Giovanni Nole

Albertini: “Le Squadre B una grande idea”. Mentre in Inghilterra è rivoluzione

Albertini: “Le Squadre B una grande idea”. Mentre in Inghilterra è rivoluzione
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L'analisi di Demetrio Albertini sul calcio italiano, con una finestra aperta sul futuro. Ma in Inghilterra si è sempre un passo avanti, con l'inizio di una nuova era nell'ambito dei giocatori Under 21.

ROMA, 28 SETTEMBRE – Seppur il pallone tricolore navighi ancora a vista riguardo alcuni aspetti molto importanti, quali gli incassi poveri derivanti dagli stadi, il progressivo ridimensionamento tecnico dei team di punta e la scarsa fiducia verso un tipo di progettazione a lungo termine riguardante i giovani (tre fenomeni strettamente legati tra di loro), potrebbe presto svolgersi quello che sarebbe un grosso passo in avanti nella storia del calcio italiano, un passo in avanti che riammodernizzerebbe anche l’immagine del nostro calcio in ottica europea e che porterebbe, ovviamente, numerosi vantaggi tecnici: parliamo dell’idea dell’inserimento di un campionato in cui parteciperebbero le squadre B, ovvero le cosiddette squadre riserve, delle rispettive squadre di Serie A. Un’idea innovativa, presa a modello da nazioni calcistiche importanti quali Spagna e Inghilterra che già adottano questo metodo da tempo. Non qualcosa di prettamente nuovo, comunque, in ambito italiano: le squadre riserve calcavano i campi verdi italiani già ad inizio novecento, essendo esistite dal 1904 al 1954 e avendo avuto un campionato dedicato dal 1912/13 fino al 1921/22, per poi svanire.

UN PATRIMONIO IN FUGA – Sull’argomento è intervenuto in giornata Demetrio Albertini, vice presidente della FIGC, che ha incluso il discorso Squadre B in un riquadro dedicato al calcio italiano tutt’altro che entusiasmante. Albertini non usa mezzi termini: non si può guardare al pallone nostrano con molto ottimismo. “Troppe cessioni all’estero, pochi progetti sportivi e nelle serie inferiori non c’è più mercato Perché è in vigore questo qualunquismo di dire: non ci sono più i talenti di una volta. In più l’UE ti consente di prendere i calciatori fuori dal confine. Un ragazzo quindi non deve essere soltanto tra i migliori italiani, anche tra i migliori al mondo“. Vero. In Italia, anche se sembra ormai banale dirlo, si punta raramente sui giovani, per far spazio a giocatori magari solamente mediocri in ambito tecnico, ma con tanti anni di esperienza alle spalle nel calcio italiano. Si può pensare al perchè: i team italiani di media/bassa fascia, quasi sempre senza ambizioni e magari col solo obbiettivo di una salvezza tranquilla, tentano di affidarsi a giocatori che certe esperienze le hanno già vissute sulla loro pelle, senza dar spazio alle giovani promesse perché non si ha il tempo materiale e la pazienza per farle crescere senza metter loro inevitabilmente pressione. L’Italia è il Paese del tutto e subito..anzi no, del Qualcosa e subito: finchè ci si affida solamente a giocatori di dubbia qualità, difficilmente si può puntare ad andar lontano. “L’anno scorso sono partiti Pastore, Sanchez ed Eto’o. Quest’anno Ibra, Thiago Silva e Verratti. Quest’ultimo era un nostro patrimonio –tiene a sottolineare Albertini-, si sapeva che sarebbe stato così anche ai massimi livelli. Mi chiedo perché non ci sia la possibilità di tenerli nel campionato: come Villa dal Valencia al Barcelona, Ballack dal Leverkusen al Bayern. Così mantieni alto il livello del torneo e, di conseguenza, il valore dei diritti TV” ha continuato l’ex giocatore, tra le altre, di Milan e Barcellona. Non è difficile dare una risposta al dubbio di Demetrio: o i nostri giovani costano davvero tanto e per risanare le proprie finanze i club di appartenenza cedono a team stranieri (come per Balotelli, passato dall’Inter al Manchester City per 28 milioni di euro circa), o da noi giocatori del genere non esplodono mai, facendolo altrove (come Giuseppe Rossi) o rimanendo eterne promesse dopo essersi definitivamente bruciate (un po’ come successo con Davide Santon, anche se si è ripreso abbastanza nel Newcastle).

LA SOLUZIONE – E allora quale potrebbe essere la migliore soluzione? Semplice: creare un campionato solamente per un mix di giocatori che siano riserve o giovani ad un passo dal lancio in prima squadra, in modo così da dar fiducia ai giocatori e allo stesso tempo far loro tenere il ritmo partita, confrontandosi così con giocatori dello stesso livello e sviluppando dunque in maniera appropriata il proprio agonismo sportivo. Un’idea sotto alcuni punti di vista eccezionale, e anche lo stesso Albertini non tende a nasconderlo:Rispetto le opinioni contrarie, ma la mia idea farebbe bene. Perché oggi anche il Portogallo riapre alla B? e perchè Germania, Francia e Inghilterra le hanno? Il professionismo è meritocrazia: prenderebbero i posti solo chi se lo merita davvero, e le società si finanzierebbero vendendo i giocatori“. Insomma, che sia per farsi in casa un nuovo giocatore da prima squadra o per ricavarne dalla cessione una grossa plusvalenza, l’apertura di un campionato B gioverebbe alla grande al calcio italiano.

A NEW IDEA – Calcio italiano che, però, deve constatare un’imbarazzante arretratezza di idee e di sviluppo al confronto di potenze calcistiche straniere quali l’Inghilterra: è notizia di oggi che nella Nazione protetta dalla Regina Elisabetta il campionato riserve, da noi solamente ai primi sviluppi, è stato addirittura abolito. Ma solamente per far posto a qualcosa di molto più innovativo: la creazione di un campionato Under 18 e Under 21Per far competere i ragazzi con avversari dello stesso livello” (come ha detto il Times qualche giorno fa) e che consenta una migliore valorizzazione dei talenti nazionali. Insomma, trattasi del nostro campionato primavera, solo che molto più evoluto. Questa cosa però non scoraggi l’Italia: già introdurre le Squadre B sarebbe un eccellente passo in avanti, al di là della continua evoluzione pavoneggiata dal calcio estero. In un’Italia calcistica fatta di stadi vuoti, sfottò calcistici da horror (raccapriccianti i cori pro-Heysel da parte di una branca dei sostenitori Viola in Fiorentina-Juve)e corruzione ostentata ovunque, ci vuole qualcosa di innovativo che riporti nuova luce in questo periodo di pessimismo e di arretratezza, qualcosa che consenta uno sviluppo tecnico del nostro calcio: qualcosa che faccia parlare solamente i piedi dei calciatori, e nient’altro.

A cura di Giovanni Nolè

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