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Due cose, importanti e superflue, che ci ha detto il Derby d’Italia

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Tra polemiche, spesso vane, ed emergenza, questa vera, sanitaria, economica, sociale da Coronavirus, finalmente si è giocato uno dei più discussi e chiacchierati Derby d’Italia fuori dal campo. Sì, perché la partita si era giocata prima fuori dal campo e quella, almeno, l’ha persa la Juve: con la decisione di rinviare, prima ancora di attuare l’unica soluzione attuabile, quella delle porte chiuse che poi si è attuata. Perché i tifosi, nel 2020, la squadra più ricca del campionato pare non li rimborsi. Poi ci ha pensato Agnelli, in delirio da SuperLeague da circa tre anni, a pisciare fuori dal vaso sulla ottima Atalanta che sì, porta avanti il calcio italiano in Europa o quantomeno non perde con il Lione (il Valencia, asfaltato dalla Dea, è molto più competitivo del team francese). L’aveva vinta l’Inter, la partita fuori dal campo di cui sopra, e alla fine si è fatto come indicavano in prima istanza i nerazzurri: porte chiuse e via.

Poi, però, il campo scende in campo, è il caso di dire. E parla, insindacabile, con giudizi che sanno, a questo punto della stagione, di verdetti. In attesa di scoprire cosa deciderà, semmai deciderà qualcosa, il Ministro dello Sport Spadafora, di gran lunga tra i più anonimi della nostra storia repubblicana, assieme alla Lega Serie A nella giornata di domani. Intanto, dicevamo, il campo ha parlato e il Derby d’Italia ci ha lasciato due notizie, fresche fresche.

▪ La prima, più importante: le due migliori partite giocate dalla Juve in questa stagione sono entrambe contro l’Inter. Il che non significa niente eppure significa tanto. Vuol dire cioè che l’Inter non è al livello della Vecchia Signora. E che la Vecchia Signora è la favorita per lo scudetto, non perché è la più brava, la più solida o perché gioca meglio. Ma perché, come diceva Darwin, è la più forte. Una questione di sopravvivenza che vede i bianconeri davanti a tutti, anche alla pur ottima Lazio che, diciamolo, meriterebbe questo scudetto da Covid-19 dieci, venti, cento volte in più.

▪ La seconda, la meno importante: l’Inter di Conte è forte, ma non è ancora forte tanto da andare a Torino, fare una partita da protagonista e vincere. E infatti è andata a Torino, ha fatto una comparsa e, alle prime due occasioni buone, ha perso. Concedendo tutto e non approfittando di niente. Però è la cosa meno importante perché è l’unica certezza che Antonio Conte, che ha messo da parte i suoi deliranti discorsi su competizione, forza, squadra, competitività, ha dall’inizio dell’anno.

Tempo di tirare le somme: la Juve, a parere del bischero che vi scrive, è a fine ciclo. E Sarri può essere l’ecatombe di un ciclo vincente, ma finito. Il mercato estivo, laddove serviva un registra, laddove servivano terzini, laddove serviva chiarezza in avanti ha portato un Rabiot più inutile del formaggio sulle lumache, un Ramsey fuori ruolo, un de Ligt (crack, ma alla Juve è triste). Zero terzini, zero cessioni in avanti. Dybala, divino, è una scommessa vinta da Sarri ma era in uscita, con Higuain. Bentancur pure, ma già Pjanic no. Bernardeschi decisamente no. Un altro mercato sgangherato aprirebbe le porte all’Inter che sì, ha investito tanto e bene. Sì, è solida, ha un ottimo allenatore ed è destinata a migliorare esponenzialmente. E sì, in caso di chiusura, che presto o tardi arriverà, del ciclo Juve, la sensazione è che si ritornerà ad un dominio nerazzurro. E allora, solo allora, saranno cazzi veri. O amari, fate voi.

SPORTS AGENCY SC24

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