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Armstrong rinuncia a difendersi dalle accuse di doping e perde tutti i Tour vinti

Armstrong rinuncia a difendersi dalle accuse di doping e perde tutti i Tour vinti
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AUSTIN, 24 AGOSTO – Lance Armstrong si arrende e rinuncia a difendersi dalle accuse di doping che gli vengono rivolte dall’Usada, l’agenzia antidoping americana. L’ex corridore professionista, ritiratosi nel 2011 dall’attività per dedicarsi al triathlon e alla mountain bike, continua a dichiararsi innocente ma ha annunciato che non intenderà più controbattere alle accuse di aver assunto sostanze dopanti.

LE REAZIONI E LE CONSEGUENZE – La decisione è stata presa quattro giorni dopo essersi visto respingere l’ennesimo ricorso presentato per cercare di scagionarsi dalle accuse mosse contro di lui. L’Usada aveva aperto una procedura formale contro l’ex ciclista in Giugno con un fascicolo in cui si illustravano le prove che dimostrerebbero l’uso di doping. Tra queste i prelievi di campioni di sangue eseguiti nel 2009 e nel 2010 che metterebbero in evidenza l’utilizzo di manipolazioni sanguigne, di EPO e di trasfusioni. L’ex ciclista statunitense ha comunicato le sue intenzioni in una nota sul suo sito ufficiale e, non appena appresa la notizia, non si sono fatte attendere le prime reazioni. L’Usada, che ha interpretato il gesto di Armstrong come un’ammissione di colpevolezza, ha annunciato che il plurivincitore del Tour de France verrà radiato a vita dalle competizioni e privato di tutti i titoli vinti in carriera, compresi i trionfi nella grande corsa a tappe francese. Una sentenza che di fatto cancella la carriera di quello che fino ad ora veniva considerato uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi con il record di sette affermazioni consecutive nella più famosa corsa a tappe del mondo. Uno scandalo di portata mondiale se pensiamo alla visibilità, sia in campo sportivo che sociale, che hanno avuto le imprese dello statunitense da tempo impegnato nella lotta contro il cancro, malattia da lui combattuta e vinta nei suoi primi anni di carriera.

a cura di Mauro Leone

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