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La Opinión

Nessuno vuole essere Robin Olsen

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Nessuno vuole essere Robin Olsen

Al National Gallery di Londra c’è una stanza, la numero 43, che espone uno dei capolavori più famosi della storia dell’arte. È il quadro de “I Girasoli”, di Vincent van Gogh. Un tripudio di giallo e arancione, di luminosità e pennellate ruvide. Gli occhi della gente sono tutti per lui. C’è la fila, davanti a quel dipinto. Tutti a scattare foto, a improvvisare selfie, a fingersi esperti. Proprio alla sua destra c’è un altro quadro, stavolta meno famoso. Si chiama “Erba alta con farfalle” e la firma è la stessa.

Non lo guarda nessuno.

Eppure è ugualmente bello, intenso, speciale, sicuramente meno famoso, meno caratteristico ma che importa? E invece importa, perché nessuno lo guarda.

Parare nell’ombra

Quando Robin Olsen è sbarcato a Fiumicino metteva paura per i suoi 198 centimetri, vicino ai quali anche Federico Balzaretti sembrava David Pizarro, ma allo stesso tempo sapeva di venire a giocare all’ombra di un gigante. Un gigante brasiliano, volato nella perfida Albione per più di 70 milioni. Quando Robin Olsen è sbarcato a Roma, scelto da Monchi per rimpiazzare Alisson, i giornali svedesi e italiani lo bollavano ancora prima di aver messo piede in campo. “Calciatore inadatto a giocare per una grande squadra come la Roma”, “portiere di medio livello”.

Si navigava, e si parava, nell’ombra. E non dev’essere stato un problema da chi, a Stoccolma, vede tramontare il sole alle tre di pomeriggio. Robin Olsen infatti non si è scomposto, ha continuato a guardare tutti con quegli occhi scavati e di ghiaccio che sono più da vampiro che da divinità nordica, più da sonnambulo imbottito di caffè che da eroe delle nevi.

Perché Olsen non è un dio e non è un fenomeno. È un mortale, proprio come noi, proprio come voi. Figlio di genitori danesi, nato e cresciuto a Malmo, come uomo e come portiere. E la sua carriera è tutta in quel lembo di mare e terre frastagliate: gli inizi nel Limhann Bunkeflo, poi l’IFK Klagshaman e infine il Malmo, quello dei grandi. Sono gli anni di Robin “The Tower”, la torre a difesa della porta, il portiere che si ispira a Schmeichel che nel regno di Zlatan Ibrahimovic vince due campionati e due supercoppe di Svezia, prima di mettersi in gioco altrove. Lo vuole il PAOK, in Grecia, ma dura poco, appena una stagione, prima di tornare dall’altro lato del Ponte di Oresund, a Copenaghen dove diventa una bandiera, diventa campione, diventa portiere di una nazionale che sbatte fuori l’Italia dal sogno Mondiale in Russia.

E sarebbe potuto restare lì a splendere, come il sole a mezzanotte di Stoccolma. Ha scelto invece di fare un salto, di prendere l’eredità ingombrante di un Batman che ora gioca ad Anfield, di venire all’ombra di un Colosseo che può significare mattanza o gloria, oblio o luce superna. Come mai sei venuto a Roma, Robin? Bella domanda.

La notizia dell’interessamento dei giallorossi arriva all’orecchio di Olsen dopo il passaggio dei gironi da parte della Svezia, in Russia. “Quando mi è stato detto che l’agente era in contatto con Roma, è stata una grandissima gioia. E poi nel bel mezzo di una fase finale di Coppa del Mondo… Speravo di venire fin da subito: tutti i giocatori vogliono giocare al più alto livello possibile. Quando arrivi dalla Scandinavia è più complicato, perché c’è una grande differenza con il campionato italiano”. Pagato 8.5 milioni, più altri 3.5 di bonus, ad ottobre aveva le stesse statistiche di Alisson, era sua per Piero Torri de il Romanista la palma di migliore degli ultimi 12 acquisti estivi targati Ramon Monchi. Ma ancora non bastava. Non parla l’italiano, non sa comunicare. E si è iscritto ad un corso di lingua. Non esce mai dalla porta. E ci ha pensato Marco Savorani, preparatore dei portieri e dei miracoli. Con i piedi non è capace. E a dicembre era il più preciso dei numeri 1 in Serie A.

In un mondo di eroi

Ma non c’è niente da fare. Nessuno vuole essere Robin. Nessuno vuole prendere la sua parte, in questo mondo di eroi. Perché la normalità non è di moda, essere mortali non è trendy, non fa fico, non è chic. E non lo sono nemmeno i 13 gol presi dalla Roma nelle prime 5 partite del 2019, dove Olsen ha la sua parte di colpa ovviamente, come tutto il resto della ciurma di Di Francesco.

Quello che nessuno dice, però, è che Olsen è un buon portiere, un portiere da 8 milioni. Non da 90 e nemmeno da 3. Che con davanti una difesa vera, un centrocampo vero, farebbe sicuramente una migliore figura.

Lo sa lui, lo sanno i compagni, lo sanno gran parte dei tifosi. Lo sa soprattutto una persona, che guarda caso è il Capitano della Roma, che guarda caso ha vissuto tutta una carriera all’ombra di un monumento. Senza alzare la voce, senza lamentarsi. Lavorando e dando tutto quello che aveva. Daniele De Rossi più di tutti sa cosa vuol dire essere Robin. Per questo alla sua prima partita, Torino Roma di un agosto che sembra lontano un secolo, al triplice fischio è corso ad abbracciarlo. Come sa fare solo un Capitano, come sa fare solo chi conosce l’ombra. E splende lo stesso.

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