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El Shaarawy e le sue macchie d’inchiostro

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El Shaarawy

Il calcio è uno sberleffo, è una macchia di inchiostro su una camicia bianca, non sai mai che direzione può prendere“. Le parole, e la musica, sono di Walter Sabatini, che quando parla di pallone, e di Roma, sembra suonare uno strumento interiore. Tra i giocatori, tanti, che ha portato a Trigoria forse uno più degli altri veste a pennello la camicia di cui sopra. È Stephan El Shaarawy, arrivato nella capitale nel gennaio 2016 proprio per volere dell’etrusco crepuscolare che per mestiere fa il direttore sportivo.

La sua carriera è tutta un cadere di gocce che prendono una strada inaspettata, diversa. A volte macchiano e basta, a volte scrivono qualcosa. La prima macchia di inchiostro con cui El Shaarawy si è sporcato cade nella gara d’andata della finale di Coppa Italia Primavera, tra Roma e Genoa. Trequarti campo, sui piedi dell’italo egiziano arriva il pallone: lo stop, d’esterno, è sbagliato, la palla si ferma sul terreno e rimane indietro. L’unico modo per provare a tirare, con quel pallone sporcato, macchiato, rimasto sotto, è tirare d’esterno. Parabola magica, palla sotto l’incrocio, gol. Uno sberleffo.

 

Il predestinato

Stephan El Shaarawy è una macchia d’inchiostro, non sai mai che piega può prendere sulla tua camicia bianca. In quella della famiglia, ad esempio, avrebbe dovuto prendere forse un sentiero diverso. Il padre, Sabri, è egiziano e laureato in Psicologia. A Savona, dove si è trasferito nel 1982, conosce Lucia, laureata in Scienze Infermieristiche. Dai due nasce Manuel, laureato in Economia. La nuova macchia d’inchiostro però non finisce in università, ma su un campo da calcio. La famiglia lo asseconda, lo protegge e lo guida. Crea un ragazzo umile, attento, semplice. Nonostante la cresta.

Quando la Roma vinceva il suo terzo scudetto, El Shaarawy aveva nove anni e giocava nel Ruffinego di Legino. Dopo due anni lo nota il Genoa, dopo cinque anni, quando ne ha 16, fa il suo esordio in Serie A, diventando il più giovane esordiente della squadra più antica del nostro calcio (record rimasto intatto fino a Pellegri). Poi arriva la chiamata del Padova, in Serie B per farsi le ossa, dove prima trova Alessandro Calori, che lo schiera trequartista centrale. Poi arrivano Alessandro Dal Canto e il suo 4-3-3, che mette El Shaarawy sull’esterno di sinistra e gli esplode tra le mani una biro. 7 gol in 25 presenze, il Padova trascinato ai playoff, i primi paragoni scomodi. In biancorosso c’era già passato Alessandro Del Piero, lui dice di ispirarsi a Kakà, alcuni vedono in lui le caratteristiche di Robben o lo sviluppo tattico di Overmars. “Come El Shaarawy al mondo c’è solo Neymar“, addirittura. A dirlo è Adriano Galliani, l’uomo che porta un Faraone a Milanello.

 

Un colpo di pistola nel concerto

La prima stagione in rossonero è complicata, la macchia di inchiostro prende una piega diversa. El Shaarawy paga il suo pezzo forte, il marchio di fabbrica: il tiro a giro di destro dopo essersi accentrato da sinistra. Con questo colpo ci segna, lo prova tantissime volte ogni partita, lo allena costantemente. Il ginocchio sinistro però, quello su cui va a finire la progressione e inizia la torsione, è sollecitato troppo. Il Faraone si ferma, tendinopatia degenerativa bilaterale, la goccia della prima stagione al Milan scivola via sulla camicia bianca senza lasciare traccia, solo qualche spezzone di partita.

Quella successiva è invece la svolta. Il Milan cambia tutto. Saluta la storia, il passato, la leggenda: via Nesta, Gattuso, Zambrotta, Seedorf, Inzaghi, Ibrahimovic e Thiago Silva.

Ecco l’altro sberleffo, l’altra macchia d’inchiostro, un colpo di pistola nel concerto. El Shaarawy, alla sua seconda stagione al Milan, ha l’impatto di un Achille Lauro alla Scala del Calcio, un soffio digitale in una squadra analogica. Il girone d’andata finisce con 14 reti, Allegri è costretto ad abbandonare il suo amato 4-3-1-2 per esaltarlo in un 4-3-3 o in un 4-2-3-1. E lui lo ripaga in campo con colpi sopraffini, tacchi e capriole, sforbiciate ed esterni. Un circo 2.0, un vento di cambiamento.

Amon Ra El Shaarawy segna 10 gol con il Milan a 20 anni e 21 giorni, gli stessi che aveva messo a segno Cristiano Ronaldo nel Manchester United ma a 21 anni, gli stessi che aveva fatto Messi con un mese in meno. La predestinazione, il firmamento dei grandi. Ma la macchia d’inchiostro prende una forma ancora una volta diversa.

 

Iaret, dea della morte e della rinascita

Nel 2013 la camicia bianca di El Shaarawy si imbratta di due nuovi schizzi. Il primo è Mario Balotelli, arrivato dal Manchester City per fare la punta centrale atipica, quella che va in contro ai centrocampisti e si allarga a destra e a sinistra. Allegri riscopre il trequartista, la seconda punta, per El Sha non c’è più spazio. Anche perchè l’altro schizzo sulla camicia è il ritorno del dolore al ginocchio sinistro. Un dolore “non a livello fisico bensì più a livello mentale – spiega Allegri – nel calcio a volte si perde la realtà, un ragazzo di vent’anni si è catapultato in un mondo nuovo“.

Per rimettersi in gioco, per non perdere il treno del destino, El Shaarawy prende la via dell’estero. Va a Monaco in prestito, dove gioca 15 presenze, fermandosi ad arte proprio prima che scattasse l’obbligo di riscatto. È qui che lo raccoglie Walter Sabatini, interprete del fato, aruspico del calcio, che decifra quelle macchie di inchiostro sulla camicia bianca di El Shaarawy e ci trova lettere, parole, forse versi. Ci vede scritto qualcosa di bello, qualcosa da portare senz’altro a Roma.

La prima macchia giallorossa è un colpo di tacco al volo che vale tre punti. È rinascita, sua e della squadra che si risveglia con Luciano Spalletti, è dedizione e lavoro, ma anche troppa normalità, troppa inerzia. Con Eusebio Di Francesco la macchia invece si espande. Si parla sempre troppo poco dell’importanza di questo giocatore nella rosa della Roma. Capocannoniere con 8 centri in 13 presenze, è anche l’uomo che dribbla di più in rosa (1.7 dribbling riusciti a partita, meglio di Zaniolo e Pellegrini), secondo solo a Dzeko per tiri in porta a partita (4.5 il bosniaco, 2.5 l’italo-egiziano). Quando entra dalla panchina spezza in due la partita, apre gli spiragli delle difese più chiuse, mette brio e freschezza alla manovra. A 26 anni sembra arrivato alla maturità calcistica. Monchi deve sbrigarsi con il rinnovo. Basta una firma, o una macchia di inchiostro.

 

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