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Che voleva dire Antonio Conte?

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Ha fatto il giro del mondo, la sfuriata di Antonio Conte post Borussia Dortmund-Inter, gara di Champions League che ha visto i nerazzurri capitolare contro i padroni di casa nonostante l’iniziale vantaggio di 0-2. Lo stesso Borussia Dortmund, poi, è stato travolto 4-0 in campionato dal Bayern Monaco ma questi sono dettagli. Nel suo netto attacco, Conte, ha coinvolto la società, la stessa che venne attaccata in estate, pochi giorni dopo l’inizio del ritiro in casa nerazzurra.

La stessa che, cominciato il nuovo ciclo, ha affidato il tutto per tutto nelle mani dell’ex allenatore del Chelsea: non un tecnico, si badi bene, ma un manager. Libero di scegliere, libero di sbagliare: ha avuto chi ha richiesto, ceduto chi non era, a suo dire, necessario. Per costruire, più che ricominciare. E poi si è andato a lamentare. Ma con chi ce l’aveva, Antonio Conte?

Un allenatore non nuovo a certe cose

Ricordate la metafora del ristorante? Ricordate una squadra lasciata a ritiro appena cominciato? Ecco, Antonio Conte è un personaggio sui generis sotto tutti i punti di vista. Parliamo di un vincente, perché ha vinto, perché è un motivatore, perché è uno perennemente affamato. Perché è determinato e riesce a tirare fuori il meglio dai propri giocatori. Un tipo ambizioso che, salvo pochissimi casi, una volta arrivato a grandi livelli, ci è saputo stare perché ha sempre vinto. Nella stagione d’addio al Chelsea gli è andata male ed andandogli male ha strappato comunque il secondo trofeo del calcio inglese per importanza. Ma Antonio Conte è un personaggio, anzitutto, coerente.

E non tanto, e non solo per la fede juventina con dignità mai rinnegata, quanto invece perché coerentemente spesso risulta essere lui vittima delle sue stesse virtù: l’ambizione smodata, la vulcanicità, la perenne eruzione della sua determinazione, della sua rabbia agonistica. Nulla di nuovo dunque, per chi è parso indignarsi e chi, addirittura, ha invocato l’esonero imminente o una punizione severa della società.

La frustrazione di Antonio Conte

La verità, semmai, è un’altra. E ha i tratti della frustrazione. Perché Conte, che giustamente nulla più può chiedere ai suoi, che in campo danno l’anima, ha capito una cosa che forse non aveva immediatamente percepito: l’Inter non è la Juve e soprattutto non è ai livelli della Juve. Non è, insomma, ancora pronta per sfidare i bianconeri ad armi pari. Perché non ha gli stessi mezzi e soprattutto non ha un progetto lineare avviato da qualche anno, semmai ne ha uno cominciato pochi mesi fa. E le vittorie, si sa, da Torino a Cagliari, sono frutto di una serie di varianti.

La programmazione, su tutte: si programma oggi, si programma domani, per vincere dopodomani. Roma non è stata costruita in un giorno, nemmeno Milano sfugge a questa logica. L’Inter ha, con Spalletti, puntato al ritorno nella grande Europa. Con Conte, logicamente, punterà al ritorno sul tetto d’Italia. Ma ci vuole tempo. Quindi, con chi l’aveva Conte? Con una società che è andata ad accontentarlo su tutta la lista della spesa? Con i tifosi, che non gli perdonano niente, su tutte la juventinità mai abiurata? O con se stesso, con la sua ambizione, trasformatasi nella frustrazione di non essere il più forte e quindi non vincere subito?

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