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La Opinión

Vietato parlare di bolla: il calcio italiano non è l’NBA! Sfugge ancora il senso degli impegni delle nazionali

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Non si può parlare di bolla nel calcio italiano: il modello NBA semplicemente non è applicabile. Non si può paragonare un sistema così ristretto ma così ricco a quello italiano. Lebron James da solo vale l’intera Lega di Serie C e qui non si tratta di andare a salvaguardare Cristiano Ronaldo o Lukaku, ma l’intero sistema calcio in Italia. In C si iscrivono per il rotto della cuffia, come potrebbero anche solo pensare di reggere una bolla di 5 mesi? Insomma, il calcio è ad un bivio e il caso Juve-Napoli non aiuta di certo a pensare una soluzione che possa far terminare la stagione.

D’altronde è solo lo specchio di un Paese che s’affanna a cercare soluzioni provvisorie e che rimanda tutte le decisioni all’ultimo momento disponibile. In attesa del DPCM del 15 ottobre, abbiamo già capito quanto il protocollo sia obsoleto, sconfitto e superato. The show must go on, è vero, ma ad oggi 9 ottobre non sembra possibile. I positivi spuntano di giorno in giorno, considerarli semplicemente degli infortunati e andare avanti è una follia. Servirebbero figure di spessore al vertice e una concomitanza di interessi tra presidenti, governo e federazioni. Il caso Napoli ha invece sdoganato il tutti contro tutti, per un aspetto non regolato da una giurisdizione certa.

Ma il sistema calcio ama tirarsi la zappa sui piedi. La Uefa e le altre federazioni mandano calciatori a rischio contagio in giro per l’Europa e per il mondo per gli impegni delle nazionali. Da sempre accolte con scetticismo, per le partite di questi ultimi due giorni si è rasentato il ridicolo. Passino, volendo, gli impegni ufficiali di questa discutibilissima competizione chiamata Nations League, ma l’Italia ha radunato 23 calciatori da tutto lo stivale per l’amichevole contro la Moldavia. Amichevole, Moldavia: fa ridere già così. A questo punto bisogna pensare alla soluzione di emergenza: gare ad eliminazione diretta.

Non oggi, non domani, ma è un’opzione futura per gestire il finale di campionato. Ridurre le partite superflue, di chi non ha più ambizioni, significa ridurre anche il rischio di esporre i calciatori al contagio. Nascono come soluzione d’emergenza, ma in futuro chissà: tutti ai nastri di partenza, decisi dall’esito della stagione regolare, e tutti che possono ambire alla vittoria. Più competitività, più spettacolo: è solo un’idea, ma le altre soluzioni sono poche. Intanto, uno stop a tempo del campionato diventa sempre più concreto. Con effetti devastanti per i tantissimi lavoratori e per le società delle serie minori. Per loro difficilmente si spendono due parole.

Vittorio Perrone

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