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Ma il Napoli è la squadra di Ancelotti?

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Il calcio non è una scienza esatta, mai lo sarà probabilmente. Ma condivide, con la matematica, se non altro, l’ineluttabilità del risultato: cambiando l’ordine degli addendi, la somma non cambia. Vale a dire togliendo Stella Rossa di Belgrado, ed aggiungendo Genk, la somma fa sempre 0-0. Significa un punto, significa aver praticamente vanificato un risultato (il 2-0 contro il Liverpool, n.d.r) e aver riaperto un discorso che poteva essere già quasi chiuso. E nell’ombra si muove il Salisburgo, non il PSG dello scorso anno ma comunque squadra ostica e ben organizzata, capace di fare il bello e cattivo tempo ad Anfield contro il Liverpool e pronto ad ospitare il Napoli, già sconfitto sonoramente nella scorsa stagione in territorio austriaco.

Come a Belgrado, anche ieri sera il Napoli gioca ma non segna, anzi spreca, clamorosamente. E come lo scorso anno c’è Milik, che di mestiere dovrebbe fare il centravanti e per il quale ormai non si contano più le occasioni sprecate. Il polacco ha già avuto la sua seconda possibilità. Chi di possibilità invece ne ha avute già tante è Carlo Ancelotti, finito giustamente sul banco degli imputati ieri sera ed ora chiamato, veramente e senza più nascondersi dietro a un dito, a dare una spiegazione coerente e logica. A cominciare, per esempio, dal perché il Napoli sia una squadra francamente senza identità o senza l’identità che decanta il suo allenatore: ecco, a cominciare dal fatto che il Napoli non sia la squadra di Ancelotti. Antonio Conte, sulla sponda nerazzurra del Naviglio, ha già plasmato una squadra a sua immagine e somiglianza.

Di chi è il Napoli?

In oltre diciotto mesi, perché Ancelotti ancora non ci è riuscito? Ancelotti spieghi anche la pedissequa instabilità di un gruppo che alterna prestazioni convincenti ad altre scialbe e prive di emozioni, peccando sotto l’aspetto dell’atteggiamento e della lucidità fisico-mentale. E spieghi anche la mancanza di organizzazione e l’assenza quasi totale di divertimento, lo scendere in campo, in una partita, con tre atteggiamenti diversi e in perenne climax discendente. E spieghi poi di Insigne, il migliore, assieme a Mertens, di questo traballante inizio di stagione, capitano del Napoli e finito per scelta tecnica (ma quale scelta tecnica?) addirittura in tribuna nella serata di ieri. Spieghi la confusione, la disorganizzazione, l’anima che questa squadra mette, spesso, col contagocce. E, infine, perché la sua squadra regali puntualmente almeno un tempo agli avversari.

Uno zero a zero, in una competizione nevrotica come la Champions, ci sta. Non ci sta invece venire da 7 risultati pessimi in trasferta e lasciare un punto ad una squadra che ne ha subiti sei poco più di due settimane fa e che non faceva risultati utili nella massima competizione europea da ben 14 gare. Gli errori si compensano, è vero. Ma gli stessi errori, spesso, si rimpiangono…

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