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Il giocattolo Napoli si è rotto

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Si poteva essere qui a parlare di tanto altro: di una vittoria, per esempio, che avrebbe spazzato via l’ormai cronica leziosità del Napoli; di una qualificazione difatti raggiunta con due giornate di anticipo ed automatico passaggio del turno; di squadra da Champions, di ambiente compatto verso l’uscita dal tunnel della crisi e via dicendo. Invece siamo qui a raccogliere i cocci di un bel giocattolo che, dopo circa un decennio, purtroppo, si è rotto. Napoli-Salisburgo, gara di Champions, lascia l’amaro in bocca. E non tanto, o almeno non solo per un pareggio che sta stretto, quanto invece perché ha portato a galla tutta l’irresistibile leggerezza del Napoli. O se preferite, la sua fragilità. Meglio ancora essere più specifici: il suo problema.

L’ammutinamento, perché di questo si è trattato, dei giocatori del Napoli ha radici di malessere profonde e non emerse soltanto ieri sera: è un gesto che dice tutto e che ci parla di una frattura, a questo punto insanabile, da un lato della squadra nei confronti della società e dall’altro dell’allenatore in mezzo ai due fuochi, senza sapere dove andare. Lasciare i propri ragazzi, seguire i dettami della società o agire di testa propria. Ancelotti, ieri sera, ha scelto la seconda opzione, chiedendo, a quanto pare, una assunzione di responsabilità ai suoi. Gente che guadagna milioni di milioni, per capirci, non gli operai sottopagati in fabbrica. Gente che dovrebbe dar conto, a chi paga il biglietto per guardarli, a chi versa loro gli stipendi, a chi per loro ci mette quotidianamente la faccia, ed anche a chi intorno al loro mondo, spesso condito da futili egoismi, lavora (per cifre molto meno dignitose, diciamo così, n.d.r). Invece la squadra si è ammutinata, dicevamo, ed è un ammutinamento contro l’ambiente Napoli, la sua società, il suo allenatore. Che, a questo punto diciamolo, non ha più in mano la situazione. Ecco il primo pilastro che viene giù dal giocattolo rotto: Ancelotti non è più l’allenatore del Napoli. E verrà confermato, probabilmente, ma senza cambiare molto la sostanza: quanto successo ieri sera significa non avere in mano le chiavi dello spogliatoio, e per quanto possa sembrare nobile il gesto di chiedere ai suoi responsabilità, per il club è un danno d’immagine senza precedenti e nelle logiche di un’azienda, quale è la SSC Napoli, è un atto sovversivo che non trova nessuna giustificazione. Un capriccio, diciamo così, che spiega anche la mancanza di continuità, la perenne paura di sbagliare, i tanti scivoloni di questa prima parte di campionato. La squadra ha cominciato un percorso tutto suo: non è democrazia corinthiana, non è più quel calcio e non è più quel mondo. Insubordinazione, ammutinamento, superbo atto di tracotanza.

Ora la palla passa alla società, la parte lesa dagli stessi dipendenti. Cosa farà Aurelio De Laurentiis? Il Napoli avrà la forza di esonerare Ancelotti, o Ancelotti di dimettersi? Delle due l’una. O il gesto estremo di prendere e mettere fuori i senatori, da cui è evidentemente partito il tutto. E poi, dopo le giuste logiche della transizione, ricostruire e ricominciare. Perché, dopo 19 mesi dal suo inizio, il ciclo del nuovo Napoli non è mai concretamente cominciato. Il punto è che poi il ciclo doveva essere Carlo Ancelotti da Reggiolo. Ora la società decida: continuare così o raccogliere i cocci del giocattolo. Di questo giocattolo che, dopo ieri sera, si è davvero rotto.

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