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La Opinión

Una settimana senza calcio, forse non è poi così male

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Una settimana senza calcio si fa sentire: sono appena sette giorni dalla decisione di fermare i campionati regolari in Italia, perché il nuovo Coronavirus no, ha deciso di non risparmiare nessuno e di investire totalmente la nostra quotidianità. L’ha fatto con una freddezza tale da far raggelare il sangue nelle vene: senza interessarsi di niente, si è catapultato sulla nostra “giornata tipo” e ne ha fatto mille pezzi, come la foto che, ciascuno di noi, ha distrutto almeno una volta nella vita. Ci ha ricordato che siamo fragili, che siamo veramente esseri miseri dinanzi alla potenza totalizzante della natura. Ci ha ridimensionato, è forse è peggio così. Forse è meglio, non lo sappiamo: giudicheremo questo strano 2020 tra qualche anno, quando sarà passato il tempo necessario per lasciarlo alle spalle. D’altronde sì, ce la faremo. Con o senza calcio.

La nostra quotidianità

Ma una settimana senza calcio, il nostro sport, lo sport italiano per eccellenza, si fa sentire. Forse anche troppo. Perché una settimana senza calcio è generalmente una settimana di noia, solo perché noi, dell’abitudine, siamo fieri sostenitori. Una settimana senza calcio è una settimana senza passatempo, senza hobby, senza momento di stacco dalla giornata. Ma è anche una settimana che ci porta a riconsiderare le priorità della vita, che spesso mettiamo dietro a quel pallone, attorno a cui costruiamo polemiche, rompiamo amicizie, avveleniamo climi e perdiamo il senno. Una settimana senza calcio è un motivo in più per ritagliarci novanta minuti di pensieri, riflettere su noi stessi, sulla nostra vita. Perché no, tirare un bilancio, o prendere una decisione: spesso i calci di rigore sono “nascosti”, ma ci sono.

Ci sono eccome. Una settimana senza calcio è un po’ come quella settimana senza la nostra vita. In alcuni casi senza le passeggiate, senza le uscite con gli amici, le file nei locali. Una settimana senza frenesie, di calma piatta, chiusi in casa. Una settimana che ha coinvolto tutto un Paese: no, non siamo patriottici nemmeno un po’. Eppure abbiamo riconsiderato anche quello, più di tutti i divari, più di tutti gli odi, spesso infondati, più della dualità Nord-Sud, più di polentoni e terroni. Oggi, dopo una settimana senza calcio, siamo italiani. In emergenza, con le spalle al muro, come in guerra. Il nemico non lo vediamo perché è un batterio, invisibile all’occhio ma capace di mettersi nella nostra mente e farci guardare intorno. Come si riconsidera, clamorosamente, il diverso, quando si è percepiti come diversi.

Il calcio e la vita camminano in parallelo. E il calcio, il nostro calcio, è uno specchio perfetto per la nostra quotidianità: quella che ci fa avere paura di stare a casa, quella che ci porta alla continua frenesia, a novanta, centottanta minuti di corse, uscite, avanti, indietro, partenze, ritorni, addii. Una settimana senza calcio è una settimana senza la nostra vita, quella vera. Eppure, in una settimana, quante cose si sono ridimensionate. Chi vi scrive, spesso, si è seduto sul divano. Che fosse per l’Inter, la Juve, il Barcellona, il Napoli. Dimenticando che le piccole cose, quelle più semplici, quelle all’occhio più insignificanti, sono quelle che questa quarantena forzata ci sta facendo rivivere. E forse, l’unico motivo per cui ringraziare, si fa per dire, questa situazione di emergenza da virus è proprio questo: una settimana senza calcio, senza le nostre abitudini, ma ne abbiamo riconsiderate altre. E forse, dopotutto, non è poi così male…

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