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La normalità di Davide Santon

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Santon

Per parlarvi di Steven Nzonzi, la scorsa settimana, avevamo tirato in ballo Milan Kundera. Lo facciamo anche oggi, ma stavolta non per parlare della lentezza e della velocità, ma di un’altra antitesi. Stavolta parliamo della pesantezza e della leggerezza, di come la vita, a volte, possa avere dei pesi insopportabili e altri tutt’altro che insostenibili.

Provate voi, ad esempio, ad andare in giro con il cartello di “nuovo Facchetti” attaccato al collo. Provate voi a scendere in campo dopo che Cristiano Ronaldo ha parlato di voi definendosi “impressionato”. Provate voi a giocare con l’etichetta del predestinato. Davide Santon l’ha fatto, ma era un peso che non riusciva a portare.

 

I CONTI COL DESTINO

Tutto ha inizio nell’Atletico Delta, nella sua Bosco Mesola, in Emilia Romagna. Figlio di Mirco, calciatore dilettante nelle categorie ferraresi Davide fa l’attaccante. E arriva pure a San Siro, per un torneo giovanile organizzato dal campus dell’Inter. Qui lo nota Pietro Macalli, direttore sportivo della Frutteti: “Era una spanna più avanti degli altri, riuscii a portarlo con noi”.
Da lì inizia la scalata. Le valanghe di reti, il cambio di ruolo, l’arrivo al Ravenna e poi, nel 2005, la grande chiamata. Il ragazzo timido e riservato, che in campo diventa spavaldo e fiero, finisce all‘Inter. Qui diventa Campione d’Italia con gli Allievi, vince il torneo di Viareggio nel 2008 e arriva in finale scudetto del Campionato Primavera. È la squadra di Belec, Caldirola, Balotelli e Destro. E Santon è protagonista.
Così quando Josè Mourinho arriva sulla panchina dell’Inter, si trova tra le mani un piccolo gioiello. Decide di lanciarlo titolare con regolarità, lavora sui suoi difetti, sulle diagonali, sulla disciplina nella gestione del pallone, sui cross. Così quando il 24 febbraio del 2009 deve scegliere una carta per arginare Cristiano Ronaldo, sceglie lui: Davide Santon. “Quando mi trovo fra le mani un ragazzo che ha tutto per poter stare in prima squadra e diventare un top player, non mi sono mai tirato indietro” ha detto lo Special One. E così è stato. Da quella partita, da quella stagione, però, il peso delle aspettative inizia ad essere insopportabile.

 

LA VOGLIA DI LEGGEREZZA

Lo iniziano a falcidiare gli infortuni, inizia a scendere in campo deconcentrato, instabile, meno preciso. Sembra un altro giocatore. Decide di cambiare aria.

Prima torna nella sua Emilia Romagna, al Cesena, come contropartita per Nagatomo. Poi molla tutto e vola in Inghilterra, al Newcastle, dove colleziona quasi cento presenze. Le prestazioni sono buone, gioca indifferentemente a destra e a sinistra, ma qualcosa ancora non va. “Lasciate che vi racconti una cosa: Davide Santon è stato fuori per un lungo periodo, quasi sette mesi, credo che fosse infortunato – John Carver, allenatore degli inglesi – È tornato contro il Leicester in FA Cup e non era disposto ad aspettare per guadagnarsi il suo posto nel gruppo. Pensava di poter tornare subito in squadra. Ha fatto tutto lui, il club non ha fatto nulla. Dopo quella partita ha detto al suo agente che voleva andarsene e giocare”.

Così Davide torna in Italia, arriva la chiama di Roberto Mancini, di nuovo l’Inter, di nuovo San Siro.

 

LA RICERCA DELLA NORMALITA’

Sono gli anni più brutti dei nerazzurri e Santon partecipa alla danza del baratro. Le prestazioni calano sempre di più, il fisico continua con i suoi scherzi, la predestinazione è solo un ricordo.

Poi però arriva la svolta che non ti aspetti. Finisce nell’affare Nainggolan, insieme a Nicolò Zaniolo. Finisce a Roma e sarà l’unico acquisto giallorosso accolto direttamente dal direttore sportivo Monchi all’aeroporto. Santon non piace ai tifosi, che subito sono in rivolta per la cessione del Ninja. Finalmente un po’ di leggerezza: non si tratta più di essere predestinato, di essere il nuovo Facchetti, di marcare di nuovo Ronaldo. C’è da essere gregario, di fare il compitino, di far rifiatare gli altri.

E Santon ci riesce. La stagione inizia benissimo, con prestazioni buone e convincenti come il derby d’andata, poi volge verso il basso insieme a tutta la squadra. Ma tra i pochi che si salvano nella deriva romanista di quest’anno c’è proprio Santon. Uno normale, senza il fascino di Karsdorp e l’adrenalina di Kolarov. Uno su cui puoi fare affidamento. E la Roma con lui ha vinto il 58% delle partite. Un amuleto, ma non diteglielo.

 

 

 

 

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