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Gianluigi Buffon, dal primo all’ultimo tuffo

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Gianluigi Buffon, dal primo all'ultimo tuffo

Per capire Gianluigi Buffon va carpita una frase, detta dallo stesso giocatore nella sua conferenza stampa di presentazione con il Psg. L’ennesima avventura della sua vita. “Quando Mbappé ancora non era nato, io già giocavo la Coppa del Mondo, in Francia”. Era il 1998, l’aveva detto con il solito aplomb e con la classica eleganza che il portiere ex Juve ha sempre posseduto. Erano giorni di fresche sensazioni, di soliti sogni. In attesa che la sua nuova squadra gli scaricasse addosso anche tutta l’adrenalina delle prime volte. E che gli ponesse i veri, grandi obiettivi: confermarsi in Francia, puntare la Champions.

E’ ovvio che Buffon ha visto tantissime cose. Ha superato i 40, ha una carriera di oltre 20 stagioni alle spalle. E’ un portiere che ha assicurato un posto nel mondo dei calciatori immortali, forse addirittura superiore agli indimenticabili Lev Yashin e Gordon Banks. I suoi occhi, con le rughe da veterano, marcate come un terreno arato, hanno raccolto cento ricordi, qualcuno indubbiamente triste. Come quelli rossoneri, del 2003; come quelli blaugrana, del 2015; come quelli blancos, del 2017. Tutte finali di Champions andate perdute e mai ritornate. Per il momento.

3 Giugno 2017, l’ultima finale

E che fatica, quel 3 giugno del 2017. Che avrebbe potuto posizionare Gigi davanti all’immensa opportunità di alzare l’unico trofeo che un fuoriclasse del suo calibro non ha ancora conquistato in carriera. Era felice, Buffon. Felice di aver raggiunto la sua seconda finale in tre anni. In due stagioni – diceva – ha sempre pensato che quella con il Barcellona sarebbe stata la sua ultima finale. Anche, soprattutto lui avvalorava quella ipotesi. Però la vita è bella, e infame allo stesso tempo. T’insegna che devi credere ai tuoi sogni fino all’ultimo giorno. Non riuscì a vincerla con la Juve, ma l’impresa è rimasta epica allo stesso modo. Più o meno.

E’ stato un concorso di sentimenti, perché nessuno nega la realtà: se una figura nel calcio merita un addio con una grande coppa tra le mani, questi è proprio Gigi Buffon. Che è stato promotore e protagonista immacolato in tutta la sua longeva traiettoria. Il numero uno è sempre stato sobrio, discreto, educato, sognatore ed elegante.

Gianluigi Buffon, il leader silenzioso

Quest’idolo è andato sempre avanti, in tutta la vita senza nascondere nulla della sua essenza, anche riconoscendo il valore dell’umiltà. A Torino, ad esempio, hanno sempre parlato del ‘silenzio’ di Gigi. Facendo un esempio anche un po’ banale: mentre i suoi compagni rombavano coi motori e si prendevano le classiche arie da calciatore, Buffon è sempre rimasto lo stesso. Nessuna grande impresa, per lui che era il più grande di tutto.

Buffon è stato una paternale continua. Con la statura morale per andare a dare un forte abbraccio a un ragazzo di 18 anni che soffre per la sua prima grande delusione sportiva, dopo l’eliminazione in semifinale dalla Champions League. Oggi, quel ragazzo chiamato Mbappé, lo sta trascinando verso l’ennesimo sogno.  

Esordi, imprese e delusioni

A partire dall’esordio, quando Buffon visse una giornata che non dimenticherà mai. Parma-Milan, 19 novembre del 1995. Nevio Scala non ha il titolare Luca Bucci, è tutto pronto affinché il vice Nista possa prendere il suo posto. A sorpresa, Scala convoca un ragazzino. Che è già grande. Che è grosso. Che è fortissimo. Finisce 0-0. E il baby portiere, la settimana successiva sfida la Juve, incassando il primo gol della Serie A da Ciro Ferrara, poi suo grande amico e compagno di squadra. Bucci non riavrà più il suo posto.

Epico, davvero. Ma quasi quanto il primo tuffo in Nazionale. Buffon viene convocato da Cesare Maldini per gli spareggi di Francia 1998. Peruzzi è fuori, il titolare è Pagliuca. E al 32’ lascia il campo per un problema muscolare. Il commissario tecnico guarda Buffon: gli dice di scaldarsi, di andare in campo. E’ una partita complessa: ci si gioca tantissimo e lo si fa su uno strato di neve che rende impossibile tutto. 1-1, in Russia. 1-0 al ritorno. L’Italia è ai Mondiali: e Buffon esordisce con una prestazione incredibile.

L’abbiamo già scritto: gli è mancata solo la Champions, e chissà che in 2 anni a Parigi possa riuscirci. Nel 2001, comunque, la sua vita cambia drasticamente: Zidane va al Real Madrid, la Juve lo cede a malincuore. Ma fino a un certo punto, chiaro. Anche perché i soldi in entrata sono tanti e nel 2003 la Juve pesca Thuram e Buffon dal Parma. Si va direttamente al 2003, la possibilità di alzare una Coppa così importante quasi subito. Vince il Milan, ai rigori, nonostante Gigi ne pari due: Dida ne prende uno in più e Sheva è glaciale. Poi altre due finali. Berlino e Cardiff. La scelta di andare via dalla Juve dopo averla sposata nella buona e nella cattiva sorte, nel baratro del 2006 e nella gioia dei primi e ultimi anni. Sempre da protagonista.

Ah, il 2006. Campioni del Mondo.

Tocca finire così, con un sorriso: da sottolineare che Buffon – il posto fisso in nazionale – lo conquista quando in panchina arriva Dino Zoff, lo mantiene con il Trap e naturalmente con Marcello Lippi con cui vince il Mondiale nel 2006. L’Italia è solida, subisce solo due gol in sette partite (un’autorete e un rigore). Buffon e Cannavaro sono i simboli di una fase difensiva perfetta. La parata su Zidane è una delle più belle di sempre. A Berlino l’Italia batte la Francia ai calci di rigori e conquista il quarto Mondiale della sua storia.

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