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La Opinión

Supercoppa Italiana, valanghe di soldi e domande da non farsi

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Tutto pronto per la Supercoppa Italiana da disputare a Gedda

Che la Supercoppa italiana si giochi in un Paese islamico dove le donne non possono andare allo stadio, se non accompagnate dagli uomini, è una tristezza, una schifezza. Io Juve Milan non la guardo”. Alla fine è intervenuto anche il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sulla questione della Supercoppa Italiana da disputare, il prossimo 16 gennaio, a Gedda, in Arabia Saudita.

Una polemica che ha coinvolto esponenti del mondo dello sport e della politica, passando per giornalisti, scrittori, uomini di spettacolo. Facciamo, però, un passo indietro. Perché la Supercoppa Italiana si gioca fuori dalla nostra penisola? Il trofeo, istituito nel 1988, ha varcato i confini nazionali per la prima volta nel 1993, quando si è andati a Washington, poi per tre volte a Pechino (2009, 2011 e 2012), a Doha (2014 e 2016), a Tripoli (2002) ad East Rutherford (2003) e a Shanghai (2015).

Una questione economica, ovviamente, di sponsor, di pubblicità e soprattutto di immagine. Una questione prettamente commerciale, come ha voluto sottolineare il Presidente della Lega Serie A, Gaetano Miccichè, in una lettera scritta proprio per calmare le acque della polemica: “L’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale grazie a decine di importanti aziende italiane che esportano e operano in loco, con nostri connazionali che lavorano in Arabia”. E per la Lega i 7 milioni offerti dall’Arabia per giocare in casa loro il trofeo sono oro. È circa il doppio di quanto incassato in Cina e l’accordo prevede altre due finali da disputare in terra araba nei prossimi cinque anni.

Una valanga di soldi, un mare di denaro in cui farsi il bagno senza porsi troppi problemi e troppe domande. La prima, in un campionato che sta facendo registrare una progressiva diminuzione delle presenze allo Stadio, dovrebbe essere sui tifosi: in Arabia quanti juventini e milanisti potranno assistere alla partita? Pochi, quasi nessuno. Anche perché dei 50.000 biglietti già venduti, la maggior parte sono, ovviamente, di gente del posto. E sono, altrettanto ovviamente, quasi esclusivamente uomini, perché le donne non possono recarsi da sole allo stadio, devono obbligatoriamente essere accompagnate da un marito, un fratello, un padre. Non una novità in un paese in cui il genere femminile è vittima, per legge, di limitazioni: dall’abbigliamento agli interventi chirurgici, dai salari alla libertà sociale.

E non si caschi nel tranello di credere che il calcio, con tutto questo, non centri nulla. La Lega Calcio si è fatta promotrice di campagne contro la violenza sulle donne, contro le discriminazioni razziali e altre battagli sociali e culturali. Ora si va a giocare in Arabia Saudita, un paese ogni anno definito come “non libero” dai principali report sulla libertà di espressione, un paese in cui vige ancora la pena di morte, un paese che bombarda i paesi vicini, tra i quali lo Yemen. Anche con bombe italiane. Ma anche qui ci sono di mezzo i soldi e allora è meglio non farsi troppe domande.

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