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La Caduta degli Dei

Dries Mertens, fine della grande illusione?

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Mertens, fine di un'illusione?

Nella stranissima annata per i bomber della Serie A, con il caso Icardi a fare da aprifila a tutta una serie di singhiozzi, attesi o meno, un po’ in penombra, quasi a volersi nascondere da una realtà che improvvisamente ripiomba a riprendersi il maltolto, si è aggrovigliata la stagione di Dries Mertens, che fin qui è stata tutt’altro che memorabile. Solo 8 reti in campionato e 3 in Champions, numeri magrissimi per un calciatore che, alla soglia dei 30 anni, sembrava aver spiccato il volo. Una macchia che rischia di tramutarsi in un’ipoteca sulla sua carriera.

Il problema dell’etichetta

Vale per le persone comuni, ma ancora di più per i calciatori. E’ quel problema dell’etichetta, tendenza fastidiosa del genere umano a dover categorizzare ogni cosa. Ecco quindi che, quando si affronta una discussione sul calciatore X, necessariamente si materializza il dilemma:” Campione o fenomeno? Buon giocatore o ottimo?” e via discorrendo. Fino ad un paio di anni fa, su Dries Mertens non pendeva alcuna tensione specifica. Le qualità del belga era note e riconosciute da tutti. Esterno classico, ottimo dribbling, buon tiro, buona capacità di fornire assist, andamento un po’ discontinuo, pochi gol garantiti a stagione. Le 22 reti messe a segno in 3 anni con il Napoli, prima esperienza di un certo livello per Mertens, che in Eredivisie aveva comunque segnato tanto ma non tantissimo, stavano lì a certificare un giudizio pressocché unanime. Non sappiamo come fosse la vita di Dries senza etichette. Il ginocchio di Milik, tuttavia, aveva improvvisamente cambiato le regole del gioco.

Una felice illusione?

Quando Sarri decise che Manolo Gabbiadini non era all’altezza di sostituire l’infortunato Arek Milik, optando quindi per una soluzione quantomeno ardita, quella di schierare come prima punta il folletto belga, sembrò a chiunque che l’allenatore, già stravagante di suo, fosse vittima di qualche scherzo proveniente direttamente dall’Olimpo. Era Divina Mania, invece, la stessa che ispira il genio dei poeti. In nemmeno una stagione piena, Mertens ha sfiorato la vittoria nella classifica marcatori, siglando 28 reti, e dando una sensazione di onnipotenza che si avverte solo quando gli astri si muovono esattamente nella direzione in cui vuoi andare. D’un tratto, l’esterno divenne prima punta, l’ottimo giocatore si tramutò in campione. Una gestazione lunghissima aveva partorito un figlio stupendo, figlio di una Napoli che trovò così il suo riscatto dopo il grande tradimento del Pipita. Tutto meravigliosamente bello, tutto meravigliosamente vero.

La realtà che ritorna

D’un tratto, la realtà che ritorna. L’annata successiva vede Mertens meno brillante, meno onnipotente. 18 gol sono un buon bottino, certo, ma non sufficienti per emanare ancora quella sensazione di splendore apollineo. Un approdo lieve ed equilibrato alla stagione in corso, in cui il belga ha perso, forse definitivamente, il suo posto nel cuore dei tifosi del Napoli, oltre che quello al centro dell’attacco del Napoli. Il ritorno in pompa magna di Milik è coinciso con il ritorno in pompa magna della realtà. Il polacco non ha la fantasia del belga, ma l’anima della prima punta, e la ferocia di chi deve fare i conti con un destino maligno. Si è incupito, invece, il folletto. La polvere magica che gli aveva regalato quell’annata perfetta ha esaurito il suo potere benefico. La grande paura di ritornare “ottimo”, dopo aver assaporato il gusto di essere “campione”. Quella sì, non te la togli di dosso.

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