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Federico Fazio, il luogotenente

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Federico Fazio

Fino allo scorso anno, a Roma era “Il Comandante”. Due anni disputati ad alto livello, forse i migliori della sua carriera. Federico Fazio aveva illuso tutti, soprattutto se stesso. Ci ha fatto credere che fosse riuscito a compiere quel salto con cui si abbandona per sempre la monotonia di una carriera normale. Una specie di rito di passaggio, può arrivare a qualsiasi età. Per Fazio, il momento sembrava giunto un passo, appena un passo, oltre i trent’anni. Ancora in tempo per volare. E invece, improvvisamente, il Comandante si è riscoperto luogotenente.

L’avvenire di un’illusione

Quando è arrivato a Roma, nessuno si aspettava grandi cose. Di Fazio si sapeva già tutto. Difensore solido, roccioso, forte nel gioco aereo e discreto nell’impostazione, ma lento, una di quelle lentezze che, nel calcio moderno, marcano la differenza principale tra i grandi e i mediocri. Tra un mezzo scetticismo generale, che doveva comunque fare i conti con un palmarès di tutto rispetto (una coppa di Spagna, una Supercoppa di Spagna, due Europa League e l’oro di Pechino 2008 con la sua Argentina), Fazio si è inventato prestigiatore, e con una magia ha camuffato tutti i suoi limiti, fino a farli quasi sparire. L’esuberanza atletica di Kostas Manolas, sub-comandante perfetto, si confaceva perfettamente all’andamento “riflessivo” del difensore argentino; Roma si innamorò di lui, perdutamente.

Il bluff svelato

Due anni giocati ad alto livello, soprattutto il primo. L’esasperato tatticismo di Spalletti ha esaltato come mai prima le caratteristiche di Fazio, che da Comandante guidava i suoi uomini attraverso le linee dettate dal generale in panchina. Il difensore normale che avevamo visto a Siviglia e Londra era evaporato. Con l’arrivo di Di Francesco, le cose sono cambiate, sebbene in pochi se ne fossero accorti. Non se n’era reso conto sicuramente lo stesso Fazio, sempre più sicuro di sè, sempre più orgoglioso dei suoi gradi. La difesa alta che progressivamente il tecnico abbruzzese ha introdotto nei complicati marchingegni tattici del predecessore ha costretto Fazio, poco per volta, a rivelare le sue carte. I picchi di prestazione, che non sono mancati durante l’arco della stagione, hanno conosciuto picchi altrettanto potenti di controtendenza. L’umiliazione patita per mano del Liverpool ad Anfield ha costretto a gettare la maschera.

Il luogotenente

Non è facile tornare luogotenente dopo essere stato Comandante. Fazio ha sperimentato sulla propria pelle l’onta della perdita dei gradi. L’annata in corso è stata tra le peggiori mai disputate. I limiti che si conoscevano, e che si credevano superati, sono tornati prepotentemente e più forti di prima. Il difensore lento è diventato lentissimo, il difensore solido si è tramutato nell’elogio della distrazione e della superficialità. Primi fra tutti se ne erano accorti i francesi, che nell’unica partita disputata da Fazio al mondiale hanno banchettato in allegria. Poi è stata la volta dell’attaccante di turno, non importa che fosse Immobile o Petagna. Il luogotenente è divenuto la zavorra principale di una barca che stava affondando nella semi indifferenza generale. Di Francesco non ha aiutato il suo ufficiale, perseverando nei suicidi di una retroguardia alta fino a togliere il fiato innanzitutto a se stessa. Manolas, ad un certo momento, non è bastato più.

Se la vita è come il poker, se tutto si riduce ad una sola mano, Fazio ha sciupato il suo all-in. Gli rimangono, però, gli istanti di bagliore di chi è stato, anche se per poco, uno splendido Comandante.

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