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La soluzione sbagliata: il cambio di allenatore – Prima parte

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MILANO, 5 APRILE 2012 – I presidenti nostrani sono tra i più attivi del continente nel cambio di allenatore, quasi a voler contribuire, se ce ne fosse bisogno, alla riduzione della disoccupazione nel mondo del calcio. Spesso sentiamo ripetere dagli illustri silurati: “fa parte del nostro lavoro”. Gli allenatori, così come i manager (in Inghilterra li chiamano così) legano il loro destino ai risultati, e solo successivamente alla qualità del loro lavoro.  Fin qui niente di strano ma, analizzando l’attuale stagione di serie A, a noi non tornano i conti.

Dall’inizio dell’anno sono 32 gli allenatori che si sono seduti su una delle 20 panchine della massima categoria (non considerando le varie squalifiche che hanno chiamato in causa i vice, e l’esonero di Pioli dal Palermo prima dell’inizio del campionato). I numeri ci aiutano a capire se le scelte siano state produttive o meno.

Sono 10 le panchine che non sono passate di mano (Milan, Juve, Lazio, Udinese, Napoli, Roma, Catania, Atalanta, Chievo e Siena). Non considerando la penalizzazione degli orobici, 9 di queste squadre occupano di fatto le prime 10 posizioni ed hanno già raggiunto o superato la quota 40 p.ti (arrotondando il Chievo che ne ha 39). Unica intrusa l’Inter che dopo il doppio cambio di allenatore è in settima posizione.

Le altre, proprio in virtù dei risultati, hanno deciso l’allontanamento del loro manager, a volte in modo troppo affrettato.  Il parametro di riferimento che abbiamo considerato è la media punti per allenatore, e su questo abbiamo tratto le nostre valutazioni.

Il Cagliari di Cellino ad esempio ha esonerato Ficcadenti all’11ª giornata (10 disputate per lo sciopero del 28 agosto), riprendendolo alla 28ª. Con l’allenatore di Fermo i sardi hanno raccolto una media di 1,46 punti che varrebbe l’8º posto in classifica. L’interim di Ballardini ha fruttato solo 1,12 punti di media e il Cagliari è ora 12º. Poi c’è il Genoa che con Malesani (media di 1,31) sarebbe stato a metà classifica, ma con la cura Marino (0,92) è sceso in 16ª posizione. Stesso discorso per la Fiorentina: la media di 1,2 di Mihajlovic poteva garantire una salvezza tranquilla, mentre con Rossi siamo a 1,05 e al quart’ultimo posto.

Il Palermo invece ha collezionato 20 punti con Mangia e 19 con Mutti (entrambi con 15 partite giocate) a testimonianza del fatto che la squadra occupa la posizione di classifica che le compete. Stesso discorso per il Novara che con Tesser ha una media di 0,79 e con Mondonico di 0,83. Media da retrocessione, non certo per colpa degli allenatori. Anche Colomba e Donadoni nel Parma hanno avuto una media analoga, con l’ex CT leggermente in vantaggio (1,23 vs 1,11).

Senza dubbio il cambio ha giovato al Bologna. Con Pioli media di 1,4 praticamente come le rivelazioni Montella e Colantuono (1,43), mentre Bisoli aveva raccolto solo 1 punto in 5 partite. Anche il Lecce ha fatto un buon cambio: con Cosmi ha raccolto praticamente il doppio rispetto a Di Francesco (1,17 vs 0,61). Cesena ed Inter sono le uniche ad aver avuto un doppio cambio (perché Cagliari e Genoa hanno richiamato il primo allenatore esonerato).

I nerazzurri con Ranieri hanno avuto una media di 1,53 (da settimo posto) dopo le tre partite in cui Gasperini aveva raccimolato solo il pareggio con la Roma. Stramaccioni è partito bene ma queste ultime giornate ci diranno dove potrà arrivare. Il fanalino di coda Cesena ha raccolto un punto di media con Arrigoni (quasi media salvezza) ma paga lo 0,33 di Gianpaolo e lo 0,42 di Beretta che non lasciano molte speranze ai romagnoli.

La storia ci insegna che quando arriva l’esonero, molto spesso analisi ponderate sull’andamento della squadra non si fanno. Sono decisioni di pancia e di cuore che maturano in occasioni particolari (una sconfitta in un derby o un risultato pesante da digerire, magari contro una rivale storica). È proprio la particolarità della situazione, che dovrebbe far riflettere. Giudicare il lavoro di una persona basandosi su un episodio o su una serie di episodi senza poter valutare il complesso porta a scelte sbagliate, ma soprattutto inefficienti. Si dice che il calcio italiano sia indebitato per 2,6 mld di euro e che non sappia generare profitti (neanche grazie ai diritti televisivi), forse quella del cambio di allenatore è la punta dell’iceberg di un fenomeno di  management inadeguato nelle società italiane, e nel calcio in generale.

– Seconda parte alle ore 15:00 –

Andrea Pratello

 

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