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Grazie, Daniele!

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Anche per Daniele De Rossi è arrivato il momento dei saluti: l’ex capitano della Roma, dopo mezzo anno dal passaggio al Boca Juniors, ha deciso di dire basta. E smettere, così, col calcio giocato. Una piccola tragedia che si è consumata nell’attimo in cui, alla Bombonera, sogno realizzato da De Rossi, non si è consumato un altro sogno, quello di giocare un Boca-River alla Bombonera. Una partita, quella, vissuta dalla panchina, ad incitare i compagni. A chiudere un capitolo, quello in campo, e simbolicamente ad aprire un altro, mai celato, per la panchina.

Un viaggio breve, eppure intenso, un filone narrativo di per sé romantico, dopo l’irrealizzabile diventato realtà e una parentesi di vita, più extra che calcistica, del tutto imprevedibile dopo diciotto anni di Roma. Una vita diversa, immaginata ma forse vera, fin troppo per essere compresa da chi è abituato ad un altro certo tipo di calcio, quel business in cui girano miliardi su miliardi e dove certi sentimenti non contano. Ora “Il Tano”, l’italiano hidalgo trapiantato in Argentina, con un piede telecomandato e una immensa capacità di intendere il gioco, è pronto a regalare altre e nuove sorprese. In panchina. Ma cosa lascia Daniele De Rossi al calcio mondiale?

La differenza che si sposta

Quando è arrivato in Argentina De Rossi, che è un campione, credeva di poter fare la differenza. E forse avrebbe potuto davvero farla, in un ambiente che lo ha accolto come un Dio e dopo un addio, a Roma, tutt’altro che dolce. Per vari motivi non è stato così, e non solo per demeriti del fu Capitan Futuro. Il fatto è che, nonostante un modulo cucitogli attorno, De Rossi si è repentinamente reso conto di non essere più bravo come un tempo al centro del campo. Meglio, se non altro, a bordocampo ed in panchina, che resta il suo sogno e la sua naturale destinazione.

De Rossi, però, lascia un’eredità, molto oltre il semplice concetto di centrocampista. Perché per almeno un decennio Daniele è stato il centrocampista: più di Lampard, più di Gerrard, più di Xavi e finanche Iniesta. Completo, metodico, granitico, flessibile al punto da essere sperimentato, più volte, in difesa. Chi ricorda un’edizione di Fifa in cui DDR partiva, come predefinito, da difensore centrale? La sfida, per i centrocampisti di oggi, è quantomai ardua: emulare anche solo lontanamente le capacità di DDR sarà impresa ardua e dura.

Cosa lascerà, invece, in panchina, è facile a dirsi: De Rossi, come molti prima di lui, sembra essere un predestinato. E forse, più di tutti, per chi vi scrive, sembra essere l’unico capace di poter ripercorrere le stesse strade battute da Pep Guardiola. Guarda caso, poi, altro centrocampista. E che centrocampista. Chi allenerà? A Roma il toto-Daniele è già cominciato pare. Finisce così lo sventolare dell’ultima bandiera del calcio italiano, trapiantato in un’altra realtà e adottato, seppur per poco, in un’altra famiglia. Abbraccerà la sua reale, avendone lasciata una che lo attende nella Città Eterna. Ma a Trigoria come a La Boca lo ricorderanno per essere stato un loco, prima ancora che un campione. Il soggetto ideale per un film di Scorsese. Un personaggio perfetto ed imperfetto e forse, proprio per questo, irripetibile e innato. Grazie, #DDR.

SPORTS AGENCY SC24

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