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Bernardeschi ci ha ricordato quanto facciamo schifo

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Un virus sta dominando le nostre paure. Ci terrorizza, limita la nostra libertà, ci fa disprezzare l’altro. Abbiamo chiuso i porti a chiunque, rintanandoci nella nostra fedele cerchia, criticando gli altri la mattina al bar o in coda al supermercato durante la folle corsa per accaparrarci l'ultimo inutile pezzo di pane, che deve essere il nostro e di nessun altro, manco fosse la fine del mondo. Abbiamo deciso di offendere, cacciare, allontanare. Abbiamo fatto morire donne e bambini, perché prima veniva la nostra sicurezza, la nostra ricchezza e poi le loro vite. E adesso siamo noi gli emarginati, siamo noi ad essere discriminati e cacciati, rinchiusi tra i confini di un Paese che soffre. Quando tutto questo finirà, ricordiamoci di questi giorni, di questa sofferenza, di questa isteria che ci ha trasformato in animali mossi solo dall'istinto di sopravvivenza, senza ragione, senza rispetto per nessuno. Ricordiamocelo poi, di come ci trasformano disperazione e paura di morire. Ricordiamocelo quando ad aver paura sarà qualcun altro, che chiede aiuto. #Coronavirus #NoOdio #NoDiscriminazione

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Federico Bernardeschi potrà piacere e non piacere, essere un grande giocatore o una schiappa. Sinceramente non ci interessa, in un momento così delicato e importante. Piuttosto, oggi, contano i messaggi. La comunicazione è tutto. Il mondo è in panico, l’Italia lo è. Occorreva un messaggio positivo, ed in parte è arrivato. La bella notizia, più di tutte però, è che sia arrivata da un mondo, come quello del calcio, generalmente impermeabile all’estero e restio ad uscire dal suo orticello, dalle sue dinamiche, dalle sue polemiche. A volte ci si danna settimane intere, sputando veleni su veleni, per una partita, un episodio, un minuto in più ed uno in meno. E quando poi capita quel che nessuno avrebbe mai potuto immaginare, nel mondo delle tecnologie, delle corse e delle rincorse, si scende nel panico più totale. Si scappa, senza reagire, come codardi, vili. È un po’ la nostra storia, diciamolo, soprattutto recente. Siamo lo stesso popolo che inneggiava Mussolini nei suoi deliri, e siamo gli stessi che gli voltammo le spalle all’indomani dell’8 settembre 1943.

Passano gli anni, la musica non cambia. Però poi dalla Cina arriva un virus più aggressivo, che in molti casi uccide. E per noi è colpa dei cinesi di merda, così era colpa dei neri che ci stavano invadendo. Siamo stati chiusi e abbiamo voluto chiudere e respingere, perché qualcuno lo diceva, perché andava di moda, perché in fondo è più comodo così. E lo è sempre stato, la nostra è dopotutto una storia razzista. A qualche uomo orientale abbiamo rotto anche la testa, l’abbiamo insultato, gli abbiamo detto di tornarsene a casa. Poi magari chissenefrega che quell’uomo in Cina non sia mai andato, che l’ha vista solo da Google Maps. Il suo essere cinese è la qualifica che basta per emettere la sentenza di schifo. Ha detto bene Bernardeschi: odio, razzismo e discriminazione sono più letali del coronavirus.

Poi il virus arriva in Italia, e noi con Bernardeschi diciamo che ci terrorizza, ci mette timore, limita la nostra libertà. E lo si sta combattendo in un modo, o nell’altro, piaccia o no. E prima o poi passerà, sarà un ricordo. E mentre si conteranno i danni torneremo alle nostre vite. Però, lo ripetiamo sempre con Bernardeschi, ricordiamocelo. Ricordiamoci soprattutto che siamo diventati noi stessi gli animali che tanto disprezziamo, mossi dal solo istinto di sopravvivenza. Ricordiamocelo quando nel Mediterraneo affonda una barca con a bordo uomini, donne, anziani e bambini. Ricordiamocelo quando ci chiedono aiuto, e ci voltiamo dall’altra parte. Grazie Federico, perché con un solo calcio al pallone ci hai ricordato quanto facciamo schifo.

SPORTS AGENCY SC24

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