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Il cuore d’oro di Klose: gli onesti vincono sempre

Il cuore d’oro di Klose: gli onesti vincono sempre
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Il tedesco ammette di aver segnato con una mano. Annullato un gol che sarebbe potuto essere decisivo

ROMA, 27 SETTEMBRE – Le prime pagine sportive di oggi sono tutte per Cavani: una tripletta incredibile alla Lazio, diretta concorrente per le prime posizioni, che di fatto permette al Napoli di agganciare la Juventus in vetta alla classifica. Una serata indimenticabile per l’uruguaiano, che può portare a casa il pallone. Tutt’altro umore lasciano trasparire le espressioni che compaiono vicino allo spogliatoio della Lazio: una sconfitta così pesante, arrivata tra l’altro subito dopo quella contro il Genoa, lascia la squadra di Petkovic in balìa di molti interrogativi e poche soluzioni. Eppure, dalla sfortunata serata del San Paolo, la Lazio può pensare a rialzarsi a testa alta.

CONFESSIONE – Merito di colui che fino a questo momento, assieme ad Hernanes, è stato il trascinatore della squadra biancoceleste. Al minuto 4′, con la sfida ancora tutta da giocare, da una mischia in area napoletana conseguente ad un calcio di punizione il pallone finisce in rete: l’arbitro fischia, convalidando la rete. Il solito Klose, ancora lui, e il San Paolo ammutolisce. Ma qualcosa non va, perchè i giocatori del Napoli protestano piuttosto vivacemente, nonostante l’arbitro Banti non sia intenzionato ad ascoltarli e si diriga verso il centro del campo. A sistemare le cose ci pensa Miroslav Klose, l’autore del gol, che a togliere le castagne dal fuoco è abituato: ma il senso questa volta è diverso. Il tedesco prontamente si sfila la maschera da incallito killer d’area e sfodera tutta la sua onestà ed umiltà, dando ragione a De Sanctis e compagni che chiedevano di annullare il gol. Forse per istinto, l’attaccante della Lazio ha deviato in rete con la mano un pallone che non avrebbe più raggiunto con la testa, e con lo stesso istinto da gran signore, oltre che calciatore, ha ammesso l’irregolarità.

E NON E’ LA PRIMA VOLTA – Le immagini del grande gesto di Klose fanno il giro del mondo, specie se si considera che dalla Serie A italiana ultimamente ci si aspettano solo altri tipi di notizie. Quelli che restano meno sorpresi sono i tedeschi, che ben conoscono le qualità di Klose. Quando ancora giocava nel Werder Brema nel lontano 2005, infatti, il nome di Miroslav finisce sui giornali per un gesto tanto bello quanto inconsueto: nella partita contro l‘Arminia Bedefeld l’arbitro assegna un rigore a favore dei bianco-verdi. Lui sa che in effetti di rigore non si tratta e lo fa capire all’arbitro: Ora come allora, applausi scroscianti dal pubblico e gesti infiniti e increduli di riconoscenza da parte degli avversari.

PRO E CONTRO – Klose non è il primo e fortunatamente non sarà l’ultimo. Scavando nel tempo si possono ricordare, per esempio, il bel gesto di Paolo Di Canio che nel 2000, durante la partita tra l’Everton e il suo West Ham, bloccò con le mani un cross di un compagno mentre il portiere avversario era a terra per uno scontro. Ricevette il premio fair-play dell’anno. Eppure, ad esser buoni, si rischia comunque di soffrire. Lo sguardo cupo di Petkovic durante un’intervista post partita di ieri (il tecnico ha commentato così il gesto di Klose: “Per me questa partita capitava in un momento decisivo della stagione e forse questo episodio ha dato energia al Napoli. E’ stato uomo vero, ha avuto fair play, ma…”), fa tornare alla mente le dure contestazioni subite dall’allora tecnico dell’Ascoli Pillon. I bianconeri avevano perso contro la Reggina a causa di un gol “regalato” per ordine dello stesso Pillon, che aveva onestamente rifiutato di rimanere in vantaggio con una rete segnata mentre gli avversari erano fermi. Le proteste dei tifosi dell’Ascoli furono talmente veementi che il giorno successivo l’allenatore ripensò al suo comportamento con un’analisi piuttosto severa, ma realistica: “Il nostro calcio è malato. Non so se rifarei quello che ho fatto”. Le conclusioni banali sono anche le più vere: ogni sconfitta onesta è una medicina per lo sport che soffre.

 

Matteo Brutti

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