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La Opinión

Odi et amo: il populismo del tifo giallorosso

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De Rossi e Kolarov

Quando si sparse la notizia che Aleksandar Kolarov, terzino del Manchester City ma soprattutto ex difensore della Lazio, sarebbe presto sbarcato, per la seconda volta, nella Capitale, la sponda giallorossa si divise in due. Da una parte chi non gli perdonava il suo passato da rivale, dall’altra chi ne apprezzeva la caratura, l’esperienza, la tecnica. Da un lato chi celebrava la tipologia di calciatore, dall’altra chi sottolineava l’onta laziale.

Parole, parole, parole

Fu il campo a parlare per lui, almeno alla prima stagione a Trigoria: gol, assist, prestazioni autorevoli. Poi venne il Mondiale, il calo di prestazioni e tornarono i fischi. Poi arrivò il gol al derby, l’esultanza da fomento, il Kolarov 71. Poi ancora i fischi, le lacune difensive, un rendimento sotto le aspettative. Arrivarono le frasi, soprattutto, a fare ancora più profondo il solcato delle divisioni. “I tifosi non capiscono nulla di calcio, non devono criticare“. Parole pesanti, a cui si andarono ad aggiungere quelle dette insieme a Manolas a Stazione Termini. Un tifoso urla “svejateve“, i calciatori rispondono “zitto cog***ne“.

La misura era colma, Roma viene tappezzata di scritte contro l’ex Lazio: “Kolarov infame“, “Kolarov croato di me**a” per sottolineare la rivalità tra Croazia e Serbia. Hanno dovuto metterci la faccia il capitano, De Rossi (che ha scritto su instagram “Fratello mio“, in serbo), e l’allenatore, Di Francesco, che ha ricordato di come il terzino “abbia giocato con una frattura al piede, mettendosi sempre a disposizione di allenatore, compagni e tifosi“.

Da Bello de nonna a Trenta denari

È solo l’ultima delle divisioni della squadra giallorossa. Nei cui tifosi, unitissimi nell’amore globale anche dopo i 7 a 1, le sconfitte, le rimonte, scorre invisibile il fluido amaro della divisione, della fazione, del partito preso. L’altro schieramento degli ultimi giorni è quello degli anti e pro Florenzi,  I fischi, dopo l’imbarcata di Firenze, non hanno salvato nessuno (forse solo De Rossi e Zaniolo) ma sul numero 24 si sono addirittura accaniti. Ma come? Un capitano, un prodotto del vivaio, uno dei giocatori più apprezzati e simpatici in Italia, viene fischiato? Ebbene sì, a Roma può accadere anche questo. Il peccato originale, Florenzi, lo commise lo scorso anno, al termine di un Roma Sampdoria giocato con la fascia al braccio e finita con una sconfitta e un rigore sbagliato. La squadra venne chiamata sotto la Curva Sud, solo Naigngolan si incamminò al patibolo, mentre l’esterno di Vitinia richiamava tutti negli spogliatoi. Nel mezzo c’è un estate dove il tormentone era il suo rinnovo contrattuale, sudato e difficile.

Romani e stranieri, allenatori (come dimenticare le fazioni Spallettiane e quelle antizemaniane) e presidenti (Rosella Sensi blablabla e Pallotta go home) addirittura preparatori (“Con Guido Nanni (allenatore dei portieri ai tempi di Ranieri e Zeman) non se para un rigore”) e direttori sportivi (chi benedice Sabatini, chi maledice Monchi, chi addirittura rimpiange Pradè).

All’ombra del Colosseo si è discusso sulle cicatrici di De Rossi, le sigarette di Nainggolan e i milioni di Alisson. Ci si è schierati per stadio, plusvalenze e colori di maglia. Ci si è divisi, addirittura, su Francesco Totti. È il populismo del tifo, la militanza liquida, il dover dire per forza la propria su qualsiasi argomento e pretendere di aver ragione, senza se e senza ma. Vomitare insulti e accuse salvo poi ritrovarsi davanti al televisore o allo stadio, a cantare, a sostenere, a tifare davvero. Come Odi et Amo, come Catullo, che sicuramente tifava Roma.

SPORTS AGENCY SC24

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