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Nelle mani di Claudio Ranieri

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Ranieri

Chi vi dice che in uomo o in una donna la prima cosa che guarda sono le mani, mente. E sa di mentire. Figuratevi chi ve lo dice di un allenatore di calcio.

Eppure, a chi sedeva sulla panchina della Roma, ho sempre guardato le mani. Per gelosia forse, per vedere se fossero adeguate a plasmare la materia della cosa che amo di più. Come ho amato, e odiato, le mani nodose di Certaldo, mani forti, sicure, da calli ovunque. Sulle mani boeme, invece, mi sono illuso, sperando accarezzassero la squadra come accarezzavano le sigarette. Sono cascato anche sulle mani francesi, che suonavano una chitarra vera e un violino immaginario. Di quelle abruzzesi, ad essere sincero, non ci ho mai fatto caso.

Le mani di Claudio Ranieri, invece, le ricordo dal giorno del “fumo della pipa”, dalla conferenza del “a Roma faccio il romano”. Sono mani agili, esili, curate, forse viziate. Non a caso, a Testaccio, lo chiamavano “il piccolo Lord”.

 

ER PECIONE

Nato in via della Piramide Cestia, a Roma, i primi calcio nell’oratorio di San Saba e la casa in via Giotto. Mamma Renata casalinga a tempo pieno, papà Mario e il fratello Carlo in macelleria. Claudio invece preferisce pensare al pallone. “Passava con la borsa della Roma e ogni tanto la battuta gliela facevi ‘a Clà ma ‘ndo vai? Che tanto non sai giocà? – racconta Sergio, oggi presidente del Roma Club Testaccio – “Non lo chiamavamo “er fettina”, perché lui in macelleria non ci stava mai. Per noi era “er pecione” perché quando tirava la palla la mandava sempre pe’ dritto”.

Er pecione, a Roma, è un ciabattino, un artigiano poco abile, uno che insomma con le mani non ci sa fare. Ranieri ci prova con i piedi, è attaccante, la Roma di Helenio Herrera lo nota e lo tessera, a 17 anni. Arriva in giallorosso quando in prima squadra c’è Giuliano Taccola, l’eroe dimenticato che la squadra celebrerà sabato con la Spal. “Gli dissi che in attacco non avrebbe mai sfondato – a parlare è Antonio Trebiciani, all’epoca allenatore delle giovanili – non segnava e un centravanti che non fa gol non arriva lontano. Gli consigliai di arretrare, di fare il difensore. Mi diede retta e l’anno dopo entrò nella Primavera”.

Nella capitale solo 6 presenze, lanciato da Manlio Scopigno, poi l’approdo al Catanzaro, con ancora il giallorosso addosso. Qui diventa una bandiera, 225 presenze e 6 reti, poi arriva nel Catania di Gianni Di Marzio, prima di chiudere la carriera a Palermo.

 

THE TINKERMAN

La salita del Ranieri allenatore inizia dai gradini più bassi, con il Vigor Lamezia nell’Interregionale, e poi il Campania Puteolana e il Cagliari, portato dalla C alla A in due anni. Arrivano le prime chiamate importanti: il Napoli, la Fiorentina, con cui vince una Supercoppa Italiana e una coppa Italia da neopromossa, l’Europa. Lo vogliono a Valencia, dove approda due volte vincendo prima la Coppa di Spagna e l’Intertoto, poi la Supercoppa Uefa, lo vogliono a Madrid, sponda Atletico, e infine a Londra, sulla panchina del Chelsea.

Qui er pecione diventa Tinkerman, il saldatore che girava nelle piazze per riparare padelle e pentole: lo stagnino, il magnano, dal latino “manus”. Ancora le mani, le sue.

 

L’AGGIUSTATORE

Come lo stagnino girava di paese in paese, anche Ranieri non riesce a stare fermo. Torna in Italia, prima Parma, poi Juventus e anche Inter, nel mezzo torna anche nella sua Roma, accompagnata fino alle porte di uno scudetto sfumato all’ultimo. Poi Monaco, la Grecia e di nuovo l’Inghilterra, a Leicester.

Dell’impresa sportiva più incredibile della storia non vale la pena parlare. Basta dire che con l’aggiunta di un’h Tinkerman diventa Thinkerman, il pensatore, lo stratega della tattica. E alla fine lo stagnino, come in tutte le favole che si rispettano, diventa addirittura re, diventa King Claudio.

Aveva la fama di rimettere in sesto formazioni senza speranza, di ricucire dove nessuno c’era riuscito. A Nantes e al Fulham non ce l’ha fatta neanche lui, ma quello è il passato. Il presente parla ancora romano e Claudio Ranieri ci si è calato perfettamente. Ha accettato un contratto in bianco, per sole 12 partite, solo perché è la Roma. Si è messo un zuccotto vintage, troppo uguale a quello di Liedholm per essere casuale, ha chiamato a raccolta i tifosi, ha fomentato Schick. E ha indicato la via a tutti. Con le sue mani. Adesso basta seguirlo.

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