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Da “pezzo di legno” a “Cigno”, la storia (e le famiglie) e di Edin Dzeko

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Edin Dzeko esulta con la maglia della Roma.

C’è stato un momento preciso che ha cambiato la storia di Edin Dzeko alla Roma. Non è stato il gol di testa, alla sua prima in casa, contro la Juventus, sovrastando Chiellini. Non è stato neanche il fantastico gol di Stamford Bridge, quello “di ghiaccio bollente”, copyright di Francesco Repice, e neppure quello al Derby. A pensarci bene, il momento che ha stravolto la storia di Edin Dzeko alla Roma non è neppure un gol. Strano, per uno come lui, che di mestiere fa il centravanti.

Ma lo spartiacque, nella sua avventura giallorossa, è avvenuto precisamente un anno fa. Gennaio 2018, mercato di riparazione, della rosa e dei bilanci. Il nuovo direttore sportivo romanista, Ramon Monchi, decide di sacrificare l’attaccante bosniaco sull’altare della plusvalenza e del fair play finanziario. Lo voleva Antonio Conte per il suo Chelsea, che si era praticamente già aggiudicato il terzino sinistro Emerson Palmieri. 50 milioni più 10 di bonus nelle casse della Roma, una boccata d’ossigeno economicamente parlando. Il piatto era praticamente pronto: la ricetta prevedeva un contratto da 8 milioni per l’attaccante, Monchi vedeva oltre la cessione di Dzeko non solo un bilancio apposto ma anche più spazio per l’altro numero 9 in rosa, Patrick Schick, Eusebio Di Francesco già metteva le mani avanti: “Tutti sono convocati per la prossima partita, ma terrò conto anche dell’aspetto psicologico e individuale”.

Poi però qualcosa si inceppa. Salta tutto. Edin Dzeko si impunta sul contratto, vuole restare a Roma. La città dove è diventato padre, la città che, sono parole sue, non ha eguali al mondo, la città che è diventata “la mia casa ed una parte indelebile della mia vita in modo quasi irreale”.

Tutto reale, invece, è quello che succederà da quel momento in poi. Un giocatore nuovo, in campo e nello spogliatoio. Se volessimo parlare, ancora, per immagini basterebbe citare la storica partita col Barcellona. Il gol dopo appena sei minuti, il rigore conquistato e il pallone ceduto a Capitan De Rossi. Insieme ad un bacio. Come tra amici che si conoscono da sempre, come parenti, come fratelli. Perché la Roma è questo.

I tempi della guerra a Sarajevo

La Roma è una famiglia e Edin Dzeko ne fa parte. Chi meglio di lui può capire il senso di questa parola. La famiglia, la casa, i rapporti, li apprezza e li guarda in maniera diversa soprattutto chi ha provato sulla sua pelle la paura della guerra. Se nasci negli anni Ottanta, precisamente nel 1986 nel nostro caso, in Bosnia la guerra la vedrai che sei ancora bambino. Dzeko ha sei anni quando nell’Europa dell’Est scoppia il tumulto. “Non c’era molto da mangiare, e non c’erano tre pasti assicurati ogni giorno. Avevo sempre paura, quando sentivamo gli spari o le bombe che cadevano, ci nascondevamo dove capitava. Potevi morire in qualsiasi momento”. Sono anni di fuga, tra Sarajevo e il resto del paese, Edin li ricorda ma preferisce non parlarne: “Non parlo mai della guerra con la mia famiglia, con mia moglie, i miei genitori, mia sorella. Mi ricordo molto bene, ma non ne vedo il motivo. È qualcosa che ho lasciato alle spalle molto tempo fa”.

La guerra lo costringe ad iniziare tardi: inizia a 18 anni, come centrocampista nel Zeljeznicar, poi nel Usti nad Labem e poi nel Teplice, in Repubblica Ceca. È qui che Dzeko diventa attaccante, segnando 16 reti in 43 presenze. Certo, non è ancora il centravanti di oggi anche perché “non ho mai pensato di diventare una stella, amavo il calcio, e mi bastava”. Lo chiamano Kloc, un termine di gergo colloquiale che potremmo tradurre con “legnoso”.

Da kloc a Cigno

Ma dal legno si possono costruire tante cose. Basta saperlo lavorare, plasmarlo nella maniera giusta. Secondo Carlo Collodi qualcuno, col legno, ci fece la sua famiglia ed è di famiglie che, in fondo, stiamo parlando. I Mastro Geppetto di questa storia sono due. Il primo si chiama Vratislav Marecek, l’allenatore del Teplice che sposta Edin in area di rigore, stroncato da una leucemia fulminante nell’ultimo anno di Dzeko in Repubblica Ceca. Il secondo risponde al nome di Felix Magath, è tecnico del Wolfsburg e decide che bisogna portare quel pezzo di legno in Germania. Lo paga 4 milioni di euro e quel materiale nodoso, duro, diventa d’oro. Edin forma con Grafite la coppia più prolifica della storia della Bundesliga, segna 85 gol in 142 presenze, vince la classifica cannonieri tedesca e porta a casa uno storico campionato.

Il resto, è storia nota. Kloc è ormai il Cigno di Sarajevo, approda in Premier League, alla corte del Manchester City per 35 milioni di euro. Continua a segnare. E a vincere. Due campionati, una Coppa d’Inghilterra, una Community Shield, una Coppa di Lega. Più di 70 reti in 189 presenze. Record già battuto in giallorosso, dove è a quota 80 centri in 158 apparizioni.

E a Roma Dzeko ha compiuto la sua metamorfosi finale. Ora è un veterano, un senatore dello spogliatoio. E tutto questo si vede in campo. Dove aiuta, torna, difende, imposta, protegge, alza. E segna. Qui è diventato padre, qui è diventato uomo in mezzo al campo. Qui ha trovato la sua famiglia, che in bosniaco si dice porodica. La radice è dal verbo che significa “dare alla luce”. Come quella che ha squarciato Stamford Bridge, come quella che ha aperto le nubi e la rimonta col Barcellona. Come quella che si apre ogni volta che sbatte la palla in rete. E corre a festeggiare, con la sua famiglia.

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