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Di Francesco e Monchi falsi profeti – Prima parte

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Di Francesco e Monchi

Il lungo e inevitabile addio si è al fine consumato, dopo la drammatica eliminazione dalla Champions League, che ha concluso il ciclo dei primi due mesi del 2019 fatto di vittorie irrilevanti e sconfitte cocenti. Eusebio Di Francesco, persona garbata e a modo come ne esistono poche, lascia una Roma a pezzi, fuori dalla coppa che lo scorso anno l’aveva vista protagonista, fuori dalla Coppa Italia dopo un KO che rimarrà per sempre nella storia giallorossa, quinta in campionato e con un derby perso in modo umiliante. Un lungo addio che nulla avrebbe impedito già qualche mese fa se non la faccia tosta di Ramon Rodriguez Verdejo, conosciuto come Monchi, fino a ieri Direttore Sportivo della Roma. Unico difensore del tecnico abbruzzese, il Ds spagnolo ha deciso di fare le valigie insieme al suo pupillo, lasciando dietro di sè le macerie del fallimento. La prima parte dell’articolo sarà dedicata ad analizzare l’esperienza di Di Francesco sulla panchina giallorossa; la prossima settimana, invece, ci concentreremo sull’operato di Monchi.

Cavallo di Troia

“L’allenatore che portò la Roma ad un passo dalla finale”. Quello che potrebbe essere il titolo di un articolo, o di un film, è volutamente poco romantico. Non c’è stato nulla di romantico nel modo in cui Di Francesco ha posto fine al suo rapporto con la Roma. Un rapporto tirato a lungo fin troppo, un’ostinazione che ha prodotto effetti nefasti che forse non sono nemmeno finiti qui (si veda possibile mancato raggiungimento del quarto posto, con annesso probabile smantellamento della rosa in sede di mercato). La semifinale di Champions raggiunta lo scorso anno ha rappresentato il punto più alto dei quasi 21 mesi di Eusebio alla guida della Roma, ed insieme il Cavallo di Troia della sconfitta. La vittoria roboante e magnifica ottenuta contro il Barcellona ha creato le premesse per la grande contraddizione della stagione seguente, che le fragili basi della rosa hanno tramutato rapidamente in rovina. Il tecnico che ha portato la Roma ad un passo dalla finale è anche il tecnico che ha inanellato una serie di sconfitte casalinghe come non si vedeva da settant’anni, e che quest’anno è riuscito nell’impresa di rimanere ingolfato nella corsa al terzo/quarto posto più mediocre che si ricordi. Colpa dei limiti della rosa? Ovviamente, e ne parleremo. Ma non è abbastanza. Per nulla.

La grande latitanza

Quando la Roma lo scorso anno cadeva contro Inter, Napoli, Atalanta, Sampdoria, Milan e Fiorentina tra le mura amiche, Nainggolan, Strootman e Alisson c’erano. E c’erano (Strootman titolare in quell’occasione) anche quando la Roma veniva buttata fuori dalla Coppa Italia, sempre all’Olimpico, da un Torino in crisi e in formazione rimaneggiata. Certo, la mano di Monchi era già intervenuta a smantellare una rosa che aveva portato Spalletti a racimolare, si fa per dire, la bellezza di 87 punti nella stagione precedente, ma non esiste possibile deresponsabilizzazione per un allenatore arrivato per fare calcio e andato via senza aver mostrato nemmeno un po’ delle premesse (e promesse). Già, il gioco. Il grande assente nell’anno e mezzo di Di Francesco è stato il gioco, ai limiti dello spumeggiante a Sassuolo, in odore di stantìo a Roma. Non si è visto nulla dei tagli zemaniani, degli inserimenti che hanno creato una piccola oasi di bel calcio in Emilia. La squadra ha portato con sè gli strascichi di una fragilità mentale, e quest’anno anche difensiva, che le hanno impedito di trarre slancio dalla cavalcata europea, la quale avrebbe potuto rappresentare, e non è stato, un nuovo inizio per la storia giallorossa. I Take-Off mancati, in genere, si tramutano nel loro contrario.

Un finale evitabile

Come sempre, a pagare è l’allenatore. I motivi sono troppo ovvi per ribadirli in questa circostanza. Quando viene meno la fiducia tra squadra e tecnico, la fine del rapporto deve essere la più tempestiva possibile. Non importa quanto bravo sia l’allenatore, o quanto sia gonfia la sua bacheca. Se i calciatori non avvertono la presenza carismatica del leader, andare oltre è solo controproducente. Inutile disquisire su quanto siano capricciosi o primedonne i milionari che praticano questo sport. E’ il calcio, ed ha sempre funzionato così. Il calciomercato dell’estate scorsa ha portato in dote a Di Francesco una rosa di giovani, su cui il mister ci si aspettava potesse lavorare meglio di quanto fatto, almeno in campionato, durante la stagione precedente. Le cessioni sono state pesanti. Ci chiediamo, tuttavia:” Servivano Alisson, Nainggolan e Strootman per battere Chievo e Cagliari e non perdere contro Bologna, Spal (in casa) e Udinese? Servivano Alisson, Nainggolan e Strootman per non prenderne 3 dalla Lazio e 7 (S-E-T-T-E) dalla Fiorentina?”. Risposta ovvia. Un mercato risultato mediocre alla prova dei fatti non può costituire un alibi per fatti altrettanto schiaccianti, che portano pesantemente la firma dell’allenatore.

Ad Eusebio Di Francesco, tecnico preparato e uomo gentile, i migliori auguri per la sua carriera. Lontano da Roma.

 

SPORTS AGENCY SC24

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