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E se le squadre italiane avessero ragione?

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Uno dei gol di Bobadilla, triplettista contro l’Udinese

ROMA, 26 OTTOBRE – Quanto state per leggere non vuole fare esercizio d’alibi, non vuole essere né faziosamente tricolore né marcatamente critico. E’ una lucida presa di coscienza sui perché di una ennesima settimana di risultati a dir poco insufficienti nelle coppe, per tutte – o quasi – le compagini italiane.

E’ un’analisi fatta dall’esterno ma non tanto, che guarda con occhio triste all’ammalato calcio tricolore e spera di far capire a qualcuno, al di là del comprensibile quanto acuto disfattismo, che forse abbiamo torto marcio non perché siamo peggiori degli altri, ma perché impossibilitati a fare come in tutto il resto d’Europa.

TITOLI DI TESTA – Come nei film che parlano di mafia, camorra o corruzione, abbiamo voluto fare una sorta di avvertenza iniziale. In quei casi si ribadisce la forza delle istituzioni nella lotta al male, qui si è cercato di far capire che il nostro, il mio punto di vista non è altro che un’opinione. E perciò, è opinabile.

Riassumiamo: cinque squadre, una sola vittoria, due pareggi e due sconfitte. L’Inter che vince solo all’ultimo respiro in casa col Partizan, la Juventus e la Lazio che impattano contro Nordsjaelland (già solo il nome impronunciabile dice tutto o niente a seconda dei punti di vista) e il peggior Panatinhaikos di sempre, Milan, Udinese e Napoli che le prendono rispettivamente da Malaga, Young Boys e Dnipro. Roba triste, c’è poco da dire. Una volta comandavamo l’Europa, i campioni ce li avevamo noi, le migliori squadre del Continente, eccetera, eccetera. Ritornelli che puntualmente rimbalzano alle orecchie di tutti, perché fare disfattismo è vera e propria moda nel paese di Dante e Colombo. Il confronto nel ranking con Inghilterra, Spagna e Germania, ovvero i classici “grandi” campionati, così come il nuovo che avanza, ovvero Francia, Ucraina e Russia ci vede oltremodo in difficoltà. I perché? Il turnover massiccio in Europa League (Mazzarri e Guidolin docet), il momento difficile del Milan e il tirocinio ad alta quota della Juventus. Rispetto al passato, una brusca inversione di tendenza. Colpa di chi? Per me, udite udite, non delle squadre. Non dei club italiani, costretti a snobbare l’Europa League ed a dosare le energie per le gare-Champions da un campionato ed un calendario sempre più asfittico e non digeribile.

A CASA DEGLI ALTRI– In Italia, i club di Serie A sono costretti a giocarsi le coppe europee alternando a partite e trasferte negli angoli più impervi d’Europa gare dall’altissimo coefficiente di pressione e difficoltà: quelle della nostra massima serie. Ovvero, ancora oggi, il campionato più difficile del mondo. Per capire la differenza che passa tra noi e l’Atletico Madrid, ovvero sedici vittorie consecutive nella seconda competizione continentale per club, basta guardare alla prossima giornata di campionato: mentre il Napoli se la vedrà col Chievo, la squadra di Simeone si giocherà la partita, in casa, contro il fortissimo Osasuna di Pamplona, ultima in classifica nella Liga con cinque punti in otto partite. Ci sta, scherzi del calendario, direte voi: però, escludendo Real, Barcellona e forse Valencia e Malaga, quante altre squadre della Liga potrebbero oggettivamente mettere in difficoltà i Colchoneros di Simeone? Forse la spettacolare Real Sociedad o l’imbattibile Rayo Vallecano? Il Betis di Siviglia o il Valladolid? Siamo seri, per favore. E non parliamo di difficoltà a vincere (il pallone è rotondo anche in Spagna, così come in Inghilterra ed in Lapponia), ma di difficoltà ad entrare in campo e scardinare, tatticamente e soprattutto mentalmente, la difesa di queste squadrette rispetto all’operazione di apertura della cassaforte-Chievo. Il probabile tre, quattro o cinque a zero del Vicente Calderon cozza contro le quasi certe difficoltà che la squadra di Mazzarri incontrerà domenica contro i gialloblu di Corini, uguali a quelle che troveranno la Lazio di Petkovic in casa della Fiorentina, l’Udinese che andrà nell’Olimpico giallorosso o la stessa Juventus, attesa al Massimino dal Catania. Nessuno come noi, c’è poco da fare: in in Inghilterra, a parte le cinque o sei grandi squadre, sempre le stesse, troviamo accozzaglie di buoni giocatori che fanno un calcio parrocchiale (il ricordo di un Fulham-Bolton di FA Cup del febbraio 2011, visto dal vivo dal sottoscritto, fa ancora rabbrividire), palla lunga e pedalare, mentre la tanto decantata Bundesliga vede il Bayern comandare con otto vittorie su otto, ventisei (!) gol fatti e due subiti, con Schalke e Dortmund attese al varco per secondo e terzo posto, o per la lotta per il Meisterschale se Heynckes e soci non prendono sonno come negli ultimi due anni. E tacciamo, per dignità, le descrizioni di campionati come quello francese (per capire di cosa parliamo, guardatevi, volta per volta, gli avversari del PSG, roba da metà classifica di Serie B per organizzazione), ucraino (lo Shaktar, otto anni luce sotto la Dinamo Kiev e altri quattordici dopo le altre compagini) e compagnia.

LE COLPE DELLE ISTITUZIONI – Insomma, non scandalizziamoci se poi il ranking euiropeo piange, se nel girone di Europa League una squadra che ha volutamente deciso di puntare tutto sul campionato come il Napoli decide di schierare gente come Mesto e Donadel, realmente fuori categoria. Non stupiamoci se l’Udinese perde a Berna con Raneige in campo e Di Natale in panchina, non gridiamo alla vergogna se la Lazio non schiera Klose in Grecia o se la Juventus fa riposare Asamoah e poi pareggia la partita con un gruppo di carneadi che giocano la partita della vita. Anche perché, proprio il caso-Napoli dell’anno scorso insegna: un girone di Champions di altissimo livello ha praticamente compromesso il campionato. Un campionato dove, purtroppo e per fortuna, ogni partita vale tre punti non solo in maniera numerica, e di vittorie certe, come in Spagna, Inghilterra, Germania o tutt’Europa, non ce n’è. Allora, a chi dare le colpe? Alle istituzioni del calcio, voraci come non mai: in un campionato difficile come il nostro, che bisogno c’è di giocarsi il titolo con una massima serie a venti squadre? Trentotto partite, almeno quattro turni infrasettimanali più coppe nazionali, europee e gare delle varie selezioni in giro per il mondo. Un massacro.

Non a caso, due sole Coppe europee vinte in otto anni dal ripristino delle venti squadre, con due sole semifinali di Coppa UEFA/Europa League, competizione che si gioca di giovedì e dallo scarso appeal economico, raggiunta dal Parma e dalla Fiorentina nel 2005 e 2008. Prima, un dominio incontrastato in Europa, pur sempre nell’ottica di una scelta da fare: a parte Mourinho due anni fa, tre soli double Campionato-Coppa Europea da quando queste ultime hanno preso vita. (Juventus con la UEFA ’77 e Milan e Inter con la Coppacampioni 1964 e 1994). L’Italia è questo, baby, prendere o lasciare. Ecco perché la colpa, la grande colpa dell’attuale situazione grama è tutta da attribuire ad istituzioni miopi, che hanno preferito l’ingordigia economico-televisiva di un campionato a venti squadre alla possibilità di continuare a dettar legge in Europa, cosa sempre più difficili anche per la crescita sportiva e finanziaria di quelle realtà che ora, giustamente, ci guardano dall’alto al basso. Il fair play finanziario, quando entrerà in vigore, restituirà un po’ di equilibrio ad una barca dal timone troppo spostato verso il solo valore dei soldi, ma Lega e FIGC devono riuscire a recuperare la strada maestra, con una riforma dei campionati che restituisca umanità al calendario pallonaro di una nazione annaspante, che vive una crisi calcistica senza precedenti.

Alfonso Fasano  

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