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Euro 2012, la strada verso Kiev: i padroni di casa della Polonia tra tradizioni e voglia di rinascere

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Da oggi, in esclusiva su SportCafè24, inizia una nuova rubrica di avvicinamento ai campionati europei di calcio che si terranno fra qualche mese. Da oggi fino al 7 giugno il nostro sito, in sedici puntate, descriverà le squadra di spicco che parteciperanno ai prossimi Europei analizzandone percorso storico e rosa attuale. Si inizia con la Polonia padrona di casa, squadra dinamica e decisa a mettere i bastoni fra le ruote alle grandi d’Europa.

VARSAVIA, 13 APRILE 2012 – C’è poco e molto da dire sulla Polonia padrona di casa. La squadra allenata da Smuda si presenta a questo Europeo come una delle incognite più difficili da decifrare. Il momento storico del calcio polacco è tutt’altro che positivo (la nazionale ha saltato il Mondiale 2010 e viene da diversi insuccessi mentre i club della Ekstraklasa, la massima divisione polacca, fanno poca strada nelle Coppe), e la mancanza del banco di prova delle qualificazioni non ha fugato i dubbi su una squadra che in pochi danno per favorita nonostante l’occasione di disputare in casa le partite della manifestazione. Il primo girone, data la qualifica di paese ospitante, è abbastanza morbido (Repubblica CecaGrecia e Russia non sono certo ostacoli insormontabili), ma non è certo da sottovalutare per una Nazionale che, togliendo le due vittorie a giochi fatti al Mondiale 2002 e 2006, non vince una gara “vera” tra Mondiali ed Europei addirittura da Mexico 1986. Aggiungiamo a questo poco felice quadretto l’aridità di talento nella rosa a disposizione del ct, ed ecco fornitoci l’identikit di una squadra che porterà in dote poco più che il tifo e l’orgoglio di un’intera nazione. Potrà bastare per un europeo? A Smuda, alla sua armata brancaleone ed ai risultati sui campi di casa nel prossimo giugno, l’ardua  sentenza.

Grzegorz Lato, capocannoniere dei mondiali del 1974 e alfiere del calcio polacco

LATO, DEYNA E ZMUDA: I GRANDI ANNI SETTANTA DEL CALCIO POLACCO – Quando a Mexico ’70 il Brasile più forte di sempre depose le armi del calcio cadenzato d’accademia per dissotterrare l’ascia nuova del football fisico e di movimento, all’orizzonte apparvero nuove forze in grado di convertire in gioco questo nuovo credo. La Germania di Schoen e Beckenbauer, potenza tutta teutonica e gioco fatto di grinta e talento, capace di portarsi a casa, in un decennio, un Mondiale e due Europei. L’Olanda di Cruijff, splendida cicala rimasta impressa negli occhi di tutti per il suo gioco rivoluzionario, ma inabile nel marchiare a fuoco gli albi d’oro. Giù, fino all’Italia di Bearzot, la versione 2.0 del gioco all’italiana, zona mista in difesa,  contropiede mortifero e Mundial 1982 in bacheca. In mezzo a tutto questo ben di Dio pallonaro, c’è la piccola grande storia di una nazionale capace di cogliere due bronzi mondiali, un oro ed un argento olimpico in soli dieci anni, pur essendo e rimanendo estranea alla grande elite calcistica del vecchio continente. La Polonia, in un breve batter di ciglia, seppe trasformarsi in una delle squadre più pericolose dell’intero panorama pallonaro, sfruttando l’onda forte di un’irripetibile fioritura di campioni e lanciando in orbita un movimento calcistico dimenticato fino ad allora dalle grandi manifestazioni. Un solo precedente di rilievo, prima dei Seventies, per la nazionale polacca. Precedente illustre, che porta in dote una sorta di nobiltà ancestrale che fiorirà solo quarant’anni dopo l’unica partecipazione al Mondiale prima del ritorno del 1974. Era il 1938, e la nazionale in maglia bianca è tra le partecipanti alla terza edizione dei Mondiali, in programma in Francia. Toccata e fuga non da poco per i polacchi, capaci di mettere in soggezione i giocolieri brasiliani e di contendergli il passaggio ai quarti fino alla fine della gara, chiusasi solo al centoventesimo con un rocambolesco 6-5. Da lì in poi, il silenzio più totale, almeno fino al decennio di grazia, i mitici anni settanta. La prima avvisaglia è rappresentata dai Giochi Olimpici 1972, quelli di Monaco e dell’attentato contro la squadra israeliana. Nel calcio, la squadra polacca fa il vuoto, con sei vittoria in sette partite ed un oro meritatamente messo in bacheca dopo la finale con l’Ungheria, risolta da una doppietta del fantasista Deyna. La squadra polacca, allenata dall’ex attaccante del Legia Varsavia Gorski, e forte dell’impresa olimpica di due anni prima, riesce a qualificarsi a Munchen 74 (ancora Germania, ancora Monaco di Baviera), eliminando nel gruppo 5 il modesto Galles e la favoritissima Inghilterra, campione iridata solo otto anni prima. Indimenticabile il doppio confronto con i sudditi di Sua Maestà, schiacciati in Polonia con un secco 2-0 e poi costretti all’1-1 nel ritorno in UK. Eppure, il meglio deve ancora venire: i polacchi vengono inseriti in un gruppo complicato, con i vicecampioni del mondo dell’Italia, gli ostici argentini e i carneadi di Haiti. Schiacciata tra due superpotenze storiche come azzurri e Seleccion, i polacchi di Gorski paiono destinati  recitare la parte della vittima sacrificale. Tuttavia, il discorso sarà diverso: tre vittorie su tre, dodici gol fatti e solo tre subiti, con tanto di affermazione finale che elimina l’Italia e assicura il primo posto. La Polonia ci prende gusto, e anche il secondo raggruppamento inizia col piede giusto: 1-0 alla Svezia, 2-1 alla Jugoslavia. La squadra polacca, guidata magistralmente dal genio di Deyna e nobilitata in avanti dal fiuto del gol del futuro capocannoniere Lato, si ritrova con la sola Germania Ovest tra sé e la finale. Vinceranno di misura i tedeschi, lasciando a Gorski ed ai suoi l’ennesima vittoria di prestigio nella finalina, un 1-0 sul Brasile che porta la Polonia nell’elite del calcio mondiale. Fallita la qualificazione all’europeo 1976, e con l’argento olimpico colto a Montreal nello stesso anno, altra occasione mondiale in Argentina. Anche in questa circostanza la nazionale polacca riuscirà a superare il primo turno, ma dovrà arrendersi allo strapotere di Brasile ed Argentina nel girone di semifinale. Altro europeo saltato (1980), ed ecco la seconda grande perla della collana polacca, il terzo posto ai Mondiali 1982. Guidata dal nuovo furetto Boniek, in procinto di giungere alla Juventus, e con ancora in campo alcuni dei reduci di Munchen 1974 (LatoZmuda e Szarmach su tutti), la nazionale del nuovo Ct Piechniczek, fa la voce grossa nel girone dell’Italia, elimina URSS e Belgio nel gironcino dei quarti per poi cedere solo al ritrovato Paolo Rossi in semifinale. Toccherà all’altro mostro sacro Platini ed alla sua Francia, in un curioso scontro col futuro scudiero Boniek, cedere ai polacchi il secondo terzo posto in tre mondiali. Sarà l’ultimo grande vagito della nazionale polacca, presente ai mondiali di Mexico 1986 ed eliminata seccamente (4-0) dal Brasile agli ottavi, e poi assente dalle grandi manifestazioni fino al 2002. Unica impennata d’orgoglio, l’argento olimpico di Barcellona 92, con l’oro lasciato alla Spagna di Luis Enrique e Guardiola solo nei minuti di recupero. Ci vorrà un decennio prima di recuperare alla causa la nazionale polacca, e ciò avverrà grazie all’apporto di un nigeriano. Che ci crediate o no, questa è la storia. E’ infatti il nigeriano naturalizzato polacco Emmanuel Olisadebe la stella della Polonia che fa il vuoto nel girone 5 delle Qualificazioni europee e si qualifica con largo anticipo per il mondiale nippocoreano. Sarà un’esperienza breve e traumatica, con una sola vittoria a giochi già fatti ed i rimpianti per essere finiti nel girone dei padroni di casa coreani, sospinti da arbitri a dir poco compiacenti. Stesso giro stessa corsa quattro anni dopo, con tre punti colti a qualificazione già compromessa (vittoria col Costarica) ed una sensazione di impotenza nei confronti non solo della fortissima Germania, ma anche del non proprio irresistibile Ecuador, capace di vincere per 2-0 il confronto diretto. L’ultima apparizione ad alta quota della compagine polacca è l’ultimo europeo, organizzato quattro anni orsono da Austria e Svizzera. Esordio nella massima manifestazione continentale e grossa figuraccia per i polacchi, capaci di pareggiare solo con il derelitto Austria e di venir asfaltati da Germania e Croazia senza riuscire a segnare. L’assenza agli ultimi Mondiali non ha scandalizzato nessuno, dato il momento poco felice vissuto dal calcio polacco. L’europeo casalingo è l’occasione giusta per riannodare i fili di un passato di gloria, o almeno per tornare a ripresentare una nazionale perlomeno degna di queste grandi manifestazioni. In ogni caso, ad oggi, un nuovo exploit in stile Lato o Deyna, ci pare almeno improbabile per l’armata polacca, impegnata in un processo di ricostruzione che possa restituire smalto e credibilità ad uno dei movimenti più fascinosi del calcio europeo.

La stella del momento: Robert Lewandowski

DINAMICA E CON MOLTE INCOGNITE: ECCO LA ROSA ATTUALE  Da un punto di vista tecnico-tattico, la squadra di Smuda non è, sulla carta, al livello delle grandi compagini europee. Il tecnico polacco ha a disposizione una rosa composta da giocatori dal grande bagaglio d’esperienza (21 calciatori su 24 sono sparsi per l’Europa), ma dal livello tecnico discreto e non sicuramente stupefacente. Il punto di forza dei biancorossi potrebbe essere l’unione del gruppo. La squadra di Smuda potrebbe risultare la classica compagine che, grazie alla forza collettiva, riesce a raggiungere traguardi soddisfacenti e sorprendenti. In porta, il tecnico biancorosso può stare tranquillo: la coppia formata da Boruc (Fiorentina) e da Fabianski (Arsenal) garantisce sicurezza vista la qualità e l’esperienza maturata da entrambi i giocatori. Nel pacchetto arretrato non c’è una vera e propria stella. Il reparto difensivo è formato da tanti gregari pronti a giocare d’astuzia per sfruttare al meglio tutte le occasioni. Oltre agli “italiani” Glik (Torino, ex Bari) e Augustyn (Vicenza, ex Catania), ci sono, Piszczek del Dortmund, Golanski della Steaua, Kokoszka del Polonia Varsavia (con 46 partite con la maglia dell’Empoli) e Boenisch del Werder Brema. Tutti questi giocatori, però, sono ancora alle prime armi: infatti il più presente è Wawrzyniak (24 gare), difensore del Legia Varsavia con molte partite alle spalle maturate in madre patria. A centrocampo, il livello qualitativo inizia a crescere: infatti, l’oriundo Guerreiro, il “tedesco” Błaszczykowski (136 partite e 12 reti con la maglia del Dortmund), Mariusz Lewandowski e Obraniak (6 partite ma già 3 gol in Nazionale) garantiscono quantità e qualità ad un reparto intraprendente e pronto a stupire. L’attacco, invece, è il vero punto di forza: la stella della squadra è senza ombra di dubbio il ventiquattrenne Robert Lewandowski. L’attaccante del Borussia Dortmund in carriera ha già segnato 96 reti in carriera, mentre in Nazionale si è fermato a quota 13 in 39 incontri. Bomber dal fisico longilineo, Lewandowski è molto abile nel gioco aereo ed ha un potente tiro dalla distanza. Il giocatore farà coppia con Smolarek, altro calciatore molto pericoloso ora in forza al Den Haag in Olanda. Attenzione anche all’esperto Saganowski e a Jelen, 140 partite con la maglia dell’Auxerre.
PUNTO DEBOLE: Nonostante l’esperienza, scarsa qualità in difesa.
PUNTO FORTE: Velocità e prolificità dell’attacco oltre all’unione del gruppo.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano

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