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L’ultima volta dell’Arciere

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Arriva per tutti, presto o tardi, quel fatidico momento che segna la fine di una vita e l’inizio, forse, di un’altra. Probabilmente diversa, non si sa cosa riservi per ciascuno di noi quello che chiamano destino. Ma poi, guardandosi ogni tanto indietro, riavvolgendo il famoso nastro, si ripropongono dinanzi agli occhi tanti momenti, centinaia di attimi, moltissimi ricordi, pensieri, scene di vita vera, di vita vissuta. Avrà pensato questo Emanuele Calaiò, centravanti di razza, da 197 gol in carriera, nel momento dell’addio al calcio ormai annunciato. Per lui ora una nuova vita assieme ai giovani, da scovare e crescere. Chissà, magari qualche attaccante da crescere nel segno di Robin Hood.

Emanuele Calaiò, uno di noi

Parliamoci chiaro: Emanuele Calaiò lascia un vuoto dentro ognuno di noi, perché Emanuele Calaiò anzitutto è stato uno di noi. Il centravanti della gente, sintetizzato tutto in quella esultanza da arciere, ricalcando il gesto reso celebre da Robin Hood. Il centravanti che ha saputo rubare ai ricchi per dare ai poveri. Che ha rubato alle squadre per dare ai tifosi. Che l’hanno amato, osannato e venerato in tutta la sua parabola calcistica.

A ventitré anni quando, da giovane promessa, preferì la B per riportare in alto il Napoli: trentaquattro gol in C, quattordici in B, l’idolo di una generazione, quella post fallimento che in Calaiò ha rivisto la luce e, insieme, la speranza e la forza dei sogni. Calaiò ha rappresentato al meglio gli scugnizzi napoletani e, undici anni dopo, tutti i desideri di una piazza come quella di Parma desiderosa di trovare stabilità e di allontanarsi dai loschi personaggi che in un ventennio circa ne hanno segnato la storia. Emanuele Calaiò, un Dario Hubner meno celebre ma altrettanto efficace, ha lasciato lì il suo nome, in un ponte ideale che collega la Campania ed il cuore dell’Emilia. Ed in mezzo la Toscana, con Siena e quei ricordi della Serie A, un pezzo di cuore. Ed ancora Catania, La Spezia, Salerno, la fine del viaggio e di una carriera emozionante, con tante luci, tante ribalte, qualche ombra ed una macchia, la squalifica dello scorso anno che forse oggi non ci fa raccontare una storia che avrebbe potuto recitare 200 gol in carriera.

“Mio padre e mio figlio aspettavano i 200 gol, ma non c’è sempre il lieto fine”. Ed invece sì, Emanuele. Il lieto fine è tutto quello che ci hai dato e ci porteremo dietro. L’immagine imperitura dell’Arciere, l’Arciere della gente.

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