmonare. Nonostante i numerosi tentativi di salvarlo, l’aggravarsi delle sue condizioni porta i medici a dichiararne la morte causata da una encefalopatia post anossica il 28 agosto, all’età di soli 22 anni. L’autopsia rivelerà che i giocatore andaluso era affetto da displasia ventricolare destra aritmogena, una patologia che, con esami più approfonditi, sarebbe potuta essere certamente diagnosticata. Qualche giorno dopo il Siviglia gioca comunque la finale di Supercoppa Europea contro il Milan. Per rendere omaggio al giovane collega scomparso, entrambe le formazioni scendono in campo con il lutto al braccio e la scritta Puerta sotto il numero della propria maglia.

NON SOLO SPAGNA E ITALIA. La morte in campo per arresto cardiaco non è soltanto una tragica coincidenza che ha coinvolto il calcio italiano e spagnolo. Tornando indietro di quasi 10 anni, nel 2003 fu un giovane calciatore camerunense a restare vittima di un fatale incidente. Nel corso della semifinale di Confederations Cup fra Camerun e Colombia disputata a Lione il 26 luglio, Marc-Vivienne Foè, centrocampista del Manchester City e della nazionale camerunense, sviene nel cerchio di centrocampo colpito da arresto cardiaco; morirà dopo circa un’ora di disperati tentativi di rianimazione risultati vani. L’autopsia rivelerà che il giocatore era affetto da cardiomiopatia ipertrofica, una malattia congenita molto diffusa soprattutto nelle popolazioni africane; secondo alcuni specialisti la presenza di un defibrillatore allo stadio avrebbe salvato la vita allo sfortunato atleta. Un altro ragazzo che ha seguito le sfortunate orme dei colleghi sopracitati è Miklós Fehér, centrocampista ungherese deceduto in campo il 25 gennaio 2004, a soli pochi mesi di distanza dalla tragedia di Foè. Feher giocava con la maglia del Benfica e quel giorno la squadra di Lisbona era impegnata nella trasferta di Guimarães per la partita contro il Vitória. Durante i minuti di recupero il giocatore si piega sulle ginocchia e cade a terra dopo pochi secondi. I medici, constatato che il giocatore ha subito un arresto cardiaco, effettuano il primo soccorso e per fare entrare l’ambulanza sul terreno di gioco viene anche demolito un muretto. Trasportato d’urgenza all’ospedale più vicino, poco prima della mezzanotte viene annunciata la morte del giocatore per fibrillazione ventricolare causata da cardiomiopatia ipertrofica. Aveva solamente 24 anni.

A cura di Carlo Alberto Pazienza

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