Giovanni Nole

Tu sei tutto quello che..

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Ognuno di noi sogna di essere grande. Di diventare grande, di crescere, e un giorno essere ricordato per ciò che si è fatto. Lasciar di noi solo un bel ricordo, qualcosa di immortale, una storia col lieto fine da raccontare ai propri nipoti, un giorno. Ognuno ha la propria storia, ognuno ne sogna una, ognuno se ne crea una. E poi c’è quella storia che diventa leggenda, quella storia che “un giorno vorrò essere come lui”, una storia piena di insegnamenti, di ricordi, di bontà. Come nessun’altra. Quella di Giacinto Facchetti.

Una storia di eccellenza la sua. Dovunque sia andato, qualunque cosa abbia fatto, ha dato solo e soltanto il meglio di sé. Lasciando un ricordo indelebile, indimenticabile. Nasce nei pressi di Bergamo in una calda estate del 1942, e già da bambino era un bambino prodigio. Già da bambino, come poi farà in tutta la sua carriera e in tutta la sua vita, correva. La città in cui è nato, Treviglio, piccolo comune lombardo, è definita ‘la città dei trattori’. E non a caso.. Corre forte il piccolo Giacinto, tant è che all’età di 16 anni vince i campionati studenteschi dei 100 metri, col tempo di 11 secondi. Fantastico. Corre così veloce che viene subito indicato come un possibile fenomeno del panorama calcistico italiano: esordirà infatti a soli 19 anni in Campionato, con l’Inter (mica una squadra qualsiasi), sotto la guida del mago Helenio Herrera (mica un allenatore qualsiasi). E allora corre forte Giacinto: corre così forte che reinventa il ruolo di terzino, rendendo quel ruolo sulla fascia, un tempo solo difensivo, ora pesantemente offensivo. E allora ecco che la storia diventa magica, ecco che già a 21 anni, quando una storia così favolosa di solito dovrebbe solo iniziare, la leggenda dell’eccellenza ebbe inizio: due Coppe dei Campioni, quattro Campionati Italiani, due Coppe Intercontinentali, una Coppa Italia. Di progressiva, la favolosa storia di Giacinto Facchetti ebbe solo la sua fantastica accelerazione nelle sgroppate sulle fasce: Giacinto ebbe tutto e subito, Giacinto vinse tutto e subito. Giacinto raggiunse immediatamente, e tenne fino alla fine della sua carriera, picchi di eccezionalità assoluta. Rimarcando e reinventando la storia del calcio. Riscrivendo la leggenda.

Ma un uomo così non poteva fermarsi. Irrequieto, ansioso, non poteva smettere di correre. E di mostrare tutta la sua persona nella sua eccellenza. Ne ho visti di giocatori fantastici ma scorbutici, ingenerosi, avari; uno come Facchetti era merce rara. E’ la rarità che elogia l’eccezionalità di una storia; e Giacinto era un uomo, oltre che ovviamente un calciatore, più unico che raro. E lui, uomo di orgoglio, non poteva non accettare questa sfida, una volta appese le scarpette al chiodo: dimostrarsi grande, eccezionale anche come uomo. E ovviamente fu la sua Inter a dargli questa opportunità. Prima da Direttore Generale, poi da Vice Presidente (dopo la scomparsa di un altro grandissimo uomo, l’indimenticato Peppino Prisco) e poi da Presidente, Giacinto ha sempre dato prova di sé come un uomo leale, pulito, orgoglioso. Sembravi quasi troppo per noi, Giacinto: una di quelle stelle che, dalla Terra, si possono vedere solo una volta ogni 100 e passa anni. Un’eccezione, LA eccezione. Come diventare uomo inseguendo un pallone, come essere un esempio da seguire per diventare un uomo. Tu eri tutto questo Giacinto. ‘Una persona per bene’, dicevano tutti. Con così poche parole, non si poteva spiegare meglio ciò che eri.

Ci hai lasciato all’improvviso, Giacinto. Ricordo ora, con le lacrime agli occhi mentre scrivo, il giorno in cui seppe della tua scomparsa. Ero piccolino, e anche allora piangevo. Non può essere un caso. Non può essere un caso che l’unica emozione che riuscivo a provare in quel momento, anche se ero solo un bambino, era disperazione. Perché vedi, Giacinto: persino un bambino capiva che, parlando di te, ci si trovava davanti ad una persona umile, eccezionale, rara. Ma tu ci hai insegnato ad andare avanti contro ogni avversità. E anche dopo la tua dipartita hai lasciato solo una scia di bene: i trofei dedicati alla tua memoria, così come anche l’associazione contro i tumori a tuo nome. Quel tumore bastardo che ci ha tolto uno dei migliori giocatori e uomini mai esistiti. Caritatevole anche contro la malattia che ti ha stroncato, eccezionale da giocatore, da uomo e semplicemente come ricordo. Questo era tutto quello che eri, Giacinto. E soprattutto, a sei anni di distanza da quel tragico evento, questo è tutto ciò che sei ancora. Grande, Cipe. Grazie di tutto.

 “Sai, Giacinto cosa ci hai lasciato?

La consapevolezza di poter giocare o lavorare o tifare per l’Inter seguendo la sua linea di continuità.

Poter essere leali, coraggiosi, forti e semplici.

Avresti detto nerazzurri.

Per sempre con noi.”

[Il ricordo di Inter.It per Giacinto Facchetti]

 A cura di Giovanni Nolè

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