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Emre Can ha un sogno e la Juve è il posto giusto

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La polemica della settimana: la Juventus è davvero invincibile?

Per Emre Can, essere in una finale di Champions non era qualcosa di nuovo. L’aveva già fatto nel 2013, tra le fila del Bayern Monaco. Nonostante non avesse giocato nessun minuto, la sua squadra portò a casa il titolo nell’ultimo trionfo europeo raggiunto dai bavaresi. La storia avrebbe potuto ripetersi in quel sabato del 2018, perché Can ha seguito un processo di recupero poderoso: dopo la lesione alla schiena, erano serviti due mesi di lavoro, con l’orologio sempre e comunque a portata di mano. Doveva vedere, sentire ogni minuto che l’accompagnava, certamente, all’ultima gara come giocatore del Liverpool.

Per questo il tedesco ha fatto di tutto per essere presente all’appuntamento con la sua seconda Champions League. In condizioni normali, Can sarebbe stato uno dei pezzi fissi della formazione di Klopp. Lo era stato lungo tutta la stagione. Il tecnico tedesco aveva ammesso con il sorriso il miglioramento che ha mostrato il giocatore nei giorni immediatamente precedenti alla super sfida con il Real: “Era esasperato: voleva prendere parte alla finale, in ogni modo”.

Can non aveva pensato, non l’aveva mai fatto, a come arrivò a quella finale con il Bayern. Non aveva pensato soprattutto che cinque anni dopo ne avrebbe giocata un’altra, con una squadra inglese. Allora, il centrocampista aveva solo 19 anni: era considerato uno dei migliori talenti di Germania, e aveva appena disputato 7 partite con la prima squadra grazie alla presenza di Guardiola. Fu una parte fondamentale, nel mentre, delle categorie inferiori della squadra tedesca, dove si considerava come il successore di Bastian Schweinsteiger, all’epoca emblema del gruppo.

Il tedesco, di origine turche, atterrò nel mondo Bayern ad appena 15 anni, dopo aver fatto i suoi primi passi nel SV Blau-Gelb Frankfurt e subito dopo nell’Eintracht, la migliore squadra della città che lo vide nascere e che nella stagione scorsa è riuscita finalmente a battere il Bayern, nella Coppa di Lega. In entrambi i club, ai lati della sua casa, crebbe fino a convertirsi in uno dei maggiori talenti di Germania. E questo richiamò l’attenzione del gigante della Bundes, sempre attento alle nuove infornate di giovani, per portarselo nella sua academy. A Francoforte era conosciuto come “the versatile operator”, per la sua capacità di poter giocare in qualsiasi posizione del centrocampo.

Dopo quattro stagioni, passando per tutte le categorie inferiori del Bayern e debuttando in prima squadra, allo stesso tempo bruciando tappe con la selezione tedesca, rifiutò di giocare per la Turchia, dove sono nati i suoi genitori. Fu il tempo di tante scelte, e arrivò anche la firma con il Bayer Leverkusen: 5 milioni di euro, la sua prima valutazione. Lì trovò la regolarità necessaria per un ragazzo di 19 anni grazie alla fiducia che gli mostrò Sami Hyypia. Giocò 39 partite tra tutte le competizioni, incluse 7 partite di Champions League. Le sue buone gesta e la sua clausola bassa (12 milioni) fece scoccare la scintilla dei dirigenti del Liverpool, che non ebbero dubbi quando dovettero pagare quella cifra, visto il potenziale del mediano.

Così, ad appena 20 anni, Can arrivava in una delle squadre più storiche del mondo, come il Liverpool. Lì, la mano di Brendan Rodgers si fece sentire: fu subito una parte importante nel modulo dei Reds. Dopo quattro anni, 166 partite, 14 gol e 12 assist: aveva giocato in qualsiasi posizione, aveva avuto tutto. La sua gara 167 è stata la finale di Champions, persa contro il Madrid. La fame, anche per questo, è tantissima. E la Juve, anche per questo, è il posto giusto. Tocca continuare a battagliare. Proprio come quei giorni che precedettero la finale: doppi allenamenti, corse e rincorse. Ce la fece. E ce la farà anche nel calcio italiano: tempo al tempo.

SPORTS AGENCY SC24

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