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José Mourinho è ancora lo Special One?

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È la polemica della settimana: José Mourinho è stato sollevato dal suo incarico di allenatore del Manchester United, complice un inizio di stagione tutt’altro che piacevole. I Red Devils, dunque, si separano dall’allenatore portoghese, quello che avrebbe dovuto portare una ventata di rinnovamento dopo l’intramontabile ciclo Ferguson. L’Europa League di due stagioni fa sembrava una buona premessa, le campagne faraoniche di mercato una conferma delle buone intenzioni e dei risultati che sarebbero giunti. È finito in un naufragio di proporzioni tali che oggi è lecito chiedersi se José Mourinho, oggi come oggi, sia ancora, o meno, lo Special One.

José Mourinho è ancora lo Special One, sì. Lo è nei modi, nel personaggio che negli anni ha contribuito a crearsi, all’aura di mito che lo accompagna ad ogni nuova avventura ed anche in quella tragica non-chalance che ne segna, ultimamente, gli attimi d’addio ad una squadra che ha preso in mano promettendo grandi cose. È ancora lo Special One perché è un comunicatore come pochi, sa gestire al meglio le platee. Per certi versi è un po’ un oratore che sa rispondere colpo su colpo, quello che potremmo definire il Cicerone degli allenatori: veemente, aggressivo, per niente politically correct. Spesso e volentieri sopra le righe, un uomo che è stato capace di fare scuola e di influenzare altre generazioni, anche estranee al mondo del calcio. In Italia lo ricordiamo anche e soprattutto come intelligente provocatore, inviso agli avversari, capace di suscitare perennemente odi (sportivi tuttalpiù) e risentimenti. Lo ricordano i tifosi del Milan, lo ricordano, con più freschezza ancora, quelli della Juventus, quelli che all’epoca dell’epopea nerazzurra di Mourinho erano bollati con l’etichetta di “zeru tituli”. Lo ricordano a maggior ragione alla luce del doppio confronto in Champions: a Manchester, per quella mano alzata a ricordare il Triplete, impresa ancora oggi solo nerazzurra. E a Torino, per quella polemica, come sempre in Mourinho, mano appoggiato all’orecchio. Come a dire che non sentiva, perché ancora una volta aveva zittito i detrattori. E lo stesso all’indomani dell’esonero: “La mia carriera e la mia vita continuano anche senza Manchester United”. Una stoccata in pieno stile, come a dire: “Mi avete fatto male, ma sono sempre vivo”.  Un po’ la parabola della sua carriera: raramente è rimasto in un club per più di due anni, ad ogni trionfo quasi un bisogno naturale di scappare, evadere, cercare nuove sfide. Senza ferite, anche se qualche volta ci è scappata. Ed il problema è che le ferite a questo leone venuto da Setubal, francamente, cominciano a diventare troppe.

José Mourinho non è più lo Special One. No. Almeno non quello che conoscevamo in tutta la sua attrazione, quasi filosofica, anche per i motivi di cui sopra. Non lo è più da quando ha cominciato a perdere, non solo per colpa sua, la verve che l’ha sempre contraddistinto. Da quando quella stessa verve non ha coinvolto tutti: Pogba e il rapporto conflittuale tra i due sono un esempio, ma anche parte dello spogliatoio che scommette sul suo esonero sono un campanello d’allarme. Ha sempre avuto un grande pregio, José: fare da scudo alle sue squadre, isolarle, prendendosi tutti i colpi. Qualcuno ha cominciato a tradirlo, qualcuno ha messo in discussione l’aura mitica, visceralmente popolare di questo personaggio. Qualcun altro ha fatto uscire qualche crepa, alcune contraddizioni. José Mourinho, l’uomo dall’aura quasi divina, si è scoperto umano dal giorno dopo l’abbandono dell’Inter, forse l’ultimo grande e totale capolavoro della sua carriera. Come il Porto, come il primo Chelsea, quello che avrebbe vinto con lui la Champions, se non fosse stato per Abramovich. Poi a Madrid un amore mai sbocciato del tutto, col Chelsea un ottimo inizio, un bis che tutti credevano avrebbe avuto la degna fine col trionfo in Premier e in Champions. E niente: la scelta di Manchester, l’Europa League, una Premier che continua ad essere un miraggio per i Red Devils. E la parola fine.

Ha ragione, Mourinho. Quest’esonero non chiude la sua carriera da allenatore, quella continuerà. Forse però segna la fine della parabola dello Special One. O forse no. Chissà. Intanto, giusto per non farci mancare niente, lo chiediamo a voi. Se sarete in grado di trovare una risposta ad una domanda più difficile del previsto…

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