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Bomber di provincia: il tango salentino di Ernesto Chevanton

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Bomber di provincia, quanto ne abbiamo sentito parlare. L’intramontabile mito del calciatore che scende sui campetti della periferia e da lì arriva ad offuscare anche le storie più belle, quelle che tutti sognano, composte da gol e trionfi, da appartenenza e record battuti. In qualche modo, il bomber periferico riesce a mettere in secondo piano anche le stelle più luminose. Chiedete di Maradona, Messi, Ronaldinho: vi risponderanno tutti. Chiedete di un bomber di provincia: vi risponderanno ma con un tono diverso, misto tra ammirazione e venerazione.

Dopo esser partiti dall’Italia con Riccardo Zampagna, tra Terni e Bergamo, oggi partiamo dalla regione di Colonia, in particolare da Juan Lacarze. Patria di Ernesto Javier Espinosa. Per tutti Ernesto Chevantón.

Bomber di provincia: il tango del “Che” salentino

Dal 1997 al 2001, tra i prospetti più interessanti del calcio sudamericano, Chevanton realizza 53 gol in sole 61 presenze con la maglia degli uruguagi del Danubio. Il calcio d’Italia, prossimo al suo canto del cigno, è il mercato più appetibile. Nessuna big, nessun Nord. Chevanton passa in Salento, a Lecce: è l’inizio di una lunga storia d’amore, mai tradita, che continua ancora oggi.

Con la maglia dei salentini si guadagna fin da subito l’amore incondizionato del Via del Mare: comincia a maturare, nel futuro “Che” del salento, lo stesso sentimento che aveva spinto il suo “omonimo” Guevara a sacrificarsi per gli altri, a dire no alle prime pagine per agire da dietro le quinte. Ci sono imprese che non hanno prezzo, la cui riuscita vale molto di più di un premio, di un riconoscimento e del denaro. Quello no, in realtà non conta proprio un bel niente.

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Gepostet von SportCafe24 am Mittwoch, 10. Juni 2020

Da Lecce a Lecce, il mito intramontabile del Salento

Ernesto a Lecce gioca tre stagioni, una meglio dell’altra. Fa gol, fa assist, si diverte. Contribuisce alle vittorie dei salentini, confluenti nelle salvezze che consentono al Lecce di sopravvivere. Il bilancio, a fine 2004, parla di ottantotto presenze e quarantasei gol. Viene ceduto, va al Monaco, poi al Siviglia, poi all’Atalanta. Ma non ritrova nessuna casa: quella è solo a Lecce, dove torna nel 2010. Solo due gol, contro Parma e Napoli, e per una strana congiunzione astrale quelli decisivi alla salvezza dei salentini.

Ha trent’anni, quando torna in Argentina, al Colon. Ci resta poco, complice un infortunio grave. Sarà finita? Non è proprio vero. Chevanton torna ancora a Lecce, a tempo indeterminato, percependo novecento euro: “Il mio vero stipendio è l’affetto della gente e non il denaro. Per me il loro amore nei miei confronti è la cosa più importante. Amo la Curva Nord: e so quanto loro mi vogliono bene. E ciò mi basta per essere felice” – dirà in seguito. 11 presenze, 5 gol, un anno e via. In una giostra interminabile per una carriera che continua ancora oggi.

Cosa fa Chevanton, dopo tre giravolte nel caldo Salento, gol a grappoli e tanto, tanto amore? Continua a passeggiare per Lecce, con la sua seconda pelle giallorossa. Di tanto in tanto siede in un bar del centro storico, senza doversi nascondere poi troppo. Anche sotto mentite spoglie: tutti, ma proprio tutti, anche i più giovani, conoscono Ernesto Javier Espinosa Chevantón.

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