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Javier Pastore, una meteora nella Roma di Di Francesco

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Sconsigliati: Javier Pastore, una meteora nella Roma di Di Francesco

Lo scorso gennaio, sul fotofinish del mercato, ci pensò l’Inter: sarebbe stato il grande colpo dei nerazzurri, annunciato da più e più parti. Non se ne fece nulla. In estate, però, il colpo è arrivato. Almeno, doveva arrivare. Erano le aspettative. Grandi, grosse. Aspettative che tali sono rimaste perché Javier Pastore, trequartista che già aveva incantato con il Palermo, prima del grande salto al PSG, a Roma sta trovando più difficoltà del previsto. Per la disperazione di tifosi, società e anche fantallenatori: quanti di voi hanno acquistato il Flaco, speranzosi di ammirare nuovamente le sue gesta sul campo, e sono rimasti traditi dalle aspettative? Andiamo a scoprire perché…

Pastore-Di Francesco-Zaniolo: il triangolo no!

Tredici presenze totali, tre gol, un assist, per 620′ totali giocati: non di certo lo score che ci si aspettava. Partito in sordina, subito schierato da Di Francesco, Pastore ha cominciato bene, andando anche in gol all’esordio in giallorosso ma poi l’oblio più totale, esploso come un grosso paradosso nel mese di novembre, quando l’argentino è rimasto puntualmente in panchina, subentrando di tanto in tanto a gara in corso fino a scomparire dai radar nell’ultimo mese. Di Francesco, insomma, non lo vede. O non lo vede più. Un equivoco tattico, laddove non ci sono equivoci? Scarsa considerazione? Ecco, su questo punto più si può insistere: l’amore tra il tecnico umbro e l’argentino non è mai del tutto sbocciato. E questo, chiaramente, penalizza e non poco.

Di Francesco ha anche elogiato il trequartista argentino, reo soltanto di non proporre, in partita, quanto di buono fatto in allenamento. Ed ha poi coinvolto l’antagonista del momento di Pastore: trattasi di Nicolò Zaniolo. Un triangolo imprevisto, anche da quanti, soloni, a luglio non comprendevano che quel ragazzo di belle speranze giunto dall’Inter era in realtà pronto a sbocciare, se non proprio ad esplodere, nella parte centrale di campionato. E Pastore, inevitabilmente, è quello che più ha subito l’exploit del prodotto del vivaio dell’Inter. E che continua a soffrire irrimediabilmente per una crisi di identità che ha i suoi fondamenti ma, allo stesso tempo, poche giustificazioni. Pastore, da parte sua, paga più conseguenze. E, da questo triangolo, è l’unico che finora è uscito sconfitto. E che, probabilmente, continuerà ad uscirne sconfitto fino a fine stagione.

Dai fasti palermitani all’adagio parigino: parabola di una caduta

Ricorderanno tutti che giocatore meraviglioso sia stato Pastore ai tempi del Palermo. Incantevole, genio disinvolto e sobrio sul campo. Colpi da fenomeno, continuità pazzesca, crescita continua. E poi il PSG, la grande possibilità che si trasforma prima in una culla, poi in una prigione. D’oro, ovviamente, ma pur sempre prigione per un estro troppo presto imbottigliato in rigidi schematismi e in sterili competizioni. Il Paris, storicamente, soffre in Europa in maniera direttamente proporzionale alla disinvoltura con cui vince, eccezion fatta per una sola annata, la Ligue1. Il peggior campionato per un giocatore in piena esplosione che, invece, ha subito il contraccolpo di una vita sportiva adagia e sicura, quasi statica. Insomma, la crescita continua e a tratti inarrestabile si è trasformata lentamente, ma inesorabilmente, in una decrescita. Che poi è anche un declino, se vogliamo. Ed oggi, dopo sette anni, circondato dai ricordi di un tempo, Pastore è rimasto solo. Davanti a lui un alter ego fatto ad hoc: quanto ricorda il primo Flaco italiano, quel Nicolò Zaniolo che, a ventun’anni, sta ricordando a Pastore che il talento, a volte, non basta. Se è fine a se stesso, chiaramente.

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