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Non Solo Sport

Da ieri ad oggi, nel mondo dello sport, come è cambiata la fotografia?

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Arte in movimento che viene bloccata ed impressa in immagini, così si crea l’eternità, e basta davvero un attimo dal momento che la fotografia è da sempre compagna di ogni tipo di sport, che sia esso individuale o di squadra, che si tratti di arti marziali come di calcio o nuoto. Una macchina fotografica ha accompagnato, fin dalla notte dei tempi, le più grandi imprese sportive, molte delle quali, in epoche ormai assai remote, sono note proprio grazie agli scatti che hanno reso immortali momenti unici di sport. Ma la fotografia, come tutti, è soggetta al tempo, ai suoi progressi, alle sue innovazioni. Dunque è lecito porsi una domanda: da ieri ad oggi, nel mondo dello sport, come è cambiata la fotografia?

Va fatta una premessa: la fotografia cosiddetta sportiva ha accompagnato, ma in alcuni casi preceduto ed annunciato l’evoluzione di periodi storici dai risvolti sociali e politici che ancora oggi regolano il nostro mondo. E l’ha fatto fin dalla sua prima apparizione, nell’ormai lontano 1800, secolo in cui lo sport aveva una chiara connotazione dilettantistica, una attività svolta per il mero divertimento ricreativo da compiersi all’aria aperta. Ma è alla fine del XIX secolo che la fotografia, assieme allo sport, vive un’epoca d’oro che la porta direttamente a quel che è oggi. La fine del secolo, infatti, significa una affermazione senza precedenti: diventa lo strumento per immortalare il movimento. Ed a questo proposito, una delle prime, celebri foto, alle Olimpiadi di Londra del 1908, ritrae Dorando Pietri, maratoneta italiano, che arriva primo al traguardo, stremato e distrutto dalla fatica, soccorso da alcuni ufficiali di gara. Assistito dagli stessi, viene squalificato e declassato ma resterà per sempre il vincitore morale della maratona: immortalato, da eroe, in un’immagine che ha fatto la storia. In bianco e nero, statica, semplice, con un primo piano senza troppe pretese. Eppure così pervasiva e capace di comunicare l’emozione unica di un momento straordinario. Così lontano da noi. Siamo alle porte del Novecento, il secolo dello sport.

Della foto, sì, ma di tanto altro. Il secolo breve, quello delle due Guerre, quello in cui il pubblico sposta i suoi interessi su altri tipi di immagine, lontane da quelle statiche e ferme. Si cerca il movimento, si cerca l’attimo, nel senso pieno della parola. Ed in tempi relativamente veloci. Si cerca quella che viene oggi chiamata istantanea e gli scatti delle due guerre, tristemente, costituiscono un celebre esempio. Nel mentre, ai primi del ‘900, si affermano i gran Tour del ciclismo, su tutti il Tour de France, e i Grand Prix dell’automobilismo. In Italia, le immagini di Enzo Ferrari a bordo della rossa sono ancora oggi un prezioso patrimonio che dalle parti di Maranello, per fortuna, non resta chiuso e viene condiviso col mondo. Nello stesso secolo l’uomo e la macchina fotografica lanciano la sfida alla natura e alle sue leggi, la foto si evolve.

Spesso diventa uno strumento, anche per qualche regime non troppo democratico ed anzi, viene usato come potente strumento di propaganda per Fascismo e Nazismo, non abbastanza però da impedire gli scatti al celebre Jesse Owens, vincitore, a Berlino 1936, di 4 ori olimpici sotto gli occhi di Hitler e dei suoi gerarchi, gli stessi che avevano usato la foto per sottolineare l’armonia e la perfezione dei corpi degli atleti, rappresentanti di quell’aberrante nuovo ordine che sarebbe dovuto sorgere sotto l’egida del Fuhrer.

Passano gli anni e la fotografia sportiva si evolve e si adatta, secondo i gusti del pubblico: subito dopo la Seconda Guerra Mondiale prevale, negli osservatori, il gusto per la registrazione diretta e chiara, senza alcun virtuosismo formale: l’immagine di Muhammad Alì che danza, letteralmente, sul ring, diventa l’icona di questa nuova fase della fotografia, il tutto immortalato con la rapidità di un flash. Con un significato simbolico altissimo, capace di ispirare anche artisti del calibro di Andy Warhol, che dagli scatti così precisi e dettagliati del fu Cassius Clay, prenderà spunto per uno dei suoi dipinti più noti di sempre.

Siamo negli anni ’60-’70 del Novecento, il fotografo è diventato artista, produttore di arte. Alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 Tommie Smith e John Carlos alzano i loro pugni nel cielo messicano e la loro foto diventa simbolo sociale e politico, non senza conseguenze. Spopolano, intanto, le riviste. E la fotografia prende la strada del realistico-documentario: prevale la scelta per lo spericolato, l’inusuale, l’anomalo, il close-ups, l’ingrandimento. Tutti tratti che portano al più rigoroso modernismo, ancora oggi dominante nella fotografia sportiva.

L’avvento delle televisioni, il maggior apporto della tecnologia e la nascita di siti specializzati per fotografi sportivi come Arcadina, fanno il resto: è possibile sviluppare un’immagine in tempo reale, essere addirittura più forti della natura. Le sue forze, sì, alla fine, sono state domate. Sono arrivati gli scatti dall’alto, l’uso di droni e tecnologie ultra-avanzate, ha dato quel tocco in più per prendere anche la più minuta inquadratura e focalizzare il più minuscolo dei dettagli. La fotografia, in particolar modo quella sportiva, per usare una parafrasi, raccoglie tutto il reale, è oggi un sistema di sorveglianza totale su quel che succede nel raggio d’azione. Ma anche non. Ed al suo centro ha ovviamente lo sport, ma soprattutto gli uomini. Come quelli di ieri, soggetti al centro di un’immagine capace di comunicare sensazioni ed emozioni, finanche pensieri. Da qualsiasi prospettiva. Nonostante l’elaborazione digitale e i suoi pur ottimi livelli, tra un secolo, saranno sempre loro i protagonisti della storia: l’uomo, le sue gesta e quella foto capace di immortalare ogni dettaglio della natura.

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