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La Serie A “spezzatino” che piace…alle TV

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ROMA, 27 NOVEMBRE – Questo ultimo turno di campionato mi ha dato lo spunto per trattare un argomento che in quanto appassionato di sport, calcio nella fattispecie, prima ancora che uno scrittore di e per sport mi ha lasciato non dico con l’amaro in bocca – i problemi e i dispiaceri veri sono altri – ma quasi. E sapete perché? Perché non sopporto di vedere il nostro campionato di Serie A, il nostro amato calcio italiano massacrato dalle razzie dei signori delle televisioni. E attenzione, non sto sputando in un piatto in cui un giorno non mi dispiacerebbe affatto mangiare, sto solo constatando l’esagerazione a cui siamo arrivati.
Ormai l’italico torneo sembra un mobile svedese, è componibile, smonta e rimonta. E’ un rompicapo da risolvere, un collage da mettere insieme per capire chi gioca, chi ha giocato e chi e quando deve ancora scendere in campo.

Il turno che andrà a concludersi stasera con Lazio-Udinese in programma alle 20.45 ne è un esempio più che lampante. Palermo-Catania sabato in posticipo serale e fin qua tutto normale. Poi si va a vedere l’elenco dei match della domenica e se ne vedono solamente sei, tra cui l’altro posticipo, Milan-Juventus. E tutte le altre partite? Dove sono finite? Sparite? Cancellate? Sospese? No, non allarmatevi, lunedì alle 19 (sì, alle 19!) Napoli-Cagliari, e neanche due ore più tardi Parma-Inter. Non è finita qua, la “domenica” forse più lunga del calcio italiano. Stasera all’Olimpico di Roma si affronteranno Lazio e Udinese, forse la scelta più sensata visto che entrambe hanno giocato in Europa League giovedì e a entrambe è stata data la possibilità di due giorni di riposo in più.
Senza contare le volte che l’anticipo delle 12.30 ci sveglia dal sabato sera precedente. Fortunatamente ogni squadra gioca solo due incontri a questo orario.

Evidentemente questione di diritti (e doveri) televisivi, di bacini di utenza e pubblico pagante da divano. Ci sentiamo dire che in Inghilterra è una vita che spezzettano la Premier e le altre serie minori, che alla fine non potrà mica poi essere un problemone. In effetti non lo è, sia chiaro, ma credo che tutti rimpiangano la vera domenica di Serie A. Un anticipo e un posticipo. Stop, basta così. In settimana le coppe, gli orari indecenti lasciamoli alla ingiustificatamente bistrattata Coppa Italia, no? No. Ci spiegano che appunto l’Inghilterra lo fa, magari la Germania. Ma cosa abbiamo noi in comune con questi campionati? Non abbiamo ancora neanche fatto passare la legge sugli stadi di proprietà. Giusto oggi mi è capitato di avere sotto gli occhi le cifre derivate dalla ripartizione dei diritti tv, in un confronto tra Serie A e Premier League.

La Juventus guida la classifica, 103 milioni. Le due milanesi ne prendono 87, 20 in più del Napoli e 30 più delle romane. Palermo, Sampdoria e Genoa non arrivano a 40 milioni (38, 37 e 36 rispettivamente), cifra più o meno simile a Udinese e Cagliari. Al Parma ne arrivano 30, al Catania uno in meno. Chiude il Pescara con 24.
La disparità è netta, palese. E cosa succede in Inghilterra invece? City e United ne mettono in saccoccia 60, le altre big (Arsenal, Chelsea, Liverpool e Newcastle) si aggirano intorno ai 55 milioni. Il punto è che all’ultima, i Wolves, ne vanno 40.
Non serve la calcolatrice. Forbice tra Pescara e Juventus: 79 milioni. Gap tra Wolvese e le due di Manchester: 20 milioni.
Oltre al danno anche la beffa, il Cagliari, solo un esempio, ha giocato lunedì alle 19.00 per avere un distacco di circa 35 milioni di euro dal Napoli.
Non molto equo, non pensate? Eppure sono questi i motivi che ci tengono incollati alla poltrona, molte persone non possono materialmente raggiungere lo stadio a determinate ore. Intenzionalmente o no, stanno traslocando il calcio dagli spalti ai salotti, che certamente sono più comodi di molti stadi italiani. E allora perché dobbiamo prendere freddo invernale, pioggia primaverile quando a casa stiamo asciutti e caldi con il nostro plaid? Non c’è risposta, chi è appassionato continuerà ad andare allo stadio, a viverla, a vederla e a sentirla. Tessere, biglietti nominali che neanche al Pentagono, tornelli ovunque, norme (pare che dal prossimo anno potrebbe essere introdotto il divieto di fumo all’interno degli stadi) stanno trasformando i 90 minuti di sfogo passionale ed emotivo settimanale in un motivo di nervosismo in più, come se non ce ne fossero già abbastanza.

In Spagna i tifosi del Siviglia reagirono piuttosto male due anni fa al ritardo volontario e imposto di una loro partita perché la televisione di turno stava trasmettendo una conferenza stampa di Mourihno in occasione del Clasico. Riversarono sul campo una pioggia di palline da tennis, protesta che non ebbe eco. Se può consolare la ripartizione spagnola è praticamente tutta nelle mani di Barça e Real, che si spartiscono quasi interamente la torta lasciando alle altre le briciole.

Il calcio moderno è questo però, che ci vada bene o no. Personalmente il turno all’ora di pranzo mi resta sullo stomaco, per non parlare di quello di lunedì alle 19. Non pretendo che si torni alle 10 partite della domenica, ma un giusto mezzo sarebbe opportuno. Aura mediocritas, una massima latina che ho sempre apprezzato. Poi, se proprio si deve, almeno che questi diritti rispecchino l’etimologia del loro nome. Non ci vorrebbe un grande sforzo a premiare prestazioni sul campo e magari correttezza sportiva. A posizione in classifica basterebbe far corrispondere una prestabilita somma in denaro, e chissà che le squadre già salve a cinque giornate dalla fine non si impegnerebbero di più perché arrivare 12esimo invece che 15esimo sarebbe più remunerativo per le casse del club.

Io continuerò ad andare allo stadio, sono tifoso e mi piace, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ma, con il cuore in mano, mi manca il vecchio pallone e manca a chi come me è ancora affezionato al calcio come sport e non come un esagerato business.

Simone Calucci
Twitter: @simoclx

 

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