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La Copertina

La folle (ed interminabile) corsa di Carletto Mazzone

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Carlo Mazzone è un allenatore che, in Italia, ha fatto scuola. E, per più ragioni, ha scritto la storia. Non solo per essersi imposto subito come iconico personaggio del mondo del calcio italiano, rappresentando, peraltro, il ponte di collegamento tra due, forse tre generazioni di atleti e tra due modi e mondi opposti di fare ed intendere il gioco del pallone. È l’allenatore che, spavaldo, senza paura, lanciò in campo un certo Francesco Totti, che è poi diventato quel che è diventato. È l’allenatore del Cagliari degli uruguagi in Europa, del Lecce dei miracoli, forgiatore di Antonio Conte e Pep Guardiola (che lo ha insindacabilmente eletto suo maestro). Ed è il padre del secondo Baggio, quello di Brescia.

E la storia di oggi ci riporta giocoforza a Brescia, stadio Rigamonti, in una soleggiata giornata di settembre, il 30, di sabato pomeriggio. Arriva l’Atalanta, è aria di Derby. Partita sentita da ambedue le parti, necessario fare risultato. Leggere le formazioni sa di nostalgia: le Rondinelle schierano, tra gli altri, il compianto Mero, i gemelli Filippini, Tare, Esposito e Baggio; i bergamaschi si presentano con Taibi, portiere goleador, Bellini, Zauri, Zenoni e Cristiano Doni, all’epoca amato “sindaco” di Bergamo. Carlo Mazzone, prossimo al canto del cigno, ha sessantaquattro anni ed una carriera trentennale alle spalle. Non sa, non ancora, che sta per consegnarsi alla storia e all’imperitura memoria dei posteri.

Cosa c’è in quella folle corsa di Mazzone

La storia è nota: il Brescia passa avanti col solito Baggio ma, a fine primo tempo, il tabellone recita un chiarissimo 1-3 a favore dell’Atalanta che sottomette i cugini e dilaga. Si scatena il finimondo e, dalla curva ospite, partono i soliti cori, di sfottò e spregio nei confronti dell’avversario e nei confronti dello stesso Mazzone, preso di mira, bacchettato, offeso e punzecchiato a più riprese. Carletto è romano (e romanista) e dalle parti di Bergamo simpatie non ne riscuote. In mente c’è un altro derby, perso 0-3 a Reggio Emilia, con i soliti cori, i soliti attacchi. Carletto non ci sta e chiede una reazione. Il Brescia torna in campo e Baggio insacca, su ottima intuizione di Tare. Ma a poco dalla fine il risultato è sempre sul 2-3. Mazzone, intanto, si scalda: “Se pareggio vengo lì sotto”. È il novantesimo quando Baggio fa Baggio: punizione dal limite, gol, 3-3. Esplode il Rigamonti ed esplode Mazzone: corsa folle, quasi goffa ma carica di determinazione, verso il settore ospiti. Non lo ferma nessuno, giocatori, staff, rivali. Nessuno. “Li mortacci vostra”. Cinque giornate di squalifica, sipario, storia e mito.

Di Mazzone si poteva e si può dire tutto: il legame avvertito come viscerale con la romanità e coi suoi figliocci, Baggio e Totti, la sua vulcanicità, la sua irruenza. Ma oggi, diciotto anni dopo, di quel gesto cosa c’è e cosa resta? La comicità di un’immagine, certo, la sua goffaggine, eppure la sua controversia, la sua forza potentissima, capace di comunicare tutto: un calcio vecchio stile che non c’è più, un allenatore ricco di carisma e carica pronto a tutto per la sua squadra. In tuta, a combattere con orgoglio prima per la squadra, poi per i soldi. Per fortuna che esiste il 30 settembre a ricordarci cosa era il calcio e cosa non è più oggi, schiavo di logiche economiche e finanziarie che ci hanno regalato più uomini copertina e meno Carlo Mazzone. Eppure noi tutti sappiamo la storia di chi si ricorda…

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