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La caduta degli Dei – Micheal Owen: la carriera del golden boy, da predestinato a svincolato

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STOKE-ON-TRENT, 13 NOVEMBRE – Percorrendo l’autostrada M6 della contea di Staffordshire, nel nord-ovest dell’Inghilterra, capita di imbattersi in una città di circa 280.000 abitanti. Stoke-on-trent è una di quelle classiche cittadine che passerebbe inosservata alla storia dell’umanità. Unico vanto degli abitanti è la squadra di calcio locale, lo Stoke City, il terzo club più antico della Premier. E se, nel caso, si fa visita al campo degli allenamenti dei Potters (in italiano vasai), se ne intuisce subito il perchè. Capita di vedere un campo verde come tutti gli altri, due porte come tutte le altre, due aree di rigore come tutte le altre. Tutto regolare insomma, niente di nuovo per chi è abituato a seguire il mondo del pallone. Tutto, tranne lui. Un giocatore che non è come tutti gli altri. Un calciatore che non trovi dappertutto, su qualunque campo, in qualunque città. Micheal Owen si allena li, sul terreno del Britannia Stadium, solo 28000 posti. E dire che lui di stadi ne ha visti eccome, di più grandi e di più prestigiosi. Ha vestito le maglie di alcuni tra i club più blasonati della storia ed è stato allenato dai migliori tecnici. Ma allora, cosa lo ha portato su un piccolo campo di provincia? Partiamo con l’analizzare perchè Micheal è divenuto un dio del calcio, per poi capire come è caduto dal suo trono.

REDS’ BOY  Nato e cresciuto a Chester, sulle rive del fiume Dee, nella contea di Cheshire, Micheal Owen inizia a 6 anni a parlare il linguaggio del pallone. Figlio d’arte, il padre Terry Owen fu giocatore professionista, mentre frequentava la seconda elementare entrò a far parte del Mold ALexandra, giocando con ragazzi di 4 anni più grandi. Nel 1991 la sua carriera inizia a tingersi di rosso. Entra a far parte delle giovanili del Liverpool, a soli 12 anni. Resta li fino al 1996, stracciando i record dei settori fanciulleschi dei reds, compresi quelli di un’altra leggenda inglese, Ian Rush. Anni dopo si verrà a conoscenza delle 97 reti siglate da Owen in 5 anni di giovanili, contro le sole 23 realizzate da Rush. Nel 1996 arriva l’occasione della vita. Passa in prima squadra, entrando a far parte del Liverpool vero. Ormai Micheal è reds nell’anima, dopo sei annate trascorse tra insegnamenti e dritte mirate a trasformarlo in un red doc. Il resto, è storia pura.

BIG LITTLE BOY Nel 1997 esordisce con la maglia del Liverpool, contro il Wimbledon, segnando subito nella gara di esordio. Sarà l’unico gol della stagione 1996-1997. L’anno successivo lo abbraccia e lo accompagna tra i grandi. Nel 1997-1998 Owen timbra il cartellino per 18 volte in 36 presenze, guadagnando anche il titolo di capocannoniere della Premier. Iniziano a fioccare i record ed i riconoscimenti: miglior giovane della stagione 97-98, miglior giovane dell’intera annata europea e , come ciliegina sulla torta, la convocazione in Nazionale maggiore. E’ l’anno dei mondiali 1998, un torneo che spalancherà le porte dell’Olimpo del calcio al ragazzo di Chester.

I MONDIALI 1998 E IL PRIMO INFORTUNIO Owen arriva al Mondiale tra speranze, dubbi e consapevolezza del fatto che si tratta di un’occasione unica. Nella nazionale che era di Shearer, Beckham e Scholes, Micheal va in gol contro la Romania, nella seconda gara del girone. Negli ottavi di finale contro l’ Argentina dei vari Veron, Batistuta e Zanetti , Owen fa qualcosa che rimarrà per sempre nella memoria di tutti gli appassionati di calcio. E’ il 16′ del primo tempo. La gara è sull’ 1-1 .Ad un certo punto si vede il ragazzino, infilato in una divisa troppo larga per il suo fisico di diciottenne,correre, più del doppio di José Chamot, resistere a due falli, evitare il totem difensivo Ayala che gli si para davanti, scartare a destra e quando sembra essere troppo lontano e  troppo sbilanciato, con l’interno destro toccare appena la palla : goal sotto il sette, e debutto ufficiale nel club dei miracolati del calcio. Micheal Owen diventa il giocatore più giovane di sempre ad esordire e a segnare con la Nazionale inglese. Non aveva ancora 19 anni. L’anno dopo conferma di non essere semplicemente una meteora. Segna 23 reti in 40 presenze e conquista per la seconda volta il titolo di capocannoniere della Premier League. Poi arriva il primo infortunio,caratteristica che lo segnerà per tutta la carriera. Infortunio ignorato, trascurato. Ma si tratta del tendine rotuleo e Owen stecca agli Europei del 2000.

LA STAGIONE D’ORO A contrastare un Europeo deludente ed un infortunio potenzialmente debilitante, Micheal disputa nel 2000-2001 la miglior stagione della propria carriera, nonchè la più vincente della storia del Liverpool. Segna 24 reti, conquista 5 trofei in un solo anno : Coppa di Lega, FA Cup, Coppa Uefa, Supercoppa Europea e Charity Shield. Come fecero prima di lui Maradona e Pelè, fa sua un’intera partita. La finale di FA Cup del 2001 è passata agli annali come la “Micheal Owen Cup Final“. Stese l’Arsenal con una doppietta splendida, rimontando lo svantaggio iniziale firmato Ljungberg. Il 2001 diventa definitivamente il suo anno d’oro quando, il primo settembre 2001, nel match di qualificazione ai campionati del mondo di Giappone-Korea, realizza una tripletta nel 5 a 1 dell’Inghilterra sulla Germania, a Monaco (il gruppo inglese “The Business” gli dedicò una canzone per questo). Il 21 dicembre, sempre del 2001, colleziona il centesimo goal per il Liverpool. A coronamento di un’annata stupenda, arriva il Pallone d’oro, strameritato, a soli 21 anni.

IL SALTO CHE DIVENTO’ BEFFA Nell’estate del 2004, dopo 216 presenze e 118 gol segnati, lascia il Liverpool per approdare alla squadra delle squadre, il sogno di ogni giocatore professionista: il Real Madrid. Entra così a far parte, in cambio di 17 milioni di sterline, dei galacticos di Zidane, Beckham, Raul e Ronaldo. Purtroppo però, la stagione che doveva stabilire il salto nella leggenda, si trasforma in vera e propria beffa. Nelle merengues non ha l’opportunità di mettersi in mostra. Nonostante le poche opportunità dategli, Owen segna 18 gol, partendo da titolare solo 15 volte. Nella sessione di mercato successiva arrivano a Madrid Baptista e Robinho. Owen è chiuso da tutti i lati e decide di lasciare Madrid.

TRADIMENTO Nel 2005 il matrimonio tra Owen ed il Liverpool va vicinissimo al ricongiungimento. Lo stesso accadrà anni dopo, nel 2011, prima del passaggio allo Stoke City. Le strade dei reds e del golden boy, però, non si rincontreranno mai più. Nell’ estate del 2005 passa al Newcastle, per 17 milioni di sterline. Il tradimento, che in realtà fu poi reciproco, non verrà scordato dai tifosi reds. Il 26 dicembre 2005, in occasione di Liverpool-Newcastle, Owen viene accolto male dall’ Anfield Road. Cori del tipo “Dov’eri a Istanbul?” o “Volevi segnare per un grande club” provocano la rottura definitiva di una storia d’amore che resta comunque bellissima. Ma non è l’unica rottura. Alcuni giorni dopo giunge l’ennesimo infortunio della carriera di Owen. La carriera da Ragazzo d’Oro si spezza con le ossa del suo piede: è il primo infortunio veramente grave. Tornerà su un campo quattro mesi dopo. Ma è da allora che inizia la parabola discendente di Micheal. Il 20 giugno 2006, durante Inghilterra-Scozia ai Campionati Mondiali, il ginocchio fa il fatidico crac. Non scenderà più in campo per oltre un anno. Complessivamente, sono undici gli infortuni che soffrirà in quattro stagioni. Riesce comunque a segnare 30 goal in 79 partite.

Poi, con il Newcastle retrocesso in Championship, arriva la chiamata  dello United. Inaspettata ed al contempo straordinaria. In tre anni coi red devils colleziona soltanto 17 reti, e nell’ultima stagione scende in campo una sola volta, sempre a causa di un infortunio. In un sol colpo, senza quasi accorgersene, Owen si ritrova a 32 anni e senza una squadra. Da predestinato è  passato a svincolato. Il fuoriclasse ammirato fino ai 22 anni d’età è scomparso, incapace di ripetere nei 10 anni successivi quanto magnifico di fatto. Arriva, nel 2012, la chiamata dello Stoke City. 5 presenze fin ora e nessun gol. Micheal continua a percorrere i campi di calcio e ad allenarsi col dovuto impegno e sacrificio. Certo è che, se la sua carriera fosse durata 14 anni, invece che 4, ora staremmo parlando di una leggenda.

COSA’ RESTERA’?   Ci piace pensare che grandi basti esserlo una volta sola. Owen lo è stato, anzi lo era già a a 18 anni. Per alcuni giocatori, è bastata una giocata sola, una partita sola, un campionato solo, per ottenere l’accesso alla categoria top del pallone. Owen, giocatore che abbinava corsa, potenza, fiuto del gol, rapidità e visione di gioco, vi è entrato di diritto. Nel 2004 è stato inserito da Pelè nella Fifa 100, una lista dei 125 giocatori più forti di sempre. E’ stato piu volte premiato come personalità sportiva dell’anno o citato come esempio di sport pulito.  Micheal James Owen, 173 cm per 70 kg. Un piccoletto che divenne grande , anche se per poco. Ha lasciato la sua impronta nel Liverpool (216 presenze e 118 gol), nel Real (36 presenze e 13 gol), nel Newcastle (72 presenze e 26 gol), nel Manchester United (31 presenze e 5 gol), nella Nazionale inglese (89 presenze e 40 gol) … Ma soprattutto la sua impronta rimarrà nelle nostre menti e nei nostri cuori. Owen ha toccato la cima e poi il fondo, ha vissuto la propria carriera su un’altalena. Non esprimiamo giudizi assoluti, senza stabilire se sia un vincente o un perdente, uno che ce l’ha fatta o uno che ha mollato. Molto più semplicemente, lo ricordiamo come il golden boy che vinse tanto e deliziò tutti gli amanti del calcio. Ma quegli infortuni ancora gridano vendetta. Perchè senza tutti gli stop che hanno contraddistinto la sua carriera, a quest’ora molto probabilmente Owen sarebbe  molto più che un semplice vincente. Sarebbe uno da Hall of Fame. 

Antonio Fioretto

 

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