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L’acquaiolo greco e un evento da 66 miliardi di euro: buon compleanno, Olimpiadi

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Uno dei compleanni più difficili, e forse più importanti. Oggi le Olimpiadi moderne festeggiano 124 anni: il 6 aprile 1896 Atene inaugurava la prima edizione di quei Giochi che fin dall’età classica rappresentavano un segno di fratellanza tra popoli e culture differenti. All’epoca si sospendevano le guerre tra città per assistere alle sfide tra i migliori rappresentanti sportivi. Rompere questo vincolo era considerato un sacrilegio, una sfida alle leggi degli uomini e, fatto ben più grave, degli dei. Le Olimpiadi moderne festeggiano il compleanno in un momento storico, e mai quest’aggettivo ha avuto un valore così pregnante. Perché per la prima volta l’evento è stato posticipato di un anno a causa di una pandemia: Tokyo 2020 si terrà nel 2021, se tutto va bene.

La prima edizione

Il primo anno bisestile di questo secolo senza Olimpiadi lascia il tempo di riflettere sul valore che i Giochi hanno assunto all’interno della società sportiva contemporanea.  A maggior ragione rispetto all’inizio. Quel 6 aprile di 124 anni fa partecipavano “solo” 14 nazioni alle 43 competizioni previste nell’arco di una decina di giorni. In tutto si fronteggiarono 285 atleti: già all’epoca gli Stati Uniti si dimostrarono lo Stato più vincente, ruolo che avrebbero mantenuto a lungo nella storia della competizione. Ma il successo più prestigioso andò a Spyridon Louis, vincitore della disciplina che fu una delle più grandi intuizioni del primo congresso olimpico: la maratona. Che fosse un greco a vincerla era quasi scontato, sia per la tradizione della specialità sia perché dei 17 partecipanti ben 13 difendevano la nazione ospitante. Che il successo arrivasse da un acquaiolo di Amaroussion, villaggio non lontano da Atene, forse, un po’ meno.

Ma quell’edizione fu un po’ particolare. Prima di tutto perché organizzare in un paio di anni un evento di portata mondiale, in una società priva della cultura sportiva e dei mezzi economici attuali, non era affatto semplice. Tanto che fu stilato un regolamento abbastanza frettoloso, che vietava la partecipazione ai professionisti: per il barone Pierre De Coubertin, padre dei Giochi moderni, un vero sportivo non gareggia per denaro. Non mostrategli i contratti di calciatori professionisti e giocatori NBA contemporanei. L’idea, molto affascinante, creò un grosso squilibrio nella qualità dei partecipanti. Di fatto le gare di ginnastica furono dominate dai tedeschi, gli unici a inviare atleti di alto livello, mentre quelle di atletica dagli statunitensi, arrivati su invito di un amico dello stesso De Coubertin. Un solo italiano riuscì a partecipare all’evento, il tiratore piemontese Rivabella. Il podista Carlo Airoldi provò ad aggregarsi percorrendo a piedi più di 1300 chilometri per recarsi da Origgio, il suo paesino di origine, in provincia di Varese, alla capitale greca: non gli fu permesso di gareggiare, in quanto incapace di dimostrare che non era un professionista.

Cosa è rimasto di quell’Olimpiade

Il divieto del professionismo, aggirato a più riprese nelle diverse discipline, è stato definitivamente abolito per l’edizione del 1988. La presenza dell’economia nello sport ormai era troppo invadente per fingere di poterla ignorare, e la pratica di dichiararsi dilettanti per poi incassare gettoni di presenza corrispondenti a circa 3000 dollari troppo diffusa per essere ulteriormente tollerata. Ma soprattutto, rispetto alla prima edizione le Olimpiadi moderne hanno incrementato in maniera netta il loro valore economico, sociale e politico. Basti pensare alle schermaglie tra USA e URSS in piena guerra fredda, con il reciproco boicottaggio di Mosca 1980 e Los Angeles 1984. Non esattamente ciò che De Coubertin aveva in mente, quando progettava le Olimpiadi come passatempo tra nobili sportivi.

A Rio 2016 hanno partecipato più di 11.000 atleti provenienti dai 205 Comitati olimpici nazionali esistenti. I Giochi olimpici, ora più che mai, sono diventati un evento planetario. Ma con delle conseguenze. Il solo slittamento di un anno di Tokyo 2020, a causa della crisi sanitaria mondiale, secondo stime che arrivano dal Paese organizzatore, potrebbe costare tra i 5 e i 6 miliardi di euro. L’annullamento complessivo avrebbe portato a una perdita di oltre 38 miliardi di euro nei calcoli più ottimistici, quasi 66 in quelli più catastrofici. Cancellare le Olimpiadi significherebbe un duro colpo per molte federazioni, che rischierebbero il collasso. E forse il compleanno dei Giochi può aiutarci a riflettere su quanto siano diventati importanti per la nostra società. Tanto da far tentennare il più possibile sul loro rinvio, anche di fronte a una situazione di emergenza sanitaria mondiale. Eppure, un tempo, si poteva vincere la disciplina regina lavorando full time come acquaiolo.

SPORTS AGENCY SC24

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