Giovanni Nole

La fine di un fantastico viaggio: la carriera di Andy Roddick

La fine di un fantastico viaggio: la carriera di Andy Roddick
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Andy Roddick, al termine del match, saluta il suo pubblico.

NEW YORK, 6 SETTEMBRE – E’ una edizione che verrà ricordata a lungo, quella dell’ultimo Gran Slam dell’anno 2012. Nonostante debba ancora arrivare alla sua conclusione –che possa finalmente vincere il suo primo Gran Slam Andy Murray, ora che Federer è uscito clamorosamente fuori dai giochi?- con la finale di domenica, l’US Open del 2012 verrà ricordato come l’ultimo atto, quello che mette fine allo spettacolo datoci nei loro lunghi anni di carriera, di due grandissime leggende di questo sport: Kim Clijsters e da ieri, dopo una grandissima lotta contro Juan Martin Del Potro, anche Andy Roddick. Il tennista statunitense ha schockato tutti, nel giorno del suo trentesimo compleanno, annunciando, dopo aver battuto al primo turno Williams, che quello che stava disputando sarebbe stato il suo ultimo torneo da professionista. «Questo è il momento giusto – ha detto, in conferenza stampa, l’ex n. 1 del mondo -. Non so se sono abbastanza sano e posso impegnarmi nel migliore dei modi per continuare a giocare anche l’anno prossimo». E quindi abbandona. Proprio di fronte al pubblico di casa sua. Proprio nel torneo che più di tutti lo ha reso grande: è qui che, nel 2003, vinse il suo primo e, immeritatamente, ultimo Gran Slam. Non poteva scegliere torneo migliore, Andy, per dar l’addio a tutto ciò che è stato sino ad ora: oltre a tutti i suoi amici, parenti e collaboratori, ha avuto il sostegno caloroso, per tutto il torneo, di tutto il pubblico a stelle e strisce. Per accompagnarlo più serenamente verso la fine della sua carriera; per superare la rassegnazione ed iniziare un nuovo periodo della sua vita. Lì, a Flushing Meadows: dove tutto è iniziato, e ora tutto finisce.

 

LA CARRIERA – Chiamato a raccogliere la pesante eredità lasciata da Sampras e Agassi, e col sogno Americano in testa, Andy diventa pro all’età di 18 anni. E si mostra subito al mondo come un grandissimo talento. L’anno dopo, nel 2002, è già tra i primi dieci al mondo; l’anno successivo, a soli 21 anni, è il nuovo numero uno della classifica mondiale. Il secondo, dopo McEnroe, americano più giovane a diventarlo; il quarto più giovane in assoluto dopo Hewitt, Safin e lo stesso McEnroe. E’ l’anno della sua più grande soddisfazione, oltre alla vittoria della Coppa Davis con gli Stati Uniti: vince gli US Open, in finale con Ferrero, per la prima e ultima volta; inoltre, sarà, insieme a Rafter, l’unico a vincere consecutivamente, oltre alla prova del Gran Slam, anche i Master 1000 di Montreal (conosciuto come Rogers Cup) e Cincinnati. Per il resto della sua carriera, nonostante non ottenga nessun’altra vittoria da 2000 punti ATP, manterrà sempre picchi di prestazione altissimi, rimanendo costantemente tra i primi 10 al mondo: col suo dritto estremamente offensivo che gli permette di chiudere il punto sia da fondo sia sotto rete e, in particolar modo, col suo servizio, senza alcun dubbio il suo colpo più potente e pericoloso (tanto per darne un saggio, ha detenuto fino al 5 maggio 2011 il primato del servizio più veloce del mondo, a 249,5 km/h, realizzato nella semifinale di Coppa Davis che vedeva opposti lui, in rappresentanza degli Stati Uniti, e Voltchkov, in rappresentanza della Bielorussia; primato che fu abbattuto solo dal lungaccione croato Ivo Karlovic ), Andy, nelle superfici veloci come erba e cemento, ha sempre potuto essere combattivo e competitivo. L’unica cosa, anzi l’unica persona che gli ha impedito di vincere di più è stato il suo più acerrimo rivale (sul campo, ovviamente): Roger Federer. Colui che gli soffiò il suo primato nella classifica ATP dopo 13 settimane, colui che lo battè nelle altre quattro finali di Gran Slam che l’americano disputò (tre volte a Wimbledon, una agli US Open). Uno dei pochi tennisti della sua generazione capace di tenergli testa; ma tant’ è, quando ti ritrovi di fronte ad uno dei futuri miglior tennisti al mondo (se non il migliore), i parziali ‘fallimenti’ dell’americano sono più che giustificabili. E anzi, col senno di poi, impariamo a prendere queste sconfitte contro lo svizzero non come finali perse, ma come finali raggiunte. Soprattutto perché l’americano, non dei più talentuosi tecnicamente del circuito, ha sempre dato del suo meglio per migliorare il suo tennis, e i risultati si son sempre visti. Ma d’altronde, finchè quel ‘discreto’ giocatore che è lo svizzero fa una carriera a sé, spesso, quando lo si affronta, si tratta di accontentarsi.

 

GLI ULTIMI ANNI E IL SALUTO – Inevitabile, negli ultimi anni, che l’americano calasse; con l’avvento di giocatori più giovani, più freschi e più tecnici, era assolutamente prevedibile che alla lunga Andy calasse, lasciando il palcoscenico più importante ad altri. Non si è arreso, e ha ottenuto anche vittorie importanti (come quella su Seppi, in finale dell’ATP250 di Eastbourne); ma l’età tradisce la stanchezza fisica e forse, col passare degli anni, anche mentale. L’annuncio del suo ritiro è arrivato come un fulmine a ciel sereno, ma forse è giusto così: non se la sentiva più, il buon Roddick. Dopo una carriera vissuta sempre al massimo, con lo stress di dover viaggiare ininterrottamente per tutto il mondo per tutto l’anno, era forse giunto il momento di dire basta. Ed eccoci arrivati ai giorni d’oggi: siamo sul 2 set a 1 per il suo avversario, l’argentino Juan Martin Del Potro, che, sul 40-0, 5-4 al terzo, ha tre match point. Tre palle per chiudere il match. E una fantastica carriera. L’arbitro incita la folla al silenzio, ma capirà che la situazione non è delle più facili da gestire. Soprattutto perché l’idolo di casa sta per abbandonare la scena. Il volto di Andy, pronto a rispondere al servizio avversario, tradisce intensissime, e giustificabili, emozioni.

Prima di servizio, scambio dominato dall’argentino, e Andy non può mantenere il controllo della palla, che finisce inevitabilmente out.

Game, set, match. And Carreer. Andy piange, non solo perchè rattristato dalla sconfitta, ma perché esposto ad accettare la realtà dei fatti: il suo match appena conclusosi è anche l’ultimo che ha disputato da professionista. Ma lui non mostra rimpianti, sembra felice. D’altronde in pochi hanno la piena libertà di poter scegliere dove e quando metter fine alla propria, fantastica carriera. E così è stato per Andy. Di lui ha detto Phil Taylor: ‘Andy Roddick, hai trent’anni, sei in salute, ricco e sposato con Brooklyn Decker. Tu non ti stai ritirando, stai soltanto andando in paradiso’. E dire che ha ragione è poco. Così come ha avuto una carriera bellissima, sta vivendo anche una vita bellissima, accompagnato da tutti i suoi cari. E ora che ha smesso, può godersi in pace i ricavati delle sue fantastiche vittorie, ottenute nel giro di questi lunghi, intensi 11 anni. E per una carriera come la sua, non poteva esserci ritiro più dolce. Lì a casa sua, lì accompagnato, con la lacrimuccia che scende, dal mondo intero.

 

A cura di Giovanni Nolè

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