Connect with us

Storie di sport

Niccolò Zaniolo, sogna ragazzo sogna

Pubblicato

|

Zaniolo

Era il 1999 e per la prima volta, per fare la spesa, pagavamo in euro. Michael Jordan giocava la sua ultima partita di basket mentre Andre Agassi vinceva il Roland Garros. Hugo Chavez era il presidente del Venezuela, Carlo Azelio Ciampi era il Presidente della Repubblica Italiana, Karol Wojtyla era Papa Giovanni XXIII. Anna Oxa vinceva il festival di Sanremo con “Senza Pietà” e tra le nuove proposte c’era un ragazzo di nome Alex Britti. La Lazio alzava la Coppa delle Coppe, Marcio Amoroso era il capocannoniere di una Serie A con Bari, Perugia, Venezia e Piacenza. Napoli e Genoa, invece, erano rispettivamente nono e dodicesimo in Serie B. Il Manchester United vinceva a Barcellona la Champions League 2 a 1 contro il Bayern Monaco, con le reti di Sheringham e Solskjaer, entrambe dopo il 90esimo. Luigi Di Maio era un bibitaro dello Stadio San Paolo, Matteo Salvini era uno speaker di Radio Padania Libera.

E Nicolò Zaniolo ancora doveva nascere.

Dove eravate voi diciannove anni fa? Cosa facevate? Quanto è cambiato il mondo in diciannove anni? La Coppa delle Coppe non esiste neanche più, il Bari è fallito, Ciampi e Wojtyla sono morti, Solskjaer è l’allenatore del Manchester United, Salvini e Di Maio sono due vice premier.

E Nicolò Zaniolo è l’astro nascente del calcio italiano. Un ordigno esploso senza rivendicazione, una bomba atomica dritta nello stomaco, un champagne supernova in the sky.

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Se è vero che le immagini, a volte, parlano più di mille parole, allora prendete quelle delle sue esultanze. Poco importa se quelle di martedì sera o quelle dell’altra settimana, del Torino, del Sassuolo. Guardatele e dopo provate ad immaginare la felicità. Di sicuro avrà la sua faccia.

Quando Niccolò Zaniolo esulta non si mette a fare balletti, gesti apotropaici, capriole. Non si sistema i capelli e non si leva la maglietta. Urla e corre, corre e urla. Una nemesi, una catarsi. I pugni chiusi di chi dentro non ha la notte più nera ma il sole più raggiante. Come i suoi diciannove anni, come la sua tecnica, come i suoi gol.

Zaniolo martedì sera, all’Olimpico contro il Porto, era al suo primo ottavo di Champions League ma sembrava già un veterano, con un fardello incredibilmente leggero. Sulle spalle aveva il Santiago Bernabeu e la maglia della nazionale dei grandi. Sul volto aveva anche le prime cicatrici, come il 7 a 1 di Firenze, una di quelle che fanno male, malissimo, ma che servono per crescere. Ha giocato esterno destro nel tridente insieme a Dzeko ed El Shaarawy, ma Di Francesco già l’aveva impiegato mezzala, poi trequartista, addirittura mediano e centravanti. Ruoli interpretati tutti con la stessa intensità, la stessa voglia, la stessa qualità. Caratteristiche che spettano ai pochi, agli eletti, ai predestinati.

Il ragazzino del campetto diventa una farfalla

Ma il destino, Zaniolo, se l’è scelto da solo, forte del dna da calciatore ereditato dal padre Igor, bomber di provincia. Pulcino alla scuola calcio Maria Rosa di Salerno, giovanissimo allo Spezia. Poi le prime chiamate importanti: il Genoa, solo due anni, e la Fiorentina, nel 2011. “Aveva una fame acerba – racconta Cristiano Masitto, al tempo allenatore degli allievi viola – faceva il minimo indispensabile, quasi volesse sfidarmi. Nelle prime cinque gare, con me, fece zero minuti”.

Prima gli propongono un prestito, poi lo cacciano. Niccolò non ha dubbi, prende per le corna il destino e va a Chiavari, vicino alla sua famiglia, a giocare per la Virtus Entella. “Era l’estate 2016, mancavano tre giorni alla chiusura del mercato. Noi avevamo già una buona squadra quando l’agente di Nicolò mi contattò – racconta Manuel Montali, all’epoca dei fatti responsabile del settore giovanile dei liguri – Il ragazzo veniva da un anno per niente roseo. Lo prendemmo a costo zero”.

Da qui inizia il volo della farfalla Zaniolo, che lascia il labirinto con ali di ferro e non di cera. L’Inter lo paga 2 milioni e poi lo rivende a 4 alla Roma, nell’affare Nainggolan. “Non ci ho pensato due volte a dire di sì e la trattativa si è conclusa in una settimana”.

Già 5 gol con la Roma ma non è questo il punto. Il nocciolo della questione è quella frenesia che senti quando lo vedi giocare, quel friccico dentro al petto quando accarezza al pallone, quella paura di illudersi, di parlare. Perché ti diranno parole rosse come il sangue e nere come la notte, ti hanno detto che non eri nessuno e che ora meriti la 10, che sei solo l’ennesima plusvalenza e che sei ancora troppo acerbo.

Ti diranno che di Zaniolo non si deve parlare, è meglio non ingigantire la questione, non riempirlo di aspettative e pressioni. E te ci provi pure, stai zitto, ti appelli alla razionalità nuda e cruda ma poi non ci riesci, esplodi. E lo devi urlare al cielo e alle stelle, quando ti abbracci allo sconosciuto accanto a te in curva o all’amico sul divano. Lo strilli perché le cose strillate sono ancora più vere: ma quanto è forte Zaniolo? Da quanto tempo aspettavamo uno come Zaniolo?

Urli come e più di lui in mezzo al campo, nella corsa sfrenata verso i suoi tifosi che forse non saranno più suoi tra qualche anno, forse andrà via, continuerà a volare, andrà veramente alla Juventus o al Real Madrid o dove vi pare. Ma non ora, non oggi. E allora lasciateci urlare. E sognare, insieme a lui.

 

SPORTS AGENCY SC24

Pubblicità

Facebook

BETCAFE24

Trending